Macchina del tempo

31 luglio 1919: Primo Levi

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July 31, 2019

Accade facilmente, a chi ha perso tutto, di perdere se stesso.
(Se questo è un uomo, p. 23)

Oggi più che mai è necessario ricordare e mantenere vivida l’immagine nelle nostre menti di persone come Primo Levi.
Perciò queste righe non andranno solamente a evidenziare le grandi capacità letterarie di Levi, ma anche e soprattutto ciò che ha saputo trasmettere attraverso le parole.

“Allora per la prima volta ci siamo accorti che la nostra lingua manca di parole per esprimere questa offesa, la demolizione di un uomo. In un attimo, con intuizione quasi profetica, la realtà ci si è rivelata: siamo arrivati al fondo. Più giù di così non si può andare: condizione umana più misera non c’è, e non è pensabile. Nulla più è nostro: ci hanno tolto gli abiti, le scarpe, anche i capelli; se parleremo, non ci ascolteranno, e se ci ascoltassero, non ci capirebbero. Ci toglieranno anche il nome: e se vorremo conservarlo, dovremo trovare in noi la forza di farlo, di fare sì che dietro al nome, qualcosa ancora di noi, di noi quali eravamo, rimanga.”
(Se questo è un uomo, p. 22)

Primo Levi nasce a Torino il 31 luglio 1919, durante gli anni del liceo classico si dimostra essere un ottimo studente e prosegue i suoi studi iscrivendosi alla facoltà di Scienze dell’Università di Torino, in cui si laurea a pieni voti e con un diploma che lo descrive come “di razza ebraica”.
Fin qui la sua vita è stata come quella di tanti altri (tranne la puntualizzazione sul diploma).
È stata così fino al 5 settembre 1938, data in cui in Italia entrano in vigore le leggi razziali.
Il primo documento che citava la “razza ariana italiana” è del luglio 1938 e presentava diversi punti ritenuti fondamentali per descrivere chi fossero coloro che appartenevano alla razza ariana italiana.
Il “Manifesto della razza” (così era chiamato il documento) sottolineava l’esistenza delle razze (le quali potevano essere grandi o piccole), la razza come concetto puramente biologico, e che “è tempo che gli Italiani si proclamino francamente razzisti”.
Quindi, in quegli anni Primo Levi e molti altri ebrei dovevano sopportare azioni indicibili nei loro confronti: espulsione dalle scuole, chiusura dei negozi e, nel 1939, erano state promulgati limitazioni e divieti ad alcune professioni come giornalisti, medici, avvocati, ingegneri, architetti, geometri e molti altri.

“Questo mi riempie di sdegno, pure già so ormai che è nel normale ordine delle cose che i privilegiati opprimano i non privilegiati: su questa legge umana si regge la struttura sociale del campo.” (Se questo è un uomo, p. 39)”

Nel 1943 Levi viene catturato dalle milizie fasciste, insieme ad altri partigiani, e spedito nel campo di concentramento di Fossoli. Un anno dopo insieme a molti, moltissimi altri individui che avevano come unica colpa l’essere ebrei oppure omosessuali oppure chissà che altro, viene internato nel campo di concentramento di Auschwitz. Lì viene registrato con il numero 174.517. La chimica contribuisce alla sua sopravvivenza, infatti Levi lavora nell’impianto chimico di Buna. L’esperienza di Auschwitz lo forma e lo trasforma.
Quando arrivarono ad Auschwitz erano in 650, tornarono a casa in 20.
Primo Levi è uno di quei 20 e descrive la sua esperienza ad Auschwitz nella sua opera più famosa “Se questo è un uomo”.
Il 27 gennaio 1945 viene liberato dai Russi, ma per essere rimpatriato dovrà aspettare ottobre.

“Se dall’interno dei Lager un messaggio avesse potuto trapelare agli uomini liberi, sarebbe stato questo: fate di non subire nelle vostre case ciò che a noi viene inflitto qui.” (Se questo è un uomo, p. 55)

Nel 1947, due anni dopo il suo ritorno a casa, viene pubblicato “Se questo è un uomo”.
Ho letto “Se questo è un uomo” da adulta, non al liceo come molti. Non riuscivo a leggerne più di qualche pagina per notte, benché volessi vedere come andava avanti. Ogni pagina era più pesante di quella precedente e la leggevo con angoscia, chiedendomi quali altri momenti terrificanti avrei dovuto leggere, non con quella curiosità che travolge quando si sprofonda in un libro che piace, che avvince dicendo a te stesso “Vediamo come va a finire!”.
Sapevo come andava a finire, ma continuavo con il groppo in gola perché è giusto che si leggano libri come questo. Perché sono opere che suscitano domande in ognuno e sta a lui fare i conti con la realtà e darsi delle risposte.

Nel 1963 esce quello che è considerato il seguito di “Se questo è un uomo”: “La tregua”. In questo volume viene narrato il ritorno a casa: il racconto comincia con il 27 gennaio 1945, con la liberazione, e prosegue con gli incontri che Levi fa con altri prigionieri, la fine della guerra. Un inno alla speranza, alla fine di un’era e all’inizio di un’altra.
In questo libro Levi vede ciò che lo circonda in modo differente, vede un futuro, sente l’amore per la vita, si sente un uomo come gli altri. Cambia il modo di scrivere di Levi, passando dalla cupezza e dal buio di “Se questo è un uomo”, a un’atmosfera più leggera e speranzosa.
Nel 1982 esce “Se non ora quando?”, un romanzo che tratta le avventure di alcuni partigiani ebrei, russi e polacchi per sopravvivere dopo essere fuggiti dai loro paesi. Questo romanzo segue molto la scia de “La tregua”, tuttavia non racconta una storia vera, ma inventata.
L’ultimo capolavoro di Levi è intitolato “I sommersi e i salvati” (1986). In questo libro Levi rivolge la riflessione anche ad altre situazioni simili a quella vissuta da lui ad Auschwitz, citando, ad esempio, i gulag sovietici.
Qui, Levi invoca la memoria dei lettori, il mantenere vivo il ricordo affinché non si commettano i medesimi errori.
Levi parla anche della vergogna che attanaglia coloro che si sono salvati, i sopravvissuti. Loro sono quelli che dovranno portare con sé il dolore, non solo per essere stati in quei campi, ma anche per non aver potuto salvare gli altri.

“A molti, individui o popoli, può accadere di ritenere, più o meno consapevolmente, che «ogni straniero è nemico». Per lo più questa convinzione giace in fondo agli animi come una infezione latente; si manifesta solo in atti saltuari e incoordinati, e non sta all’origine di un sistema di pensiero. Ma quando questo avviene, quando il dogma inespresso diventa premessa maggiore di un sillogismo, allora, al termine della catena, sta il Lager. Esso è il prodotto di una concezione del mondo portata alle sue conseguenze con rigorosa coerenza: finché la concezione sussiste, le conseguenze ci minacciano. La storia dei campi di distruzione dovrebbe venire intesa da tutti come un sinistro segnale di pericolo.” (Se questo è un uomo, p.5)

Primo Levi si toglie la vita l’11 aprile 1987.
Questa testimonianza, come quella di altri come Liliana Segre, dimostra che gli esseri umani sono capaci di qualsiasi cosa. Sono capaci di comportarsi in maniere terrificanti, di fare del male a uomini, donne e bambini.
Coloro che, ancora oggi in una società considerata all’avanguardia, guardano alla sofferenza dell’altro e restano immobili solo perché questo è considerato “diverso” dimenticano che c’è sempre un diverso.
Qualunque altra persona è diversa da me ed è questo che ci rende tutti uguali: la diversità, perché è un tratto comune a tutti noi.
Primo Levi ci ha lasciato un’eredità da tramandare, da ricordare. I suoi libri stanno lì, nelle librerie delle case di tutti noi, e sembrano urlare “Guardate cosa ci hanno fatto.”. E a noi non resta che imparare, che leggere questi libri e rabbrividire, talvolta sarà necessario chiudere improvvisamente il volume perché la realtà che v’è scritta è troppa anche per quelli più forti, ma non dobbiamo smettere di leggere e di scoprire la verità.

Ho scritto questo articolo per ricordare Primo Levi e ciò che ci ha lasciato. Ho ricordato Primo Levi come si dovrebbero ricordare moltissimi altri, che come lui avevano un numero tatuato sulla pelle e non possedevano più un nome. Uomini, donne e bambini che avevano l’unica colpa di essere ebrei. Come se fosse una colpa.
Grazie Primo Levi per averci aperto gli occhi, per aver trasmesso con le tue parole una parte della sofferenza che hai provato, che noi non potremo mai comprendere totalmente.
Alcuni di noi non hanno dimenticato, alcuni di noi hanno imparato che non è sano commettere gli errori del passato, nel presente.

Bibliografia e sitografia:
Se questo è un uomo, Primo Levi, Einaudi Torino, 1989.
http://www.deportati.it/archivio-storico/manifesto_razza/
https://www.panorama.it/news/politica/leggi-razziali-italia-80-anni-razzismo-stato-shoah/
https://www.repubblica.it/dossier/cultura/le-parole-di-primo-levi/2019/05/09news/le_parole_di_primo_levi_auschwitz_diteci_se_questo_e_un_uomo-225792583/
https://biografieonline.it/biografia-primo-levi
https://library.weschool.com/lezione/primo-levi-sommersi-e-salvati-riassunto-e-spiegazione-dell-opera-2880.html
http://www.primolevi.it/Web/Italiano/Contenuti/Opera/110_Edizioni_italiane/I_sommersi_e_i_salvati

di Alessandra Sansò

laureata Triennale in Scienze e Tecniche Psicologiche presso l’Università degli Studi di Genova con una tesi dal titolo “Perizia psichiatrica e pericolosità sociale”. Attualmente è iscritta al Corso di Laurea Magistrale in Psicologia Clinica e di Comunità presso lo stesso Ateneo.

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