Macchina del tempo

Andrea Camilleri, l’ultimo dei giganti

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July 17, 2019

Se n’è andato davvero; il mondo è rimasto quasi incredulo di fronte alla scomparsa di Andrea Camilleri, uno degli scrittori italiani contemporanei più famosi al mondo. Probabilmente ora non apprezzerebbe tutte le parole di lode che vengono pronunciate in giro per il mondo, neppure queste.
Gli omaggi al maestro siciliano erano cominciati già un mese fa, quando venne ricoverato in condizioni precarie al Santo Spirito di Roma e da stamattina il suo nome appare ovunque e si moltiplicano i pensieri d’affetto dei suoi lettori.

“Maestro, non rompa i gabbasisi. Abbiamo ancora bisogno di lei”

è solo uno dei tanti Tweet apparsi in rete poche settimane fa. Ma qual è l’eredità che ha lasciato Camilleri?
I suoi libri pluripremiati sono tradotti in decine di paesi, successi di romanzi prestati al piccolo e al grande schermo, scritti con una parola visiva, che hanno fatto di un uomo ormai già anziano una stella della letteratura. Senza perdere, sfiorando il secolo d’età, l’entusiasmo di un “picciriddu” e la sottile ironia di un vero siciliano.
Con la sua calda voce rauca ha raccontato le vicende minori di una generazione che ha vissuto gli errori del regime, gli orrori della guerra e i primi gemiti della repubblica.
Aveva nel frattempo perso la vista e, come sosteneva, cominciato a vedere i retaggi narrativi degli antichi aedi greci, poeti in grado di raccontare realtà invisibili. Aveva assunto i panni di Tiresia e raccolto l’eredità spirituale di una terra di miti e sofisti, periferica e al centro del mare, da sempre isola di scrittori sedotti dal suo stupore antico.
Lui, lo scrittore rinchiuso nella torre d’avorio che, accendendo una sigaretta con quella appena finita, diventava padre dell’ennesima avventura del commissario più famoso d’Italia, lavorava tranquillo nel silenzio di uno studio raccolto lontano dai problemi del set e così vicino ai rumori del piccolo mondo antico di Vigata. Perché i romanzi di Nenè, ambientati in una Sicilia inebriante, tra la periferia di una Vigata poetica e profetica e il terrazzo del commissario, hanno raccontato un Montalbano di carta reale in un mondo reale, così vero da essere l’autentico parallelo dell’immaginario dell’autore. In questi vent’anni il maestro non ha fatto altro che raccontare l’Italia, ha vissuto e riportato quello che stava e sta accadendo nel nostro paese. Talora il protagonista è riuscito a fare, come si dice, giustizia; ma altre volte (sicuramente più numerose) si è dovuto arrendere davanti all’incapacità sua e della stessa Italia di poter dire la verità. Probabilmente in questo risiede il successo del nostro Montalbano: nell’essere autenticamente umano, lontanissimo dall’eroe e quanto più vicino al padre che tutti vorremmo e che, forse, in qualche modo, abbiamo cercato di avere. Tutti noi abbiamo inseguito, nella nostra vita, una figura simile, una figura giusta.
Ma bando ai ricordi melensi, Camilleri ha sempre conservato diversi Montalbano nel cassetto, assieme alla curiosa fine dello stesso commissario, immersa in un dialogo narrativo che coinvolge persino Nenè. Un’avventura straordinaria che, per noi, lettori e spettatori, non è ancora finita.
Perché, se di tutto resta un poco, gli ultimi a morire sono i giganti, ma ora questo non dipende più da lui, dipende da noi.

Carlo Alberto Ghigliotto

autore di saggi di semiotica, estetica medievale, storia dell’arte e della filosofia. Ha scritto brevi romanzi incentrati sull’arma letteraria dell’umorismo e giocando con la questione del riso, talora declinata in chiave post-moderna.

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