Storia

Alexander Oliver Oexmeling: Il Manuale del Filibustiere

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June 25, 2019

Origini, differenze e avventure dei bucanieri e dei filibustieri dell’isola di Tortuga. 

Introduzione

<I viaggiatori amano raccontare le loro avventure, specialmente quando sono ormai lontani dal pericolo e sono convinti che tali vicende siano degne di essere ascoltate[1]>

Con queste parole Alexander O. Oexmeling avviò la narrazione della sua opera intitolata Il Manuale del Filibustiere, un testo molto particolare e ben strutturato col quale fornì un’ampia serie di informazioni legate alle sue avventure.

L’obiettivo finale della narrazione era quello di intrattenere il lettore e colpirlo mostrandogli l’intricata realtà che componeva la vita dei filibustieri e non solo, cercando però di renderla piacevole[2]. Il che trova conferma leggendo affermazioni come: <Forse piacerà al lettore sentire la descrizione di questa penisola […][3]> o <per dare ai più curiosi maggiori informazioni riguardo a questi uomini[4]>.

Medico di professione, il 2 maggio del 1666 Alexander O. Oexmeling si imbarcò a bordo del vascello San Giovanni per conto della Compagnia Francese delle Indie Occidentali[5]. La sua destinazione era l’isola chiamata la Tartaruga, distante due leghe dall’isola di Hispaniola[6]. Quali fossero le sue esatte mansioni non viene precisato, come vengono tralasciati altri aspetti della sua vita privata, probabilmente per dare maggior spazio ai fatti ritenuti più intriganti, come quando venne venduto per trenta scudi agli abitanti dell’isola dopo il suo arrivo. Gli aspetti sui quali si soffermò maggiormente riguardavano la storia dei luoghi che aveva visitato e degli avventurieri che lo avevano preceduto, fornendo così un’opera dal valore storico decisamente considerevole.

Da parte mia, lo scopo di questa relazione sarà quello di mettere in risalto le differenze tra due figure significative nell’opera di Oexmeling, ossia bucanieri e filibustieri, i quali vantano discrete similitudini, come notevoli differenze.

Capitolo I

Santo Domingo e Tartaruga

Quello fornito da Alexander O. Oexmeling può essere riconosciuto come un approfondito resoconto di viaggio, strutturato sulle esperienze dirette dell’autore e di coloro che lo precedettero. Le numerose informazioni che fornisce sono di stampo geografico, politico, economico e militare, con cui possiamo ricostruire, in parte, la struttura del mondo coloniale della seconda metà del 1600.

Oexmeling si impegnò particolarmente nel descrivere luoghi, città e isole per far comprendere la loro importanza e perché venissero guardate con sguardo famelico tanto da bucanieri e filibustieri quanto dalle potenze europee. Una di queste era l’Isola Grande[7] (chiamata anche Saint Domingue dai francesi o Santo Domingo dagli spagnoli[8]) caratterizzata da vaste praterie, corsi d’acqua navigabili e miniere d’oro, argento e ferro. Parte delle Grandi Antille[9], questo territorio era diviso al suo interno in due parti, una spagnola e l’altra francese. I primi a mettervi piede erano stati gli spagnoli grazie al primo viaggio di Cristoforo Colombo[10], che aveva battezzato l’isola col nome di Hispaniola[11], mentre ad essere chiamato Santo Domingo fu il <porto>[12] in cui era sbarcato l’esploratore genovese, poi diventato capitale dell’insediamento; nel quale gli spagnoli poterono stabilirsi soltanto dopo l’eliminazione totale degli abitanti indigeni, particolarmente ostili verso i nuovi arrivati.

In quanto ai francesi, questi controllavano la <parte dell’isola situata a ponente della linea Libeccio-Greco, da Capo dei Lupi o della Beata, a Capo Samana. […] Da Capo dei Lupi, fino a mezzodì dell’isola, fino a Capo Tiburon, che è la punta di ponente, si incontrano ovunque cacciatori. […] Tra i due capi esistono poi buoni porti dal fondo tenitore, in cui intere flotte potrebbero ripararsi da tutti i venti>[13], mentre l’unico porto spagnolo che veniva citato, capace di accogliere un numero consistente di navi e utilizzabile per i commerci, restava quello di Santo Domingo, nel quale tuttavia le imbarcazioni dovevano fare attenzione ai venti di mezzodì[14].

 

Oltre alle miniere di metalli preziosi, l’isola di Santo Domingo vantava anche ottime produzioni di tabacco e di sale, che portarono gli abitanti a costruire le loro abitazioni vicino al mare per poter lavorare e commerciare più facilmente entrambi i prodotti.

Dalla parte francese si trovava anche un’isola di modeste dimensione, ma molto ambita: Tortuga[15]. Il nome derivava dalla sua forma molto simile a quella di una tartaruga[16]. Grazie alle minuziose descrizioni geografiche di Alexander O. Oexmeling sappiamo che misurava sedici leghe di perimetro, ed era collocata venti gradi e trenta primi a nord dell’equatore. I suoi vantaggi economici derivavano da diversi fattori, primo fra tutti il suolo, che favoriva la coltivazione di tabacco, frutta, erbe medicinali e  canna da zucchero. Una delle varietà del suo terreno, a detta di Oexmeling, garantiva anche l’estrazione di un’ottima argilla con cui poter produrre vasellame, ma uno dei pregi fondamentali dell’isola era la sua ottima posizione strategica, che permetteva ai francesi di vantare una base da cui far muovere i propri filibustieri per depredare navi e stabilimenti spagnoli. Gli aspetti negativi derivavano dalla qualità del legname e dalla mancanza di selvaggina.

Gli alberi, per quanto grossi, erano secchi al punto di scheggiarsi al sole, quindi possiamo dedurre che fossero inadatti per la produzione di imbarcazioni e supporre che gli abitanti della Tartaruga si rifornissero di legna presso l’Isola Grande, proprio come facevano con la carne.

Come detto sopra, la Tartaruga fu oggetto di grande contesa tra francesi e spagnoli. Gli episodi di conquista e riconquista dell’isola sono numerosi, ma non possiamo affrontarli in questa sede. Quel che dobbiamo considerare adesso è che quando i francesi si stabilirono alla Tartaruga diedero forma a tre bande[17]: abitanti, bucanieri e filibustieri.

Capitolo 2

Bucanieri

Delle tre bande francesi citate sopra, quella dei cittadini era la più semplice perché composta da coloro che si limitavano a coltivare la terra dell’isola, lasciando l’attività della caccia ai bucanieri[18].

Facilmente confusi con i filibustieri, o ancor più banalmente con i pirati, i bucanieri descritti da Oexmeling rappresentavano una banda che inizialmente aveva poco a che fare col mare, ma ancora meno con la corsa e la pirateria. Le loro attività riguardavano la caccia dei buoi[19], da cui ricavavano le cuoia[20] da vendere per sei pezzi da otto[21] ai mercanti che approdavano numerosi sulla Tartaruga.

Per compiere le loro battute di caccia non mancavano del giusto equipaggiamento, ben descritto da Oexmeling: <Il costume dei bucanieri consiste in due camicie, un paio di calzoni e una casacca, il tutto di grossa tela, e un berretto con visiera;>. Si può notare che erano dotati anche di un’ ottima organizzazione per il fatto che realizzavano <da sé le calzature con pelle di maiale, di bue o di vacca>. Possedevano <inoltre, una piccola tenda di tela fine da arrotolare facilmente e portare a tracolla cosicché,> quando erano nei boschi, dormivano <dove si trovano>[22]. L’armamento era composto da fucili di produzione francese, ed erano modelli tanto particolari da essere definiti fucili da bucanieri[23].

Nel corso delle loro battute di caccia i bucanieri non potevano fare a meno di altri due “strumenti”, quali cani e servi. I primi li compravano o vendevano tra di loro per sei pezzi da otto o sei scudi[24]. I servi invece provenivano dalla Francia e venivano definiti “ingaggiati” perché il loro status era temporaneo come quello degli indentured servants o “schiavi a contratto[25] che volevano raggiungere l’America Settentrionale nonostante non avessero i soldi per pagarsi il viaggio. In questo modo si ponevano a metà tra l’essere uomini liberi e l’essere schiavi, perché si vendevano volontariamente al capitano della nave su cui viaggiavano, per poi essere ceduti ai coloni americani che necessitavano di manodopera.

Il fatto che questi <ingaggiati[26]> al servizio dei bucanieri fossero europei non deve trarci in inganno. Da parte loro non ricevevano alcun trattamento di favore e spesso venivano maltrattati o uccisi se il loro padrone riteneva opportuno farlo (ad esempio quando non riuscivano a trasportare efficientemente le pelli dei tori durante le battute di caccia, che pesavano tra i quaranta e cinquanta chili[27]). La loro condizione di servi doveva durare solo tre anni, ma lavorando come bucanieri erano sottoposti al più duro stile di vita possibile. Fortunatamente però non tutti i padroni erano della stessa risma e quelli più benevoli permettevano ai loro servi “ingaggiati” di riposare la domenica, festeggiando mangiando carne di cinghiale.

A mettere maggiormente in difficoltà i bucanieri intervennero i lancieri spagnoli, cinque compagnie di cento uomini[28], a cavallo e armati di lancia, incaricati di scacciare i francesi insediati sull’Isola Grande. Per ispezionare le campagne si muovevano in gruppi da cinquanta lancieri, incappando spesso nelle battute di caccia dei bucanieri, con i quali potevano dare forma a combattimenti cruenti, come a scene inverosimili. Mantenendo fede al suo intento di intrattenere il lettore Oexmeling non si dilungò troppo nel descrivere questi episodi, di cui riporto soltanto il secondo dedicato ad un bucaniere che stava svolgendo le sue attività da solo e senza servi. Questi

<fu sorpreso, nel tentativo di attraversare una savana (prateria), da una squadra di spagnoli a cavallo. Visto che gli restava molto cammino per raggiungere il bosco e gli spagnoli gli sarebbero stati addosso prima, ricorse a un’astuzia. Armato di fucile, iniziò a correre verso loro, gridando: “A me! A me!”, come se avesse con sé della gente in cerca di quei nemici. Gli spagnoli, colti in inganno, fuggirono a briglia sciolta e il bucaniere […] si mise in salvo[29].>  

 Filibustieri

Come detto precedentemente, filibustieri e bucanieri appartenevano originariamente a due bande ben distinte. I primi si occupavano di praticare la corsa, mentre i secondi cacciavano buoi procurando così carne e cuoia. La situazione cominciò a mutare quando gli spagnoli, non trovando un modo efficace di liberarsi dei francesi stabiliti sull’Isola Grande, cominciarono a sterminare[30] selvaggina e bestiame fino al loro quasi totale annientamento.

L’intervento spagnolo ebbe delle conseguenze notevoli, riducendo il numero di bucanieri, ma non di francesi. Per sopravvivere i cacciatori cominciarono a praticare altre attività, tra le quali la corsa, unendosi così ai filibustieri e da questo dipendono le discrete somiglianze di cui parlavo nell’introduzione, grazie alle quali si è soliti credere che filibustieri e bucanieri fossero da sempre uno stesso tipo di avventurieri, o ancor più banalmente di pirati.

Chi erano però i filibustieri[31]? Prima di tutto erano dei corsari e non dei pirati[32]. Riprendendo sempre le parole di Oexmeling:

<Ciò che distingue i filibustieri[…] sono il loro ingegno e la loro capacità di organizzarsi. […] Hanno continuamente qualche bizzarra soluzione e riescono sempre in qualche modo a far comparire armi di ogni tipo[33]>.

Per compiere le loro imprese si riunivano in gruppi da quindici o più persone, a seconda delle imbarcazioni che riuscivano a recuperare (mai acquistate o costruite da loro), davano forma a quella che veniva definita una società e firmavano un accordo chiamato Chasse-partie[34]. I garanti erano il capitano (eletto dai membri della società) e cinque/sei membri dell’equipaggio (sempre scelti dai membri della società). Solitamente lo Chasse-partie conteneva tredici punti con i quali veniva stabilita la suddivisione del bottino e la quota degli indennizzi per coloro che subivano delle mutilazioni in combattimento.

Di grande interesse è la solidarietà che si creava tra questi avventurieri, soliti ad associarsi <due a due per aiutarsi a vicenda in caso di ferita o malattia[35]>, firmando oltretutto un testamento col quale stipulavano che in caso di morte di uno dei due, l’altro aveva il permesso di impossessarsi dei suoi averi. Solidarietà che, sempre per come viene descritta da Oexmeling, non mancava neanche quando l’oggetto di comune interesse tra i due filibustieri era una donna[36]. In quel caso se la contendevano sfidandosi, non a fil di spada, ma a testa e croce e il vincitore, una volta sposatosi con la fanciulla, avrebbe ricevuto in casa sua l’amico sfortunato.

Adesso però torniamo alle loro imprese, che iniziavano quasi sempre con lo scopo di permettere agli avventurieri di saldare i loro debiti.

Una volta composta la società, i filibustieri conducevano le imbarcazioni fino alle isole a sud di Cuba, perché le loro coste permettevano di carenare[37] le navi per facilitare la pulizia dello scafo. Altrimenti altri luoghi sicuri potevano essere le coste della Castiglia de Oro, di Cartagena, dell’Honduras o della stessa Santo Domingo. Queste tappe permettevano ai filibustieri di godersi qualche giorno di svago prima di compiere le loro imprese, le quali potevano risolversi nel migliore dei modi, come nel più tragico.

Dopo aver fornito un’ampia descrizione preliminare sui filibustieri, Oexmeling dedicò i capitoli successivi della sua opera alle imprese di avventurieri come Pietro Franco e Bartolomeo, di Alessandro detto “Braccio di Ferro”, del capitano Laurent e altri ancora. Quello sul quale si concentrò maggiormente, tuttavia, fu il filibustiere conosciuto come l’Olonese, al quale riservò ben quattro capitoli.

L’Olonese

Jean David Nau, detto l’Olonese[38], fu uno di quei bucanieri che abbandonarono la caccia per dedicarsi alla corsa con i filibustieri, ma non sappiamo se la sua decisione dipese dalla scarsità di selvaggina dovuta ai vari interventi adoperati dagli spagnoli per liberarsi dei francesi all’interno dell’Isola Grande.

Quello dei filibustieri era un mondo in cui valevano rispetto e uguaglianza[39] e grazie ai suoi modi, alle sue abilità e al suo ingegno l’Olonese riuscì a guadagnare un’alta dose di entrambi, ottenendo la nomina di capitano[40] dopo aver compiuto pochi viaggi (teniamo a mente che il capitano veniva eletto dai filibustieri stessi).

Essendo comunque una vita difficile e ricca di pericoli, quella dei filibustieri, l’Olonese collezionò una discreta serie di insuccessi prima di guadagnare la fama per la quale Oexmeling volle dedicargli tanta attenzione.

Il suo successo più grande fu la presa delle città di Maracaibo e Gibilterra, precedute da una spedizione più piccola, sotto l’isola di Cuba, grazie alla quale l’Olonese riuscì a procurarsi una fregata leggera spagnola; armata con dieci cannoni[40].

La presa di Maracaibo venne organizzata usando come basi la Tartaruga e l’isola di Bahaya, posta a tramontana di Hispaniola[42]. Diffondendo la voce dell’impresa, aspettando però a rivelare il suo obiettivo per precauzione, l’Olonese riuscì a radunare intorno a se tutti coloro che andavano in cerca di fortuna, ottenendo una forza di sette bastimenti e 440 marinai armati. Oltre alla fregata leggera presa a Cuba vi era anche una seconda imbarcazione spagnola da dieci cannoni catturata in quei giorni[43].

<Tutti giurarono di obbedire ai suoi ordini e chi avesse infranto il giuramento avrebbe perduto la parte sul bottino. Fu specificato tanto nella chasse-partie allora stipulato e fu stabilito quanto sarebbe spettato al capitano, ai feriti, alle guide, oltre alla parte comune[44]>.

Occorre una breve parentesi. L’impresa in questione, oltre a mostrare l’organizzazione e la struttura dei filibustieri, mette in risalto la complessità delle loro imprese, le quali non si basavano esclusivamente su scontri navali come potremmo essere portati a credere. I bottini maggiori si ottenevano saccheggiando le città e riuscirci significava lanciarsi in sanguinosi scontri via terra.

Per saccheggiare Maracaibo l’Olonese e i suoi furono costretti a neutralizzare le difese terrestri, costituite da un forte di gabbioni, pali e terra in cui gli spagnoli avevano posizionato 14 cannoni e 250 soldati. Senza soffermarsi troppo sugli aspetti strategici e tattici, Oexmeling descrisse la battaglia definendola uno scontro <duro […], ma tirando gli avventurieri meglio degli spagnoli, li indebolirono talmente che poterono entrare nel forte, massacrando gran parte della guarnigione e facendo prigionieri i superstiti[45]>.

Dopo i cannoni spagnoli, a mettere in difficoltà i filibustieri intervenne la mancanza di un  bottino per il quale giustificare tutte le fatiche compiute e le perdite subite. In seguito all’attacco dell’Olonese molti spagnoli di Maracaibo erano fuggiti a Gibilterra[46] (borgo di grande importanza, noto per la produzione di tabacco, cacao e zucchero) mettendo al sicuro le loro persone e con esse i beni più preziosi che possedevano. Deciso a non fermarsi per così poco, l’Olonese rimase a Maracaibo per due settimane prendendo tutto ciò che poteva interessargli, dopo di che, grazie alla guida degli spagnoli che non erano fuggiti in tempo, marciò verso Gibilterra.

Per raggiungere la nuova tappa occorsero tre giorni di viaggio. Grazie alla descrizione di Oexmeling  sappiamo che gli spagnoli erano:

 <premuniti contro ogni attacco a sorpresa e avevano anche abbattuto grandi alberi per sbarrare i passaggi; […] il terreno era inondato, e non vi si poteva marciare senza affondare fino al ginocchio. […] Quando l’Olonese vide che per avanzare non gli restava che una sola via, lasciata aperta dagli spagnoli, […] piombò sugli spagnoli seguito da tutti i suoi uomini, coraggiosi come lui. Quando furono a tiro di pistola dai trinceramenti, affondarono nel fango fino al ginocchio e gli spagnoli su di essi aprirono il fuoco con una batteria di venti cannoni caricati a mitraglia.> I filibustieri, <per passare più facilmente, avevano tagliato dei rami d’albero, con i quali si spianarono la via, gettandoli sul terreno cedevole. E dopo aver forzato la prima difesa degli spagnoli, attaccarono la seconda, riducendo i difensori a domandar quartiere, poiché, di seicento che questi erano, ne restavano in piedi quattrocento e cento erano feriti. Da parte loro gli avventurieri persero cento uomini, tra morti e feriti[47]>.

Nonostante l’alto costo di sangue, con questo secondo assalto l’Olonese e i suoi filibustieri ottennero il loro abbondante bottino. Dopo sei settimane di permanenza all’interno di Gibilterra avevano raccolto gioielli, argenteria e altri “tesori” per un valore di duecentosessantamila scudi, ai quali si dovevano aggiungere altri centomila scudi ottenuti con quelli che vengono definiti “i prodotti del saccheggio[48]”. Insieme ad un carico di tabacco del valore di centomila lire francesi.

La spartizione del bottino avvenne prima di tornare alla Tartaruga, preso Goave sull’Isola Grande. Rispettando le regole dello chasse-partie ognuno ricevette quanto gli spettava di diritto. Feriti, mutilati e chirurghi vennero “premiati”. Anche il Governatore, avendo sostenuto gli avventurieri nell’impresa, ottenne una quota del ricavato, mentre il grosso della somma alla fine andò a finire nelle tasche delle donne e dei tavernieri. Al termine delle loro imprese i filibustieri erano soliti sperperare i loro guadagni in divertimenti e festini[49], oppure saldando i debiti che si erano lasciati alle spalle prima di partire.

Fu proprio per saldare i suoi debiti che l’Olonese si trovò costretto a partire per una nuova spedizione, molto più grande della precedente, ma assai più sfortunata. <Egli ebbe la sventura di cadere nelle mani dei selvaggi, quelli dagli spagnoli chiamati indios bravos, i quali lo fecero a pezzi, lo misero ad arrostire e lo mangiarono. Così fu la fine dell’Olonese[50]>.

Emanuele Bacigalupo

 Laureato Triennale in Storia presso l’Università degli Studi di Genova con una Tesi dal Titolo: “Necessità di un Miracolo; Nascita, Crescita e Innovazioni della Confederate States Navy”. Attualmente è iscritto al Corso di Laurea Magistrale in Scienze Storiche presso il Dipartimento di Antichità, Filosofia, Storia dello stesso Ateneo. Le ricerche in corso proseguono l’interesse per la Storia Contemporanea e le vicende militari, politiche, economiche del XIX sec.

 

Note:

1: Alexander Oliver Oexmeling: il Manuale del Filibustiere, p.5.

2: Alexander Oliver Oexmeling: il Manuale del Filibustiere, p.5.

3: Alexander Oliver Oexmeling: il Manuale del Filibustiere, p.135.

4: Alexander Oliver Oexmeling: il Manuale del Filibustiere, p.48.

5: Alexander Oliver Oexmeling: il Manuale del Filibustiere, Mursia Editore, Milano, 2006, p.5.

6 : Alexander Oliver Oexmeling: il Manuale del Filibustiere, p.13.

7: Alexander Oliver Oexmeling: il Manuale del Filibustiere, p.38.

8: Alexander Oliver Oexmeling: il Manuale del Filibustiere, p.10.

9: http://www.treccani.it/enciclopedia/antille/

10: R. Ago – V. Vidotto: Storia Moderna, Editori Laterza, Roma-Bari, 2017, p.22.

11: F. Surdich: Verso il Nuovo Mondo, Giunti,Firenze, 2002, p. 24.

12:“Colombo sbarcò di domenica e […] vi fece costruire una città chiamandola Santo Domingo, vale a dire il santo giorno della domenica”.  Alexander Oliver Oexmeling: il Manuale del Filibustiere, p.41.

13: Alexander Oliver Oexmeling: il Manuale del Filibustiere, p.44.

14: Alexander Oliver Oexmeling: il Manuale del Filibustiere, p.42.

15:Tortuga in spagnolo significa Tartaruga.

16: Alexander Oliver Oexmeling: il Manuale del Filibustiere, p.13.

17: Alexander Oliver Oexmeling: il Manuale del Filibustiere, p.16.

18: (pg47): Il termine bucaniere derivava dalla parola indigena bucanar, con la quale si indica il bruciare/ affumicare la carne, come erano soliti fare i francesi che andavano a caccia di buoi. I cacciatori che procuravano la carne di cinghiale invece non vantavano alcun appellativo particolare, pertanto non facevano parte della banda dei bucanieri. Alexander Oliver Oexmeling: il Manuale del Filibustiere, p.47.

19: Alexander Oliver Oexmeling: il Manuale del Filibustiere, p.48.

20: Alexander Oliver Oexmeling: il Manuale del Filibustiere, p.17.

21: Alexander Oliver Oexmeling: il Manuale del Filibustiere, p.53.

22: Alexander Oliver Oexmeling: il Manuale del Filibustiere, p.49.

23: i fornitori di armi dei bucanieri erano Brachie a Dieppe e Gélin a Nantes.

24: Alexander Oliver Oexmeling: il Manuale del Filibustiere, p.48.

25: S. Lucconi: La “Nazione indispensabile”, Storia degli Stati Uniti dalle origini a oggi, Mondadori, 2016, Milano, p. 16.

26: Alexander Oliver Oexmeling: il Manuale del Filibustiere, p.49.

27: Alexander Oliver Oexmeling: il Manuale del Filibustiere, p.52.

28: Alexander Oliver Oexmeling: il Manuale del Filibustiere, p.59.

29: Alexander Oliver Oexmeling: il Manuale del Filibustiere, p.60. 

30: Alexander Oliver Oexmeling: il Manuale del Filibustiere, p.33.

31: il termine filibustiere deriva dal termine inglese filibuster, che significa corsaro. Alexander Oliver Oexmeling: il Manuale del Filibustiere, p.17.

32: Chi percorre il mare per assalire e depredare a proprio esclusivo beneficio navi di qualunque nazionalità, il loro carico e le persone imbarcate, contro ogni norma di diritto nazionale e internazionale (diverso perciò, sotto l’aspetto giuridico, dal corsaro, operante su autorizzazione e a beneficio di uno Stato) – sitografia: http://www.treccani.it/enciclopedia/pirata/

33: Alexander Oliver Oexmeling: il Manuale del Filibustiere, p.77.

34: Alexander Oliver Oexmeling: il Manuale del Filibustiere, p.79.

35: Alexander Oliver Oexmeling: il Manuale del Filibustiere, p.80.

36: Alexander Oliver Oexmeling: il Manuale del Filibustiere, p.81.

37: Carenare: Abbattere in carena una nave o immetterla nel bacino di carenaggio, per eseguire la pulizia della carena o per compiervi lavori di manutenzione. Cfr.: http://www.treccani.it/vocabolario/carenare/

38: Il soprannome “Olonese” deriva dal luogo di nascita di questo filibustiere, le Sabbie d’Olonne, nel Poitou. Alexander Oliver Oexmeling: il Manuale del Filibustiere, p.104.

39: Tra di loro i filibustieri si chiamavano “fratelli della costa”. Alexander Oliver Oexmeling: il Manuale del Filibustiere, p.81.

40: Alexander Oliver Oexmeling: il Manuale del Filibustiere, p.104.

41: Alexander Oliver Oexmeling: il Manuale del Filibustiere, pp.106-107.

42: Alexander Oliver Oexmeling: il Manuale del Filibustiere, p.110.

43: Alexander Oliver Oexmeling: il Manuale del Filibustiere, p.111.

44: Alexander Oliver Oexmeling: il Manuale del Filibustiere, p.112.

45 Alexander Oliver Oexmeling: il Manuale del Filibustiere, p.118.

46: Alexander Oliver Oexmeling: il Manuale del Filibustiere, p.114.

47: Alexander Oliver Oexmeling: il Manuale del Filibustiere, p.119-120.

48: Alexander Oliver Oexmeling: il Manuale del Filibustiere, p.122.

49: Alexander Oliver Oexmeling: il Manuale del Filibustiere, p.123.

50: Alexander Oliver Oexmeling: il Manuale del Filibustiere, p.145.

Bibliografia/ Sitografia:

  1. Alexander Oliver Oexmeling: il Manuale del Filibustiere, Mursia Editore, Milano, 2006.
  2. Surdich: Verso il Nuovo Mondo, Giunti,Firenze, 2002.
  3. Ago – V. Vidotto: Storia Moderna, Editori Laterza, Roma-Bari, 2017.
  4. Lucconi: La “Nazione indispensabile”, Storia degli Stati Uniti dalle origini a oggi, Mondadori, 2016.
  5. Treccani.it

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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