Arte

Land Art

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June 20, 2019

Tra il 1967 e il 1968 in America nacque un movimento noto come “Land Art” o “Earth Art”. Si trattava di una nuova tipologia di arte che privilegiava il contatto con la terra, con la natura.
I protagonisti del movimento desideravano portare l’arte al di fuori degli spazi espositivi canonici (gallerie e musei) e delle aree urbane, caratterizzate dalla presenza delle istituzioni.
Scelsero quindi, di collocare le loro opere in zone desertiche o in aree aperte dove mancava totalmente la presenza umana.
L’arte ambientale è stata oggetto di numerose analisi, discussioni e articoli: questi principalmente ruotavano attorno ai suoi principali protagonisti che furono: Robert Smithson, Michael Heizer, Dennis Oppenheim, Walter de Maria e molti altri.
Ma sono pochi i testi nati con l’obiettivo di comprendere perché nacque la land art proprio in quel momento storico (intorno al 1968) e in quel luogo (gli Stati Uniti d’America).
Ciò si può capire partendo dall’analisi del contesto storico. La prima mostra che sancì l’affermazione della Land art a livello internazionale si tenne nell’ottobre del 1968 alla Dwan Gallery di New York. Vennero esposte opere di 14 artisti emergenti, e quindi poco noti. Le opere da loro create erano, per la maggior parte, di grande dimensioni, e quindi non si potevano spostare dal loro luogo di creazione. Per questo motivo in questa occasione furono esposte delle fotografie raffiguranti le opere sparse nei deserti dell’ovest americano.

Fig 1 – Robert Morris, Earthwork, 1968

Al centro della mostra si trovava “Earthwork” di Robert Morris: un cumulo di detriti e rifiuti tenuti insieme da cavi e barre d’acciaio. L’intenzione di Morris era di portare in mostra l’attenzione verso terreni “brutti” di periferia come questo. Ciò si legava alle ideologie del movimento ecologista che in quegli anni stava emergendo politicamente.
Inoltre, concretizzava davanti agli occhi degli americani quanto la natura stesse soffrendo devastata
dall’uomo e quanto, di conseguenza, il futuro potesse essere incerto.
L’obiettivo della mostra era proprio quello di portare l’attenzione sulla futura catastrofe ambientale immaginata dagli artisti e non solo.

Infatti la mostra prese spunto da un romanzo di fantascienza di Brian Aldiss uscito qualche anno prima, nel 1965, intitolato proprio “Earthworks” ed ambientato in un futuro in cui la natura è stata talmente devastata dall’uomo che persino il suolo è ormai diventato un bene prezioso.
Sotto il profilo politico il 1968 fu un anno turbolento per gli Stati Uniti, in quanto coinvolti nella Guerra del Vietnam. Inoltre gli americani avevano già conosciuto la violenza e i danni provocati dalla bomba atomica.[1]
Questi avvenimenti segnarono nel profondo gli artisti che spesso realizzeranno opere simili a rovine superstiti di un guerra atomica.
Un altro avvenimento, che può sembrare irrilevante ma in realtà fu molto importante nella cultura popolare e di riflesso anche in quella artistica è l’uscita di “2001. Odissea nello spazio”.
Analizzando, infatti, la sequenza iniziale del film di Kubrick si nota un monolite intorno a cui si trovano delle scimmie. Vedendo questa scena lo spettatore rimane sconcertato poiché non si comprende se sia una scena ambientata in un passato in cui l’uomo non c’era ancora e la terra era dominata dalle scimmie, oppure se si tratti di un futuro (più o meno lontano) in cui l’uomo ormai si è estinto.

FIG 3 – Il sito neolitico di Stonehenge, vicino ad Amesbury, in Inghilterra.

FIG 2 – La scena iniziale del film di Kubrick “2001. Odissea nello spazio”.

 

 

 

 

 

 

 

Il confronto più immediato è tra il monolite del film e l’architettura di Stonehenge, altro punto di riferimento per i land artist.

FIG 4 – Nancy Holt, Sun Tunnels, 1973-76, Great Basin Desert, Utah

Ad esempio, Nancy Holt (moglie di Robert Smithson) dichiarò pubblicamente di aver tratto ispirazione da queste costruzioni megalitiche per la realizzazione di giganteschi condotti di cemento collocati in luoghi aperti e isolati come i deserti. La sua opera più famosa “Sun Tunnels” (1973 – 76) vede il posizionamento di 4 tubi di cemento forati in un deserto. L’artista aveva immaginato l’installazione in un futuro lontano in cui sarebbe sembrata ciò che rimane di una grandiosa opera idraulica contemporanea per irrigare il deserto. E, proprio come facciamo ancora oggi con Stonehenge, ci si chiede chi ha posizionato quei tubi in quel modo, perchè, che scopo avessero, ecc.

Proprio Nancy Holt, insieme a Smithson, De Maria e altri, sarà protagonista di alcuni viaggi in luoghi desertici e lontani dalla civiltà.
Questi affascineranno gli artisti al punto tale da condurli a progettare opere grandiose proprio in questi ambienti.
Inizialmente rimasero colpiti fortemente dalle imponenti rovine delle grandi civiltà del passato. Ad esempio dal Teotihuacan, ossia il complesso archeologico di città del Messico databile al 100 a.c.
La forma di queste gigantesche costruzioni fu ripresa molte volte, in particolare, da Michael Heizer nel suo progetto di costruzione di una città chiamato “City”.
Questo fu iniziato nel 1972 e continua ad essere in lavorazione poiché la sua apertura al pubblico è prevista per il 2020.
All’interno di “City” vi sono delle architetture creato con terra, sabbia, roccia, cemento chiamate da Heizer “Complex”. In particolare i cosiddetti “Complex 2” hanno una forma a tronco di piramide con delle parti aggettanti che ricordano proprio le rovine sopraccitate.
Un altro rimando evidente di questi complex è quello alla civiltà egizia. La differenza principale tra le costruzioni del passato e quelle contemporanee riguarda la loro funzione: mentre i tumuli egizi avevano la funzione di sepolcro e quindi di memoria delle persone. Le costruzioni più recenti non hanno alcuno scopo ma sono soltanto delle forme scultoree e architettoniche.

FIG 5 – Le rovine di Teotihuacan, città precolombiana situata nella valle del Messico, vicino a Città del Messico.

FIG 6 – Michael Heizer, Complex 2. All’interno di City situata nella Garden Valley, Nevada.

 

 

 

 

 

 

 

 

Un altro riferimento al passato può essere individuato nell’analisi delle “Linee di Nazca”.
Queste sono linee tracciate (tra il 300 a.C e il 500 d.C.) sul terreno nel deserto di Nazca, nel Perù meridionale. Queste, incrociandosi, vanno a formare diversi disegni. Essendo molto grandi, questi ultimi non si possono vedere da terra ma soltanto dall’alto.

FIG 7 – Linee di Nazca, a 80 chilometri dalle città di Nazca e Palpa, nel Perù meridionale.

FIG 8 – Walter de Maria, Mile Long Drawing, 1968.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Anche opere contemporanee come “Mile Long Drawing” di Walter de Maria prediligono una visione dall’alto.
Quest’opera era composta da due linee parallele disegnate con il gesso che si estendevano per un metro nel deserto. Fu realizzata dopo il 1968, anno in cui l’artista fece un viaggio a ovest con Heizer e decise di intraprendere la realizzazione di opere di vaste dimensioni nel deserto.
L’elemento della visione dall’alto emerge con forza nell’arte americana proprio in quel momento: negli anni’60 gli americani avevano ormai acquisito familiarità con la fotografia aerea. Inoltre risale al luglio 1969 la missione spaziale che portò i primi uomini sulla luna e, di conseguenza, la diffusione di immagini della terra vista dall’alto.
I land artist fanno tesoro di tutto ciò ed immaginano opere grandiose, proprio come quella sopra citata di De Maria, visibili dall’alto.
Ma perché gli artisti americani di questo movimento cercavano di riprodurre qualcosa di simile a ciò che era già stato creato in passato da antiche civiltà?
Perché si trovavano in un periodo storico in cui la cultura americana tentava di costruire miti e leggende che ritroviamo nell’arte, nella musica, nella letteratura e che potessero fornire delle origini a una cultura che non aveva le stesse radici storiche della cultura mediterranea i cui antenati erano greci e latini.
Spesso gli artisti riportarono questo sentimento in pittura o scultura, non solo nella Land Art. Ad esempio Pollock inserì molte volte nei suoi primi quadri, prima di approdare all’action painting,
figure totemiche ma anche forme e simboli che rimandassero alla cultura dei nativi americani.
In realtà anche nell’action painting si può notare una somiglianza con il modo di fare arte degli indiani d’america. Questi ultimi, infatti, agivano sulla sabbia disegnando con le mani. Pollock, allo stesso modo posizionava la tela per terra per essere parte del quadro ed instaurare un contatto più diretto con la superficie pittorica. Proprio come facevano gli indiani con la loro terra.
Ad esempio nel quadro “Number 1A” del 1948 troviamo, nella parte alta, delle impronte di mani simili a quelle lasciate dagli indiani sulla sabbia.

FIG 10 – Jackson Pollock, particolare di “Number1A”, 1948.

FIG 9 – Impronte di nativi americani sul terreno.

Note:
1 il 6 agosto del 1945 furono effettuati due attacchi nucleari dagli Stati Uniti d’America in Giappone (a Hiroshima e Nagasaki). Questi segnarono l’epilogo della seconda guerra mondiale.
BIBLIOGRAFIA:
Land Arte e Arte Ambientale, a cura di J. Kastner, intr. di B. Wallis, Phaidon, London, 2004.
F. Tedeschi, Il mondo ridisegnato. Arte e geografia nella contemporaneità, Vita & Pensiero, Milano, 2012.
A.Rosellini, Natura e materia, da Valori primordiali e ideologici della materia, da Uncini a Sol LeWitt. Sculture in calcestruzzo dal novecento a oggi, Aracne editrice, 2018.
R.Krauss, La scultura nel campo allargato, 1978.

di Paola Gargiulo

laureata in Conservazione dei Beni Culturali (curriculum: beni storico-artistici) all’Università degli Studi di Genova. Attualmente iscritta alla laurea magistrale in Storia dell’arte presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore a Milano.
Appassionata di arte contemporanea, si è laureata con una tesi contenente materiale inedito dal titolo “Arturo Martini e un discepolo singolare. Mario Raimondi tra le carte di Antonio Pinghelli” in cui, tramite l’analisi di testi, articoli, lettere e diari dei personaggi coinvolti nella ricerca, ha voluto mettere in luce una parte della storia dell’arte ligure poco trattata.

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