Riflessioni

Il fascino dell’Imperfezione

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July 12, 2019

La narrativa è pervasa da epopee sbilenche, che non pongono capo a un’opera perfetta ma a un fiume lutulento. Può darsi che non soddisfino le regole dell’estetica, ma soddisfano la funzione fabulatrice, che forse non è così direttamente connessa alla funzione estetica. Sconnesse come una serie di miti Bororo, forse riscrivibili come il ciclo Bretone. Ci sono cioè delle opere sgangherate che, proprio perché sgangherate, possono produrre un Mito.
«Sono i cannoni o è il mio cuore che batte?». Ogni volta che si proietta Casablanca, a questo punto il pubblico reagisce con un entusiasmo riservato di solito alle partite di calcio. A volte è sufficiente una sola parola: i fan giubilano ogni volta che Bogey dice “kid”. Spesso gli spettatori citano le battute canoniche prima che gli attori le pronuncino. Secondo i canoni estetici tradizionali se i film di Dreyer, Ejzenstejn o Antonioni sono opere d’arte, Casablanca rappresenta un prodotto estetico molto modesto. È un’accozzaglia di scene sensazionali messe insieme in maniera poco plausibile, i personaggi sono psicologicamente improbabili e gli attori recitano in modo affrettato. Ciononostante, è un grande esempio di discorso cinematografico, ed è diventato un cult movie.
Quali sono i requisiti necessari per trasformare un libro o un film in un oggetto di culto? Curiosamente, un libro può dar vita a un fenomeno di culto anche se è un capolavoro. Sia I tre moschettieri che La Divina Commedia sono annoverati tra i libri culto; e i triviagames sono più diffusi tra i fan di Dante che tra quelli di Dumas. Per trasformare un’opera in un oggetto di culto bisogna essere capaci di smembrarla, smontarla, scardinarla in modo da poter ricordare solo parti di essa, prescindendo dal loro rapporto originario con il tutto. Nel caso di un libro, è possibile smontarlo, per così dire, fisicamente, riducendolo a una serie di stralci. Al contrario, un film deve essere già sgangherato, zoppicante e sconnesso di per sé. Un film compiuto, dato che non possiamo rileggerlo a nostro piacimento, dal punto che preferiamo, come accade per un libro, rimane impresso nella nostra memoria come un tutto, nella forma di un’idea o di un’emozione principale; solo un film sgangherato sopravvive in una serie disgiunta di immagini e picchi visivi. Esso dovrebbe mostrare non un’idea centrale, ma molte. Non dovrebbe rivelare una «filosofia della composizione» coerente, ma dovrebbe vivere sulla, e in virtù della, sua magnifica instabilità.

«Posso raccontarvi una storia?» chiede Ilsa. Poi aggiunge: «Il finale non lo so ancora». Rick dice: «Su, avanti, ditemi. Forse, raccontandola, uscirà il finale». La battuta di Rick è una sorta di epitome di Casablanca. Stando ai ricordi di Ingrid Bergman, il film venne sceneggiato a mano a mano che lo si girava. Fino all’ultimo momento, nemmeno Michael Curtiz sapeva se Ilsa sarebbe partita con Rick o Victor, e i sorrisi misteriosi di Ingrid Bergman sono dovuti al fatto che mentre si girava il film essa non sapeva ancora quale dei due uomini veramente amasse.
Ciò spiega perché, nella storia, lei non scelga il suo destino. È il destino, attraverso gli sceneggiatori imbarazzati, a scegliere lei.
Allora, si è tentati di leggere Casablanca come Eliot aveva riletto Amleto. Il cui fascino egli attribuiva non al fatto che fosse un’opera riuscita, ché anzi la giudicava tra le meno felici di Shakespeare, ma all’imperfezione della sua composizione. Amleto sarebbe l’effetto di una fusione fallita tra varie versioni precedenti della storia, così che la sconcertante ambiguità del personaggio principale è dovuta alla difficoltà dell’autore di mettere insieme diversi temi. Eliot ci dice che il mistero dell’Amleto si chiarisce se, invece di considerare l’intera azione del dramma come cosa dovuta al disegno di Shakespeare, noi riconosceremo nella tragedia una sorta di patchwork mal riuscito di materiali tragici precedenti. Così, lungi dall’essere il capolavoro di Shakespeare, il dramma è un insuccesso artistico. «Sia la tecnica che il pensiero sono instabili. E probabilmente i più hanno ritenuto Amleto opera d’arte perché l’hanno trovata interessante, non che l’abbiano trovata interessante perché opera d’arte. È la “Monna Lisa” della letteratura».
In scala minore, a Casablanca è successo lo stesso. Portati a inventare una trama a braccio, gli autori ci hanno messo dentro tutto, attingendo nel repertorio del già collaudato. Quando la scelta del già collaudato è limitata, il risultato è semplicemente kitsch. Ma quando del già collaudato si mette proprio tutto, si ha un’architettura come la Sagrada Familia di Gaudi: stessa vertigine, stessa genialità. Due cliché fanno ridere. Cento cliché commuovono. Perché si avverte oscuramente che i cliché stanno parlando tra loro e celebrano una festa di ritrovamento. Come il colmo del dolore incontra la voluttà, e il colmo della perversione rasenta l’energia mistica, il colmo della banalità lascia intravedere un sospetto di Sublime.
Ed ecco che su questa scia si possono giustificare tanti casi di fascino che le estetiche più rigorose non riescono a definire. Si prenda l’elogio che Proust fa (ne Les plaisirs et les jours) della cattiva musica: «Detestate la cattiva musica, non disprezzatela. Dal momento che la si suona e la si canta ben di più, e ben più appassionatamente, di quella buona, ben di più di quella buona si è riempita a poco a poco del sogno e delle lacrime degli uomini… Quante melodie, di nessun pregio agli occhi di un artista, fan parte della schiera dei confidenti scelti dai giovanotti sentimentali e dalle innamorate! […] Un certo ritornello insopportabile, che ogni orecchio ben nato e ben educato rifiuta all’istante di ascoltare, ha accolto in sé il tesoro di migliaia di anime, conserva il segreto di migliaia di vite, di cui fu la viva l’ispirazione, la consolazione sempre pronta, sempre aperta sul leggio del pianoforte, la grazia sognante e l’ideale […] Uno spartito di mediocri romanze, consumato per aver troppo servito, deve commuoverci come un cimitero o come un villaggio. Che importa che le case non abbiano stile, che le tombe scompaiano sotto le iscrizioni e gli ornamenti di cattivo gusto.
Da questa polvere può levarsi in volo, davanti ad una immaginazione abbastanza benevola e rispettosa da mettere a tacere un attimo la sua alterigia estetica, lo stormo delle anime recanti nel becco il sogno ancora verde che faceva loro presentire l’altro mondo, e le induceva a gioire o a piangere in questo».
Ed ecco come talora l’imperfezione narrativa diventa essenziale nell’arte.

Carlo Alberto Ghigliotto

Filosofo, autore di saggi di semiotica, estetica medievale, storia dell’arte e della filosofia. La sua attività di saggista, bibliofilo e giornalista, è legata agli studi classici maturati nelle realtà del pensiero debole e dell’etica leopardiana. Studia filosofia prestando fede alla teoria de “Il pensiero ancestrale” di Manlio Sgalambro: considera l’attività filosofica come una prassi individuale di ascetismo e atarassia; distante dalle aule universitarie e dai percorsi accademici convenzionali (ancora in parte legati all’idealismo di Croce e Gentile).

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