Arte

“Uti fontibus haurientes aquam”[1]

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August 2, 2019

Quando andai a trovare mia cugina a Roma, ormai qualche mese fa, ella mi propose di fare qualcosa di straordinario. Come spesso accade, ciò consistette nella cosa più semplice e più genuina possibile: girare a piedi per le strade della città, lasciandoci guidare dalla nostra curiosità e dal fascino atemporale di quella mescolanza di colori, epoche e materiali che caratterizza il tessuto urbano. Niente, o poco, era stato programmato; tutto era da scoprire. Ciononostante, il nostro tranquillo pomeriggio romano ci permise di vivere un’esperienza ancora più inaspettata delle altre, il cui ricordo sopravvive nelle nostre menti in maniera nitida e precisa. Dopo aver passato la mattina nel suggestivo quartiere di Monti ed aver ammirato, con nostra somma gioia, la tomba di Giulio II realizzata da Michelangelo[2], ci dirigemmo verso nord-est, in direzione del Pantheon. Ad al massimo venti passi dalla Fontana di Trevi – ebbene sì, non riuscimmo a resistere a questa tappa un po’ meno improvvisata – girando l’angolo che immette in Vicolo del Puttarello, fummo attirate da un cartello che puntava dritto verso il piccolo ingresso della Cineteca Nazionale e che proponeva invece un’area archeologica, definita “La Città dell’Acqua”. Il nostro spirito avventuriero di quel giorno ci spinse a varcare la soglia d’ingresso, anche se il dubbio di aver frainteso l’indicazione del cartello si dileguò solo una volta terminata le scale che, poco oltre la biglietteria, scendono sotto l’attuale livello del suolo. Così, con un po’ di diffidenza, arrivammo fino all’ultimo gradino e, lì, ogni incertezza svanì dai nostri occhi, spinta via dalla meraviglia per quello che ci trovammo di fronte.

Figura 1: Vista dell’area archeologica da una delle passerelle

Quasi un altro mondo si apriva al termine della scalinata (fig. 1): delle antiche costruzioni in rovina apparivano organizzate su più livelli, in un modo a prima vista confuso e difficile da discernere; grandi blocchi uniformi di pietra e mattoni si mescolavano a piccoli archi di congiunzione, resti di reticoli di pareti, cavedi, gradini di scale; un po’ più in fondo si apriva un’ampia vasca con pilastri quadrangolari. E poi, il rumore e l’odore dell’acqua, che ci spinsero a cercarla tra i muri antichi, su e giù per le passerelle che percorrono dall’alto il sito nella sua estensione. Come potemmo leggere sui pannelli informativi, ci trovavamo in un antico isolato romano costruito sul Vicus Caprarius (VII regio via Lata[3]). In particolare, si trattava di due edifici posti uno affianco all’altro, con funzioni indipendenti e storie molto diverse. Il primo, identificato come “edificio nord”, era un complesso abitativo costruito già in età neroniana (54 – 68 d.C.), costituendo così una delle insulae più antiche finora note a Roma[4]. Nel IV secolo d.C. venne trasformato in una domus, attraverso una serie di ristrutturazioni che resero il complesso più monumentale, come l’inserimento della decorazione musiva e la sostituzione degli scalini in laterizio con lastre in travertino, marmo bianco e greco scritto[5]. Doveva possedere un cortile centrale e almeno tre piani, ma si è conservato solo fino alla scala tra il primo ed il secondo. Infatti, verso la metà del V secolo, l’edificio venne danneggiato e abbandonato in seguito ad un incendio.

Figura 2: Resti di scalinata con rivestimento marmoreo, edificio nord

Per quanto riguarda il secondo complesso, l’“edificio sud”, anche la sua edificazione risale all’età neroniana ma il suo aspetto attuale rispecchia le profonde trasformazioni che la struttura subì in età adrianea (117 – 138 d.C.). In quel torno d’anni, lo spessore di pareti e pavimenti, un tempo probabilmente relativi ad ambienti pubblici, venne raddoppiato e la loro superficie venne ricoperta da uno strato di intonaco idraulico: l’obiettivo era costruire un grande serbatoio idrico di circa 150.000 litri di capacità (fig. 3).

Figura 3: Il serbatoio idrico dell’edificio sud

Secondo gli archeologi che si occuparono dello scavo, à savoir Antonio Insalaco e Claudio Moccheggiani Carpano, quello che avevamo di fronte agli occhi, e sotto i piedi, era un castellum aquae, un serbatoio di distribuzione connesso al cosiddetto Acquedotto Vergine, voluto da Agrippa per alimentare le terme del Campo Marzio ed inaugurato nel 19 a.C.. Giusto mezz’ora prima, osservando la Fontana di Trevi, mia cugina ed io ci eravamo chieste da dove provenisse l’acqua: ecco che, del tutto casualmente, ci eravamo ritrovate “immerse” nella risposta alle nostre domande. Infatti, scoprimmo che la stessa acqua che scorre nell’Acquedotto Vergine[6], la cosiddetta Aqua Virgo[7], e che è presente ancora oggi nel sito archeologico, sgorga non solo dalla vicina fontana di Trevi, ma anche dalla Barcaccia di Piazza di Spagna e dalla fontana dei Quattro Fiumi di Piazza Navona. Dei diciotto castella che, secondo le fonti scritte, costellerebbero tutto il tortuoso tragitto urbano dell’Acquedotto Vergine[8], quello che stavamo osservando era l’unico finora riportato alla luce dagli scavi[9].

Figura 4: Sala cinematografica della Cineteca Nazionale, ex-Cinema Trevi. Fonte: http://www.romasotterranea.it/insula-del-vicuscaprarius.html

Ma la storia dell’ “edificio sud” non finì così: un incendio divampato intorno alla metà del VI secolo – fatto indicato dalle ceramiche e dalle macerie edilizie ritrovate dagli archeologi – decretò l’abbandono della struttura. È così che piccoli insediamenti a carattere rurale presero gradualmente il posto delle ampie sale, fino a dare vita ad una totale riorganizzazione abitativa dell’“edificio sud” in epoca medievale, attraverso due distinte fasi edilizie, tra il XII e il XIII secolo. Tutte queste informazioni e scoperte per noi incredibili ci travolsero come un’onda e improvvisamente sentimmo la necessità di muovere qualche passo indietro per considerare tutto da una certa distanza, sia fisica che mentale, e provare a ricostruire tutti quei mondi, frammenti di vita che tentavamo di incastrare uno con l’altro come in un puzzle. Fu dunque indietreggiando che ci accorgemmo di aver ignorato fino a quel momento la piccola sala cinematografica che sovrasta, quasi fluttuandoci sopra, l’area archeologica. Un contrasto netto e lacerante per noi che avevamo gli occhi pieni di storia, ma che si rivelò gradualmente sempre più stimolante, mano a mano che ci abituavamo alla vista di quella sovrapposizione di passato e presente, morte e vita, che del resto costituiva un po’ un simbolo universale di ineluttabile e ciclica continuità.

Esattamente al di sotto della sala cinematografica, accanto ai resti archeologici, si trova un piccolo spazio più prettamente museale, un antiquarium, nel quale ci inoltrammo attraverso un’altra scaletta in metallo che percorre il lato meridionale dell’antico serbatoio idrico. Lì, tra vetrine, piedistalli e pannelli esplicativi, sono stati raccolti ed esposti alcuni dei principali oggetti rinvenuti durante le operazioni di scavo, dopo essere stati accuratamente restaurati e studiati. Vasellami in ceramica, frammenti di vetro, monete, una statua di marmo, vari elementi di decorazione architettonica risalenti alla domus, resti di un mosaico pavimentale, due teste scolpite in marmo, sedici anfore da trasporto africane, fino ad un insieme di 873 monetine in bronzo, con ancora attaccati resti del tessuto nel quale dovevano essere state raccolte dal proprietario[10].

Figura 5: Le 16 spatheia, anfore africane utilizzate probabilmente per il trasporto dell’olio

Figura 6: Resti di pavimentazione a mosaico in opus sectile, con tessere di marmi policromi

Figura 7: Testa maschile, frammento di altorilievo, marmo bianco, IV decennio del II d.C. circa

Una volta esaurite anche le ultime vetrine dell’antiquarium, non ci restava che tornare indietro verso l’uscita. Avevamo ormai esplorato ogni centimetro calpestabile di quegli spazi e osservato gli scavi da tutte le angolazioni possibili.

Figura 8: Veduta del cavaedium e di parte del corridoio dell’edificio nord

Ci guardammo in silenzio, come chi ha già detto tutto, guardammo un’ultima volta gli scavi dall’alto quasi per salutarli e ci riavviammo lentamente su per la scala, quella stessa scala che avevamo percorso con tanta diffidenza all’inizio. Non potevamo ancora credere che tutto quello che avevamo appena visto esistesse davvero al di sotto della strada, e questo senso di incredulità persistette anche all’uscita, forse dovuto al fatto di non aver incontrato nessuno in quella nostra discesa nel passato. Quando fummo riemerse, con una vaga sensazione di umidità sulla pelle, tre persone stavano guardando curiosamente l’ingresso della “cineteca archeologica”: riconoscemmo lo sguardo di esitazione e, uscendo, lo ricambiammo con un ampio sorriso rassicurante, come per dire “Sì, è quello che pensate e molto di più”. Il cielo adesso era pervaso da una luce diversa, di un altro colore rispetto a quello del nostro ingresso nell’area archeologica, e ci sembrò di aver passato lì dentro gran parte del pomeriggio, quando al massimo era passata un’ora e in un’ora erano passati secoli. Riprendendo la via principale, da Trevi ci incamminammo su per la salita che porta al Quirinale: il nostro giro pomeridiano aveva preso una piega decisamente inaspettata e ad ogni passo l’esaltazione e la soddisfazione per quell’incredibile scoperta rimbombavano nel nostro petto. Era stato un vero ritorno alle fonti, che già sapevamo ci avrebbe lasciato per molto tempo un inconfondibile sapore dolce-amaro.

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Martina Panizzutt

 

 

 

 

 

 

Note

[1] “[noi] come attingendo acqua alle fonti” (“[…] unde nos uti fontibus haurientes aquam […]”). Vitruvio, De architectura, VII, pref., 10

[2] La tomba si trova nella chiesa di San Pietro in Vincoli, a meno di dieci minuti a piedi dal Colosseo

[3] Dell’Aquila, L., L’area archeologica del Vicus Caprarius. Dall’ex cinema Trevi alla Città dell’Acqua, 2019, Edizioni Efesto, Roma, p. 14

[4] Ivi, p. 17

[5] Tipologia di marmo a fondo chiaro con screziature azzurre che ricordano i caratteri greci. http://www.santagnese.org/marmi.htm, ultima consultazione 8/07/2019

[6] L’unico antico acquedotto romano ancora in uso ai giorni nostri

[7] Questo nome deriva da una leggenda, raccontata da Sesto Giulio Frontino (De aquaeductibus urbis Romae, 10, 17-22), secondo cui fu una giovane vergine ad indicare la sorgente ai soldati di Agrippa. Dell’Aquila, L., L’area archeologica del Vicus Caprarius. Dall’ex cinema Trevi alla Città dell’Acqua, op. cit. p. 46

[8] Partendo dall’area a Sud-Est di Roma, presso Salone, esso si snodava per cinque chilometri lungo la via Collatina, fino a raggiungere la via Tiburtina, per poi spostarsi sulla destra e attraversare il quartiere Parioli, Villa Borghese e il Pincio, entrando così infine in città da Nord. Dalla piscina limaria dell’attuale salita di Sebastianello, l’Aqua Virgo proseguiva il suo corso in superficie, attraversando la via Lata e terminando nel Campo Marzio. Dell’Aquila, L., L’area archeologica del Vicus Caprarius. Dall’ex cinema Trevi alla Città dell’Acqua, op. cit. pp. 24-25

[9] Dell’Aquila, L., L’area archeologica del Vicus Caprarius. Dall’ex cinema Trevi alla Città dell’Acqua, op. cit. p. 24

[10] Immaginato come un dipendente della domus, sia per lo scarso valore delle monete, che per il fatto che queste ultime vennero ritrovate in uno degli ambienti di servizio. Dell’Aquila, L., L’area archeologica del Vicus Caprarius. Dall’ex cinema Trevi alla Città dell’Acqua, op. cit. p. 37

BIBLIOGRAFIA

– Dell’Aquila, L., L’area archeologica del Vicus Caprarius. Dall’ex cinema Trevi alla Città dell’Acqua, 2019, Edizioni Efesto, Roma

– Insalaco, A., La città dell’acqua. Archeologia sotterranea a Fontana di Trevi, 2002, Electa

SITOGRAFIA – https://www.vicuscaprarius.com/en/

IMMAGINI

– Figura 1: Vista dell’area archeologica da una delle passerelle

– Figura 2: Resti di scalinata con rivestimento marmoreo, edificio nord

– Figura 3: Il serbatoio idrico dell’edificio sud

– Figura 4: Sala cinematografica della Cineteca Nazionale, ex-Cinema Trevi.

– Figura 5: Le 16 spatheia, anfore africane utilizzate probabilmente per il trasporto dell’olio

– Figura 6: Resti di pavimentazione a mosaico in opus sectile, con tessere di marmi policromi

– Figura 7: Testa maschile, frammento di altorilievo, marmo bianco, IV decennio del II d.C. circa

– Figura 8: Veduta del cavaedium e di parte del corridoio dell’edificio nord

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