Narrativa

Il tormentone 3MSC dagli inizi ad oggi

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July 23, 2019

Chi ha vissuto i primi anni 2000 non può non ricordarsi, tra i Diddle glitterati e le note de “La tipica ragazza italiana”, il fenomeno 3MSC, che all’epoca spopolava da qualsiasi parte: dagli astucci “Le mocciose”, in onore dell’autore, alle foto di Riccardo Scamarcio sulle copertine di Cioè, alla moda dei lucchetti.

Un successo, quello di Moccia, che lo ha portato inevitabilmente a continuare la storia d’amore tormentata dei due protagonisti, Step e Babi, nel sequel “Ho voglia di te”. Ma il fenomeno, ormai esaurito, è tornato in auge nel 2017, con il terzo (e speriamo ultimo) capitolo della saga: “Tre volte te”.

Se “Tre metri sopra il cielo” può, in extremis, essere accettato come portatore di una sorta di genere a suo modo innovativo, “Ho voglia di te” rasenta il limite dell’assurdo. E “Tre volte te” inferisce il colpo di grazia. Che poteva essere tranquillamente evitato.

Cerchiamo di andare con ordine e capire perchè.

 

Tre metri sopra il cielo

La trama di “Tre metri sopra il cielo” si può riassumere in poche righe: Babi, ricca snob dei Parioli, si innamora di Step, teppista motorizzato che trascorre le sue nottate tra corse in moto clandestine, risse e donne. Intorno a Babi e Step vediamo Pallina e Pollo (un nome, un programma), la coppia di migliori amici. La storia seguirà un continuo di alti e bassi della coppia fino a concludersi con il finale, tragico, che vede la morte di Pollo, la rottura definitiva di Babi e Step e la partenza di quest’ultimo per l’America.

Le cose che non funzionano in questo romanzo sono molte.

-Innanzitutto i personaggi clichè:

Step, il nostro bad boy, che da Don Giovanni seriale perde la testa per la classica ragazzina viziata e superficiale che suscita odio nel lettore già da pagina 2.

Babi, ipocrita senza vergogna, che lascia il fidanzato tre minuti dopo la morte del suo migliore amico, attribuendogli colpe che per una volta, stranamente, Step non ha. Ah, che fidanzata modello.

-Il romanticismo nauseante della storia, dall’ambientazione della prima volta di Babi e Step alla scritta sul muro che darà il nome al romanzo.

-La scrittura di Moccia, che nonostante la crisi ecologica con i suoi aggettivi e le sue descrizioni continua imperterrito a disboscare foreste.

-Ma soprattutto, i messaggi che trasmette: chi non ha sognato un giro in sella alla moto di Step alla Serra, anche a costo di lasciarci la pelle? E chi non ha desiderato rubare il cane alla professoressa di greco che con le sue versioni di Erodoto ci ha costretti a studiare anche ad Agosto? Per non parlare della casa abbandonata che Step sceglie come location ideale per la prima volta con Babi, e chi se ne importa se non ha le chiavi per entrare? Rompiamo qualche vetro, che problema c’è.

A tredici anni, l’unica cosa che vorresti è essere Babi. A sedici, cominci a capire che le storie d’amore non funzionano esattamente così. A diciotto, capisci che devi rivedere le tue letture.

Soprattutto, ciò che ha contribuito al successo del libro è stata la trasposizione cinematografica. Chi meglio di Riccardo Scamarcio poteva ricoprire il ruolo del bello e dannato?

I suoi occhi verdi, le musiche strappalacrime e il ritmo incalzante del film riescono a coprire persino la penosità della recitazione e a recidere la scrittura esagerata di Moccia. Per non parlare dei nomi delle marche che sostituiscono quelli degli oggetti (es: “Tira fuori il Nokia dalla tasca della Eastpack”). Per fortuna, nelle rappresentazioni cinematografiche dei suoi romanzi, è rimasta solamente la trama (e i dialoghi di medio livello).

Il finale è l’unico elemento che rende verosimile la narrazione: una storia come quella di Babi e Step non poteva che finire. Due mondi troppo diversi, due caratteri troppo distanti e forti perchè la relazione durasse più di qualche mese. E il povero Pollo fa da capro espiatorio.

Ho voglia di te

Quello che poteva considerarsi uno young adult discutibile, una meteora di successo nella letteratura adolescenziale, viene prolungato a forza nel sequel “Ho voglia di te”. E se possibile, il contenuto si appiattisce ancora di più.

“Ho voglia di te” sembra anticipare la serie tv “You”, solo che anzichè mostrare il lato agghiacciante dello stalking, Moccia ci rivela come questo sia romantico e utile per trovare il vero amore.

La Sweet but Psycho romana è qui Gin (niente, non ce la facciamo ad utilizzare il nome di battesimo), modella televisiva che farà ritrovare a Step l’amore che pensava che non avrebbe mai più avuto dopo Babi.

Ma Babi non è fatta per rimanere dietro le quinte, perciò ritorna, più sexy che mai, e usa Step per capire se l’uomo che sta per sposare è quello giusto. Chi se ne importa se la notte di passione tra i due porterà Gin a lasciare Step?

Ma il pezzo forte del libro è Daniela, sorella prodigio di Babi che rimane incinta dopo una serata da sballo (in tutti i sensi) in discoteca, sotto gli occhi della migliore amica, che anzichè fermarla si limita a comunicarle ciò che è successo la mattina dopo.

Tuttavia, il libro non si discosta molto dal primo capitolo della saga: stessa ragazza bella, giovane (e vergine) per cui Step perde la testa; stesso finale tragico; stessa morte improvvisa di uno dei personaggi cari a Step; stesso atto vandalico sui muri di Roma per giustificare il titolo del romanzo.

Eppure, anche “Ho voglia di te” ai tempi fece un successo enorme.

Tre volte te

E ora, addentriamoci negli abissi della letteratura.

Penso non ci sia un aggettivo appropriato per descrivere la superficialità di questo romanzo, perciò lascerò che ognuno di voi ricerchi quello più opportuno.

“Tre volte te” è ambientato diversi anni dopo “Ho voglia di te” e vede di nuovo il triangolo Babi Step e Gin. Esatto. Sono passati anni, ma i soprannomi adolescenziali persistono (Pallina compresa).

In questo romanzo si chiudono a forza situazioni che si erano già concluse in passato: Daniela ritrova il padre del bambino, competamente a caso (ricordiamoci che non ricordava con chi avesse avuto rapporti nel bagno della discoteca); si scopre che la morte di Pollo in realtà era stata voluta proprio da lui dopo aver scoperto di essere malato; ma soprattutto, veniamo a scoprire che la notte passata tra Step e Babi dieci anni prima ha dato vita a un bambino, Massimo.

Babi infatti una mattina si sveglia e decide di vuotare il sacco con Step e lui, nonostante stia per sposare Gin, non solo la perdona per aver taciuto la verità per tutti quegli anni, ma addirittura inizia con lei una relazione. Penso che il detto “un uomo tra due dame fa la figura del salame” sia stata coniata proprio per Step, che ce lo rivela a più riprese.

Come Moccia decide di risolvere la situazione? Siccome il suo Step non è in grado di prendere una decisione da solo ma si lascia guidare dalle sue pulsioni, l’autore opta per un discutibile deus ex machina: Gin, infatti, muore di tumore, senza che nessuno si sia accorto della malattia, dopo aver lasciato al marito una figlia. E Babi e Step possono finalmente vivere felici e contenti.

Se i due libri precedenti, per quanto di basso livello e con una trama di dubbio gusto, potevano a tratti far sorridere, o addirittura strappare una risata di fronte al trash e ai personaggi, ciò che invece rimane dopo la lettura di “Tre volte te” è il senso di disgusto. Step è una persona orribile, non si è fatto problemi a tradire Gin ripetutamente mentre la ragazza stava affrontando la malattia, il tutto per poter poter avere il finale da favola con Babi. E la povera Gin muore senza che nessuno quasi se ne accorga, dopo aver scoperto che razza di uomo ha deciso di sposare.

Che dire di questo terzo libro? Di sicuro, che era evitabile. Moccia era riuscito a far chiudere Step con il passato in “Ho voglia di te”, Babi e Step avevano capito che non erano più compatibili, eppure dieci anni dopo dobbiamo assistere alla morte silenziosa di Gin per poter vedere Babi e Step in procinto di trasferirsi nella casa della loro prima volta.

E non ha senso nemmeno dilungarsi su come Moccia abbia affrontato tema del cancro, descritto qui con la profondità di una piscinetta gonfiabile.

Tuttavia i fan, che da sempre sognano il finale da favola tra Babi e Step, sembrano aver apprezzato l’epilogo, e “Tre volte te”, diventato brevemente un best seller, pare stia per diventare un film.

Come spesso accade, al peggio non c’è mai fine.

Michela Bianco

Vive a Torino dove studia Scienze della Mediazione Linguistica. Da sempre appassionata di narrativa e scrittura creativa, incuriosita e stimolata alla cultura dall’ambiente in cui è cresciuta, ha partecipato a numerosi concorsi letterari italiani e a corsi di scrittura, e attualmente sta seguendo la pubblicazione del suo primo romanzo.

 

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