Macchina del tempo

21 luglio 1951: Robin Williams

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July 21, 2019

Se si spulciano le immagini di Google, non ci sono molte fotografie in cui Robin Williams appare con un’espressione seria. Ha sempre quel volto allegro e cordiale, sembra essere una persona educata, una di quelle che salutano quando entrano in un negozio e fanno lo stesso quando escono.

Robin Williams è uno di quegli attori indimenticabili che interpreta eroi del quotidiano. Ad esempio ne “L’attimo fuggente” (1989) interpreta un professore di lettere che lascia il segno sui propri ragazzi, sia per il suo metodo di insegnamento sia rispetto ai canoni rigidi della scuola: è vivace e rivoluzionario, pone sotto i riflettori l’umanità, i sogni e le speranze dei ragazzi.

Robert DeNiro e Robin Williams in Risvegli (1990)

Oppure quando impersona il dottor Sayer ne “Risvegli” (1990), un film drammatico, in cui il titolo si rifà all’effetto provocato da un farmaco sui pazienti affetti da Parkinson, ormai catatonici. Il Dottor Sayer, infatti, somministra la medicina a Leonard Lowe (Rober DeNiro) permettendogli, purtroppo solo per un breve periodo e con conseguenze terribili (tic, allucinazioni e aggressività), di uscire dal suo stato catatonico e quindi di risvegliarsi. Medico e paziente diventano amici stretti, legati da una speranza condivisa ma quando il secondo tornerà al suo stato catatonico, l’altro rimarrà deluso da sé stesso e affranto.
O, ancora, nel ruolo di papà in “Mrs. Doubtfire” (1993), dove fa qualunque cosa per passare più tempo con i suoi bambini, persino travestito da donna e senza far sapere loro la sua vera identità.

Robin Williams in “Mrs Doubtfire” (1993)

Un film straordinario, toccante, commovente che mostra come l’amore di un genitore possa superare ogni cosa, a volte perfino la legge.
Nel 1995 è Alan Parrish in “Jumanji”: Alan è rimasto imprigionato nel gioco all’età di dodici anni nel 1969, ritorna alla realtà e scopre che la città è completamente diversa da come se la ricordava dopo aver passato 26 anni lontano dalla civiltà.
Nel 1999 interpreta “L’Uomo Bicentenario”: la storia di Andrew Martin, uno dei primi robot esistenti di proprietà della famiglia Martin. Il robot ha un legame molto profondo con la figlia minore della famiglia, “Piccola Miss”. Il signor Martin si accorge subito che quello che sta in casa sua, non è un robot normale, non è semplicemente un ammasso di ferraglia senza sentimenti. Così decide di rendere la vita del robot migliore e lo tratta non più solo come un servo, gli insegna a costruire e riparare oggetti e gli permette di acculturarsi e documentarsi. Il tempo passa e Andrew costruisce molti orologi e ha anche un ottimo ricavato dalla vendita degli stessi, “Piccola Miss” si sposa e Andrew è quasi perfettamente umano, indossa persino i vestiti. Le vicende si susseguono attraverso scene commoventi e toccanti, rese ancora più speciali da Robin Williams e dalla sua sconcertante bravura nell’interpretare un ruolo così difficile.
Nel 2006 esce un thriller, “Una voce nella notte”, in cui è un romanziere (Gabriel), appena lasciatosi con il compagno, che entra in contatto con un’assistente sociale di nome Donna e un bambino di nome Pete (che rappresenta il figlio che non ha mai avuto). Gabriel raggiungerà il paese in cui la donna e il piccolo abitano, ma scopre che le cose sono molto diverse da come gli erano state presentate da Donna.
Sempre nel 2006 esce anche “Una notte al museo” con il grande Ben Stiller, in cui Williams è Theodore Roosvelt.

Come sappiamo però, il mondo di Hollywood non è solo fatto di bei vestiti e tappeti rossi; è composto anche da un lato oscuro lontano dai riflettori e dai premi in cui alcuni, tra cui Robin Williams, cadono. Negli anni ’80 è sospettato di uso di cocaina e diversi siti sostengono la presenza dell’attore nella terribile notte in cui morì, a causa di overdose, John Belushi (che abbiamo visto in “The Blues Brothers”).
Tutto ciò però non impedì al pubblico di apprezzarlo, anzi è sempre stato uno degli attori più amati del grande schermo. Forse anche perché Williams non rappresentava l’attore di Hollywood classico, bello e affascinante, ma era una persona normale, un attore che poteva rivestire ruoli completamente differenti senza mai stancare.
Robin Williams ci ha fatti divertire, commuovere e ci ha tenuti anche sulle spine attraverso i suoi personaggi, ma ci ha lasciati troppo presto: l’11 agosto del 2014 si suicidò nella sua casa di Paradise Cay, in California. Le cause non sono chiare: alcuni sostengono che soffrisse di Parkinson, altri di depressione, altri ancora che avesse una malattia neurodegenerativa. Quello che conta sottolineare, però, è che Robin Williams ci ha lasciati all’età di 63 anni e a volte i fan pensano che l’attore sia i personaggi che fa. Quindi Robin Williams sarebbe dovuto essere sempre allegro, una persona felice che trovava nell’ironia la forza per andare avanti, purtroppo non è sempre così. Tuttavia, i suoi film e la sua maestria nell’interpretare qualsiasi ruolo, lo renderanno sempre indimenticabile.

https://www.vulture.com/2018/05/the-story-of-robin-williamss-last-night-with-john-belushi.html

di Alessandra Sansò

Laureata Triennale in Scienze e Tecniche Psicologiche presso l’Università degli Studi di Genova con una tesi dal titolo “Perizia psichiatrica e pericolosità sociale”. Attualmente è iscritta al Corso di Laurea Magistrale in Psicologia Clinica e di Comunità presso lo stesso Ateneo.

 

 

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