Filosofia

Il pessimismo ci aiuta a vedere la realtà. Al contrario del pensiero positivo.

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July 26, 2019

Siamo tutti venuti a contatto almeno una volta col famoso “pensiero positivo”. C’è chi, esponendo i propri problemi alla ricerca di una mano amica, si è sentito rispondere con “non essere così disfattista, pensa positivo!”. Oppure chi ha incontrato manager e formatori convinti che per fare successo bastasse focalizzarsi sui pensieri positivi, scacciando quelli negativi. Addirittura c’è chi subisce pesanti critiche se solo osa vivere un periodo più buio del solito senza affrontarlo con positività. Queste possibili varianti rientrano tutte in quello che con sagacia la psicologa tedesca Gabriele Oettingen ha definito “culto dell’ottimismo”, l’idea, o piuttosto il dogma, per cui l’unico modo sicuro, facile e veloce per vedere i nostri desideri e sogni concretizzarsi sia immaginare con forza e convinzione che essi si realizzino. La retorica che accompagna questa strategia motivazionale invita a vedere sempre il buono di ciò che ci accade, senza considerare gli ostacoli e le difficoltà che ci circondano. Ne consegue che tutto quel che ha vagamente a che vedere con il pessimismo, o presunto tale, viene totalmente condannato come limitante, fastidioso e da dover evitare ad ogni costo. Questo secondo un altro mantra del culto secondo cui pensare negativamente attira cose negative, al contrario del pensare positivamente che attrae cose positive.

Lo scopo di questo articolo è di mostrare quanto sia limitante questo tipo di visione del mondo che non lascia spazio a nessun tipo di negatività. Nel fare questo, dirigerò l’attenzione anche verso un certo tipo di letteratura che viene comunemente definita “pessimista” ma che ritengo essere decisiva e fondamentale per comprendere meglio il mondo in cui viviamo e come affrontarlo al meglio.

Origini e storia del culto dell’ottimismo.

Non si può indicare con esattezza l’anno in cui il pensiero positivo ha iniziato prepotentemente ad imporsi. Inizia ad emergere intorno agli anni 60-70 del 1900 in America, insieme ai movimenti di rivoluzione sessuale e, soprattutto, ai movimenti New Age che rileggono con un taglio più occidentale dottrine esoteriche generalmente provenienti dall’Oriente tanto antico quanto recente.
In poco tempo, il pensiero positivo si diffonde a tutti i livelli della società. Moltissime star del momento della televisione dichiarano ad alta voce il loro sogno di diventare famose nei talent show più gettonati, affermando con convinzione che riusciranno a scalare facilmente le classifiche e a prevalere sugli/lle avversari/e. Le pubblicità mostrano persone sempre sorridenti e positive come modelli di successo. Tantissimi musicisti pop celebrano il potere dei sognatori di cambiare il mondo e i politici di ogni fazione lanciano messaggi di speranza di ripresa sociale ed economica (come scordarsi il celebre Yes, we can! del presidente democratico Barack Obama). Le aziende si riempiono di coach, professionisti specializzati nella formazione delle risorse umane che basano il loro insegnamento proprio sul pensiero positivo. Moltissimi guru della New Age, se non tutti, celebrano il pensiero positivo come la panacea capace di risolvere qualsiasi problema e ostacolo.

 

Critiche al pensiero positivo.

Alcune delle critiche più sistematiche e serrate al culto dell’ottimismo provengono dall’Europa, che ha sì conosciuto il fenomeno, ma che ha resistito di più ad una sua diffusione capillare.
Vale la pena qui riportare il pensiero di Byung-chul Han, professore di filosofia politica presso l’università di Berlino. Ci dice infatti in un celebre saggio, “Psicopolitica”, di fare attenzione a questa mania di positività che nasconde in sé un meccanismo molto più subdolo di quanto si possa credere. Infatti il soggetto che abbraccia questo modo di intendere il mondo si ripete continuamente “Io posso”, convincendosi che così facendo riesca a raggiungere felicità e risultati nel modo migliore possibile ed immaginabile. Non si rende conto che questo “Io posso” è in realtà un “Io devo” mascherato, proveniente da un dictat più generale e potente che recita “Tu devi”. Han ci spiega che il tanto acclamato pensiero positivo non è altro che una strategia del capitalismo più spietato, il quale ha trasformato la dialettica hegeliana del servo-padrone in una lotta tutta individuale ed interiore. Proprio in ciò consiste la Psicopolitica, una prassi che in maniera quasi impercettibile ci indirizza e ci domina.
Sul piano psicologico è invece illuminante la ricerca della già citata psicologa Gabriele Oettingen, che in seguito ad esperimenti compiuti su vari campioni di persone ha scoperto come in realtà il pensiero positivo non aiuti a raggiungere i propri obiettivi, tutto il contrario. Troppa immaginazione sui propri sogni e desideri manda dei segnali al cervello tali per cui provi sensazioni analoghe all’aver realmente conseguito quei risultati su cui si sta fantasticando. Se si vuole ottenere concretamente quel che si desidera, l’azione deve essere preceduta da una corretta formulazione della motivazione che non si deve fermare ai risultati e deve invece considerare gli ostacoli da superare e il piano per superarli (e non per aggirarli con una consolazione immaginifica). 

Pessimismo e realtà: la vita nella sua totalità.

Proprio ad Oettingen è possibile collegarsi a quella corrente di pensiero che normalmente cade sotto il nome di “pessimismo”. Va fatta però una precisazione terminologica a riguardo, poiché moltissime delle menti che oggi noi riteniamo appartenere a quella categoria non si identificavano in essa. È il “volgo” che ha voluto usare il termine pessimismo per designare questi autori. Non si può approfondire qui il discorso per motivi di spazio, ma sarà bene che il lettore si renda conto dell’insufficienza della parola che ho usato e userò.
Fatta questa precisazione, possiamo procedere nella rivalutazione di quell’approccio alla vita che molto spesso i fanatici del pensiero positivo hanno denigrato come limitante, se non pericoloso. In questa accusa spesso non si fanno doverose distinzioni tra chi realisticamente propone una teoria sul mondo che includa anche gli aspetti negativi e chi invece si focalizza prevalentemente sui problemi senza sforzarsi a guardare oltre. Sono i primi che in questo discorso ci interessano, perché sono loro che ci forniscono la chiave per affrontare senza illusioni (positive o negative) quello che filosoficamente si intende come “il problema dello stare al mondo”. Rispondere a domande come “qual è il senso della vita?” o “perché esistiamo?” è la missione principale di questi individui. Riporto come esempio l’inizio de “Il mito di Sisifo” del celebre filosofo esistenzialista francese Albert Camus:

“Vi è solamente un problema filosofico veramente serio: quello del suicidio. Giudicare se la vita valga o non valga la pena di essere vissuta, è rispondere al quesito fondamentale della filosofia. Tutto il resto – se il mondo abbia tre dimensioni o se lo spirito abbia nove o dodici categorie – viene dopo. Questi sono giuochi: prima bisogna rispondere.”

Le parole di Camus sono significative e non è un caso che siano in apertura ad un testo che mira ad affrontare il concetto di assurdo, quella condizione apparentemente insuperabile che si esprime magistralmente nella figura di Sisifo, costretto a spingere un masso fino in cima ad una collina per poi essere travolto da esso per l’eternità. La persona, ci dice Camus, è completamente immersa in un mondo che apparentemente non ha significato alcuno ed è costretto/a ad una sofferenza a cui sembra non esserci rimedio. L’uomo assurdo, così lo chiama il filosofo, non ha molte alternative per sottrarsi a tutto questo se non rinchiudendosi in un’apatia tale, la quale risponde a questa mancanza di significato. È così che l’esistenzialista ci descrive il protagonista del suo celebre romanzo “Lo straniero”, un uomo indifferente a tutto, persino alla sua morte.


Tuttavia, questo discorso non è la risposta al quesito, ma è solo una premessa necessaria ad un altro discorso. Una volta che ci siamo resi conto che il mondo non ha senso di per sé, ci dice Camus, abbiamo due possibilità: soccombere a questa mancanza di senso, o combatterla costruendo il proprio senso e il proprio scopo nel mondo. Così il pensatore francese scrive successivamente alla trilogia dell’assurdo “L’uomo in rivolta”, il saggio che determina il passaggio dall’uomo assurdo all’uomo che lotta per trovare sé stesso nel suo ambiente e negli altri.
Camus è un esempio cardine di come un pensiero che superficialmente si indicherebbe come pessimistico sia in realtà una lucida e spietata analisi della realtà che infine fornisce una soluzione ragionevole e sensata. E lo stesso si può dire di grandi individui come Giacomo Leopardi, Osamu Dazai o Milan Kundera, che, insieme a tanti altri sono riusciti a sottolineare la complessità di una vita che fa paura ma che non si può affrontare se ci si limita a chiudere gli occhi di fronte a ciò che è difficile e non piace. Non è infatti focalizzandosi unicamente sul negativo o sul positivo che si trova la soluzione ai propri problemi. Bisogna avere il coraggio di accettare anche l’ombra nascosta nella luce se si vuole vivere realmente. Non indossare finti sorrisi che raccontano una storia che non ci appartiene, come vorrebbero gli accoliti del culto dell’ottimismo.

Giulio Mastrorilli

Studente di Filosofia presso l’università vita-salute San Raffaele. Oltre allo studio della filosofia, si interessa di psicologia, antropologia e teatro. Collabora con l’associazione Tlon e con Edizioni Tlon presso cui ha lavorato alla redazione di tre libri (Ad occhi aperti di Mariana Caplan, Elogio dell’idiozia di Riccardo dal Ferro e Le porte dell’immaginazione di Igor Sibaldi).

 

 

Bibliografia.
Han B., Psicopolitica, nottetempo, Roma 2016
Camus A., Caligola, Bompiani, Milano 1983
Camus A., Il mito di Sisifo, Bompiani, Milano 1994

Camus A., Il primo uomo, Bompiani, Milano 1994
Camus A., Lo straniero, Bompiani, Milano 1947
Camus A., L’uomo in rivolta, Bompiani, Milano 1957
Dazai O., Lo squalificato, Feltrinelli, Milano 1962
Hegel G. W. F., Fenomenologia dello spirito, Bompiani, Milano 2000
Kundera M., Lo scherzo, Adelphi, Milano 1993
Oettingen G., Io non penso positivo, Edizioni Tlon, Roma 2017

 

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