Racconti

Il risveglio

on
August 6, 2019

Pioveva. Anzi, diluviava. Il rumore di un tuono più forte degli altri doveva averlo svegliato. Alberto era sudato ed ansimava. Cercò di ricomporsi passandosi le mani sul viso e riprendendo fiato. Scese dal letto, si mise le pantofole e si diresse in cucina in cerca di un po’ d’acqua fresca. Nonostante il maltempo faceva davvero caldo e, tra la gola secca e il sudore, Alberto si sentiva disidratato. Aprì il frigo e subito la luce gli fece chiudere gli occhi ancora abituati alla penombra della stanza. Bevve a piccoli sorsi direttamente dalla bottiglia, come faceva ormai da anni. Guardò il grande orologio appeso alla parete, erano le 3 e mezza il che voleva dire che mancavano solamente 3 ore alla prima delle 5 sveglie impostate a qualche minuto di distanza tra loro. Alberto si fece due calcoli e poi, recuperato il pacchetto di sigarette e l’accendino, si diresse in quella che chiamava “la sala”. A dire il vero non aveva nulla a che vedere con una stanza degna dell’appellativo “sala”, anzi ci voleva un bel coraggio a definirla tale: al centro una vecchia poltrona dominava la stanza, accanto un tavolino di vetro impolverato e macchiato di birra con una serie indistinguibile di riviste, libri e fumetti vecchi di anni. Le pareti, un tempo bianche, avevano assunto il colore giallognolo della nicotina, interrotto solo da qualche foto appesa qua e là.  Il vecchio mobile ereditato dalla nonna invece, fatto di un legno massiccio, era forse l’unica cosa decente di quel soggiorno. Antiquato certo, ma decente.  Alberto, nel sedersi, si mise vicino il posacenere, portò una sigaretta sulle labbra e con un colpo deciso fece scattare la pietra focaia. Tirò un paio di volte prima di sistemarsi per bene lasciando andare il capo che subito affondò nella testiera della poltrona.  Le persiane erano abbassate quasi completamente, ma lasciavano passare un filo di luce dai lampioni sulla strada, sufficiente per intravedere i contorni delle cose. Alberto, ancora intontito dal sonno, cominciò a pensare alla lunga giornata che lo attendeva da lì a qualche ora: solita routine, solito autobus, soliti colleghi imbecilli e solita voglia che tutto questo si concluda al più presto. Subito si sentì a pezzi, distrutto all’idea di ciò che quasi ogni singolo giorno da anni si perpetuava all’infinito. Le immagini gli scorrevano in fila, una dietro l’altra, fino a che un brivido lungo la schiena non lo fece sobbalzare di colpo. “Basta, la devo piantare subito” disse deciso a voce bassa. Lasciò la mezza sigaretta rimasta nel posacenere e si diresse direttamente in bagno. Accese la piccola lucetta posta sul mobile a muro proprio sopra il lavandino, girò la manovella del rubinetto e rimase un secondo ad osservare lo scorrere dell’acqua. Si sciacquò il viso a più riprese fino a sentirsi completamente sveglio. Chiuse il rubinetto e si guardò allo specchio: ciò che vide fu un uomo sulla quarantina, stempiato, barba trasandata e baffi parecchio discutibili. Gli occhi, incavati e appesantiti dalla presenza di occhiaie consistenti, gli ricordarono la sensazione che si prova guardando i volti dei pazienti distesi nel letto di una stanza d’ospedale, tanto che per una frazione di secondo sentì chiaramente quell’odore tipico delle corsie e degli ambulatori. “Mi sto decomponendo” pensò mentre ancora incredulo cercava di squadrare quella bizzarra immagine che lo specchio gli restituiva. Alberto rimase colpito non tanto per l’immagine orrenda che ebbe di sé, bensì poichè per la prima volta si vide davvero invecchiato. “Eppure mi guardo tutti i giorni, tutti i giorni mi alzo e vengo qui, davanti al lavandino, ma così male non mi sono mai visto cazzo”, ragionava tra sé. Si sciacquò nuovamente il viso e continuò a guardarsi ancora per qualche minuto. “Magari è solo stanchezza; è solo l’età che avanza Alberto è così per tutti; non sono solo io ad invecchiare, pensa a Gianni che ormai ha il riporto da anni! Ed è anche più giovane di me; sei solo stressato, hai solo bisogno di un po’ di riposo Alberto”, continuò a ripetersi forte dialogando con la parte più razionale di sé. Sorrideva nervosamente, abbozzando un ghigno, una di quelle espressioni che fa di solito chi sa di aver ragione; e Alberto sapeva di aver trovato il bandolo della matassa: lo stress e il tempo che avanza inesorabile, ma è così per tutti. Riemerse dal vortice di pensieri e congetture che ormai da svariati minuti l’aveva assorbito, ritrovandosi in cucina a circumnavigare il tavolo. Riprese il controllo di sé, si diresse in sala, riprese il pacchetto e tornò in cucina. “Dove ho messo l’accendino” disse a voce bassa. Poi senza perdersi in fronzoli si accese una sigaretta usando il gas dei fornelli. Tirò profondamente, inspirò a pieni polmoni e si sistemò su una delle due sedie che aveva spostato poco prima senza rendersene pienamente conto. Alberto guardò il grigio fumo della sigaretta disperdersi nell’aria ed assumere le forme più strane. In quel momento gli tornarono alla mente le immagini dell’ufficio, dei colleghi, del terrazzino nel quale fumava, e ciò non fu per nulla piacevole. Alberto odiava il suo lavoro, non lo aveva mai amato davvero: tutto il giorno a fare conti davanti ad uno schermo, cliccando qui, correggendo lì e inserendo numeri al posto di altri. Il solo pensiero di passare altre lunghe 8 ore in quel posto infernale, grigio ed opprimente per portare a casa uno stipendio da fame lo terrorizzava. “Perché? Perché cazzo ho accettato? Perché non ho continuato a scrivere? Perché non sono riuscito a dire di no a suo padre?”, si disse Alberto parlando tra sé con un tono vagamente accusatorio. Il padre in questione era quello della sua ex moglie, Carola, una donna il cui indiscutibile fascino era inversamente proporzionale al suo intelletto. Una donna a cui le frivolezze della vita piacevano eccome: i gioielli sempre in vista, le borse firmate, scarpe di lusso e mille altre stupidaggini che offre il fantastico parco giochi del mercato. Mai, a ripensarci, aveva visto sua moglie con un libro di poesie, un giornale d’attualità o semplicemente un romanzo. Ma la vita è imprevedibile e all’alba dei 30 spaccati Alberto pensò che, con due lire in tasca e senza un lavoro stabile, il grande amore giovanile perso per sempre e mai dimenticato e una laurea non ancora conseguita, Carola fosse un treno da prendere al volo. Poteva risultare anche simpatica, oltre che bella, quando si impegnava. E poi si era innamorata di lui quasi subito, il cosiddetto colpo di fulmine, quando mai poteva riaccadere. Insomma, Carola era stata per Alberto quel treno che passa una volta ogni 10 anni che non sai bene in che stazione ti porterà ma peggio di questa mai. Una vera e propria scommessa, come quando si hanno le probabilità a favore e il mazzo di carte sta per finire. Carola, in due parole, fu quella gigantesca palla da cogliere al balzo e a piene mani, ringraziando il cielo per l’insperata fortuna. Si, almeno per qualche tempo.  “Non l’ho davvero mai amata” si disse di colpo Alberto continuando a guardare il fumo volteggiare in aria. Sembrava perso, assorto completamente nella ricerca delle cause che lo avevano portato a perdere di vista i suoi sogni per lanciarsi in un mondo che non gli apparteneva affatto. “Avrei dovuto continuare a scrivere” disse solennemente a voce bassa e capo chino, quasi a volerlo sentire bene, scandendo le poche decise parole. Era davvero da tanto che Alberto aveva smesso di scrivere, anni ormai, un’eternità. Come dargli torto: lavoro, casa e follie della moglie da soddisfare. Non certo la miglior situazione per cercare un po’ d‘ispirazione. E dopo la separazione? Ormai erano passati anni, quasi 3 per la precisione, ma niente, la moglie era stata sostituita dalla depressione e dalla ricerca continua di soddisfare altri bisogni: il sesso, anche a pagamento, le serate con i pochi amici e la ricerca disperata di un buon motivo per non pensare alle infauste conseguenze delle proprie azioni. Mantenne il lavoro, merito del contratto non certo del padre di Carola. “Gran bastardo” disse Alberto a denti stretti spegnendo la sigaretta con tutta la sua forza, come ad equiparare il fondo del posacenere al viso di quello che era a tutti gli effetti il suo Capo, colui a cui doveva il poter sbarcare il lunario ogni mese. “Arriverà un giorno, lo so” si ripeteva gonfiando il petto. “arriverà e avrò le mie rivincite su tutto e tutti!” “vedrete chi sono, vedrete!” E nella mente ora gli fluivano immagini di eroiche gesta, di alte imprese, di gelide e sottili vendette, nemici che supplicano la sua pietà e gli chiedono perdono sperando nella sua misericordia. Si alzò nuovamente di scatto e cominciò persino ad immaginare i dialoghi, vedendo chiaramente i dettagli di ogni scena, di ogni situazione nella quale la sua figura troneggiava indiscussa e la sua parola risultava insindacabile. Camminò in tutte le stanze a passo svelto mentre il film continuava a proiettarsi nella mente sempre più intenso e sempre più vivido. Raggiunse la sala si sedette sulla poltrona e piano piano si calmò tornando alla realtà. Il respiro, prima forte e veloce, si riassestò su ritmi regolari e le immagini che lo animarono scomparvero a poco a poco venendo sostituite da più realistici pensieri. Chinò il capo all’indietro ed inspirò forte. Si portò le mani al volto sfregandosi il viso visibilmente sudato e scosso per l’agitazione, guardò l’ora, le 4 passate, e restò in silenzio a prendere fiato. Rifletté molto su ciò che provò in quegli istanti di delirio. “Dai andiamo a dormire” si disse, e prese la strada del letto. Si sedette, diede ancora un rapido sguardo all’ora e si sdraiò comodo.

La prima sveglia suonò inesorabile ma prontamente Alberto la spense subito. Si arrivò ben presto alla quinta ed ultima e, sbuffando copiosamente, si levò restando qualche secondo seduto sul bordo del letto. “che palle, che palle” sbiascicò come al solito sbadigliando. “ancora domani e poi è finalmente venerdì” si disse. Bagno, caffè, armadio e pronti per uscire. Non pioveva più anche se l’aria era piuttosto fresca. Lo aspettavano la solita fermata, la solita gente, e i soliti ragazzi che come lui si dirigevano in un luogo che avrebbe tarpato le ali alla propria personalità. Alberto, durante le traversate cittadine a bordo del bus, osservava spesso i comportamenti degli atri passeggeri cercando di carpirne più particolari possibili, ipotizzandone poi ogni aspetto della vita. Il tipo sempre al cellulare, giacca e cravatta con una bella 24ore era “l’avvocato”, quello con i pantaloni macchiati di vernice era “il muratore” e cosi via. Alberto prendeva l’autobus numero 14 abbastanza vicino al capolinea da trovare sempre parecchi posti liberi e di solito preferiva quelli al centro, più comodi rispetto a quelli di testa e di coda. Tre fermate dopo la sua saliva sempre una ragazza delle superiori ben vestita e parecchio educata, tanto che le aveva visto cedere il posto ai vecchietti parecchie volte. Poi vi era un altro studente che si sedeva abbastanza vicino e che Alberto aveva soprannominato “il sordo” per via del volume altissimo delle cuffiette con cui il ragazzo era solito ascoltare musica. Tra l’altro sempre le stesse canzoni, tanto che Alberto ormai conosceva a menadito l’ordine preciso e la durata di ogni singola traccia. “e cambia canzoni Santo Cielo!” gli urlava dentro di sé ogni tanto. Ma il momento più bello del viaggio era sicuramente la vista di quella che Alberto aveva chiamato “la bella riccia”: alta circa 1.75m, sui 35 o giù di lì, capelli castano scuro di un riccio che al solo vederlo ricorda il Mar dei Caraibi, occhi di un castano profondo, un sorriso da cartellone pubblicitario, rigorosamente in gonna e tacchi o, al limite, d’inverno e nei giorni di pioggia stivaletto nero al ginocchio. Ogni volta che la vedeva salire Alberto sorrideva felicemente, ne ammirava i lineamenti cercando di non farsi vedere, quasi a non volerla distogliere da chissà quali meravigliosi pensieri. E quante volte aveva immaginato di parlarle, di ascoltare la sua vita e scambiare opinioni su questo o su quell’argomento. Capitava che, le volte in cui si sentiva più intraprendente, scendesse alla stessa fermata della bella riccia, per ammirarla un poco da vicino prima di prendere strade diverse. In quei momenti, proprio mentre le strade si separavano irrimediabilmente, Alberto pensava al senso della vita, a tutte le scelte fatte e a quelle ancora da venire. Forse erano questi pensieri che avevano scatenato le notti insonni e i frequenti sogni enigmatici dell’ultimo periodo. Subito non ci aveva dato troppo peso, ma dopo l’ultima notte forse era il caso di pensarci.

Così mentre raggiunse la fermata, Alberto continuò a riflettere sulla notte passata e su tutto il dannato periodo che stava passando. “Forse non ne posso davvero più, forse dovrei mollare tutto e scappare. Ho ancora qualcosa da parte, non molto ma per qualche tempo, insieme alla liquidazione, posso sopravvivere” rifletteva seriamente tra sé. Quella mattina non vide la “bella riccia” ma Alberto decise comunque di scendere una fermata prima, per camminare un po’. Si diresse verso l’ufficio passando per la strada principale, una grossa arteria commerciale piena di luci e di insegne. Arrivò nella grande piazza in fondo alla via e si diresse verso l’entrata del palazzo che ospitava gli uffici della contabilità. “Prima una sigaretta” disse, e subito mise le mani in tasca alla ricerca del pacchetto e dell’accendino. Ne prese una e l’accese. Tirò, mentre si trovava quasi al centro della piazza, vicino alla fontana. Si sedette, guardandosi in torno: gente che passava, gente che correva, rumori di clacson e degli scooter in cerca di parcheggio. Guardò il grande palazzo ed avvertì una fitta allo stomaco, un forte senso di repulsione. D’istinto gettò la sigaretta a terra e si spostò subito dall’altra parte della fontana, quasi a volersi nascondere dai grandi occhi del palazzo. “Non ci voglio andare, non ci voglio entrare” si ripetè in preda all’ansia. “non mi era mai successo, ora mi calmo, respiro ed entro” disse cercando di calmarsi. Si alzò di scatto e fece per girarsi quando all’improvviso si bloccò nuovamente restando fermo in piedi come una statua. Rimase lì svariati minuti, fermo nel trambusto cittadino mentre gli passarono accanto decine di persone senza distoglierlo dalla contemplazione del tutto. Si girò un momento ad osservare quella piazza, quelle facce sconosciute sfrecciargli accanto, alcune lo guardarono altre no. Sentì una leggera brezza accarezzagli il viso, si girò nuovamente ed alzò il capo ad osservare il cielo: vi era qualche nuvola bianca che faceva da sfondo ad un profondo azzurro, un azzurro che ora risplendeva ancor di più a contrasto con i palazzi circostanti. Alberto si tolse la giacchetta, guardò l’ora: le 9 passate. “Sono in ritardo” pensò. “Già, sono in ritardo” si disse ancora. Squadrò il palazzo, e sorrise. Si mise la giacca sulla spalla e si diresse verso la stazione. Arrivò dopo pochi minuti, guardò il tabellone luminoso in mezzo all’ampia sala d’attesa: per “Il Molo” ancora dieci minuti. “Perfetto” pensò. Comprò il biglietto, salì le scale che portano ai binari e si mise in attesa.

Alberto si sentiva bene. Stordito forse ma elettrizzato e pieno d’energia. Era da tempo che non provava sensazioni così, tant’è che non si ricordava neanche da quanto. Aveva un sorriso stampato sulla faccia che poteva anche risultare ridicolo ma ciò non gli importava, non ci pensava affatto: era assorto in altri pensieri. La mente lo portava alla sua giovinezza spensierata, all’amore tanto sofferto che lo aveva plasmato cosi tanto da dedicargli diversi racconti. Quanto era bella, quella ragazza lì, l’unica ragazza in grado di dargli vere emozioni d’amore. “Il Molo” era un quartiere della città molto speciale per Alberto, da giovane ci bazzicava spesso e proprio lì, in un’estate lontana, aveva conosciuto lei, innamorandosene istantaneamente. Quante serate sugli scogli a ridere e scherzare, a parlare di ciò che si aveva dentro, delle ansie e paure di vivere, delle passioni provate e delle prospettive di vita. Già, le prospettive. “A quarant’anni sono ancora un folle ingenuo che non ha imparato un bel niente” disse sorridendo. All’orizzonte si intravide il treno che con un fischio deciso avvisò del proprio arrivo. “Eccolo” commentò. Si aprirono le porte, scese molta gente, così tanta che il treno dovette per forza essersi svuotato. In effetti “La stazione Centrale” era la più importante delle fermate, ed era logico che fosse la destinazione del maggior numero di passeggeri richiamati dal lavoro, dalle commissioni o semplicemente dall’elevato numero di negozi presenti in centro città. Alberto salì su di una carrozza piuttosto sgombra, e si mise alla ricerca di un posto “lato finestrino”. Ne trovò uno di suo gradimento, si mise comodo appoggiando la testa delicatamente sul vetro e socchiuse gli occhi facendo un bel respiro. “l’ho fatta grossa” ridacchiò pensando alle imprecazioni del Capo. Nello stesso momento il treno sibilò e cominciò lento la corsa sui binari. Riaprì gli occhi ed osservò il paesaggio prendere notevole velocità e scivolare via dalla visuale offerta dall’ampio finestrone. La stazione che si allontanava, il centro città, le case, gli alberi, tutto veniva inghiottito via dalla rapida marcia del treno e dalle diverse gallerie che penetravano ad una ad una le colline che dominavano la città. Le fermate cominciarono a susseguirsi sempre più rade ed era ormai visivamente presente il paesaggio tipico della periferia marina. “Prossima fermata, Il Molo” annunciò la voce metallica, destando Alberto dai pensieri in cui rimase assorto per tutta la durata del viaggio. Si alzò e si diresse verso le porte mentre il telefono cominciò a squillare incessantemente. Chiaramente si trattava di numeri dell’ufficio, e di qualche collega a cui il Capo aveva probabilmente ordinato di scoprire che fine avesse fatto quell’incapace dell’ex marito della sua unica figlia. Innervosito dall’insistenza con cui lo cercarono, Alberto preferì spegnere il telefono così da non dover venire interrotto continuamente nella sua personale ricerca. Cosa fosse poi l’oggetto di tale ricerca non lo sapeva neanche lui; ma di una cosa ormai si era convinto: mai più avrebbe dato un solo minuto della sua vita al quel pallone gonfiato del suo Capo e a quel lavoro che disprezzava. Mentre pensava al taglio radicale che, così all’improvviso, aveva deciso di imprimere alla sua realtà quotidiana, avvertiva un piacevole senso di sollievo, simile a quello che si prova quando si esce vittoriosi dopo un esame all’università. Quel magnifico senso di leggerezza lo avvolgeva completamente e ciò era facilmente riscontrabile nella bozza di un sorriso che continuava ad aver stampato sul volto. Scese, e subito tirò su le maniche della camicia poiché il caldo si fece immediatamente sentire. Appena fuori dalla stazione Alberto vide un piccolo chiosco posto proprio sul sentiero che porta alla spiaggia, si avvicinò e comprò una bottiglietta d’acqua fresca. Continuò diritto lungo la strada che ad ogni passo rivelava la sempre più copiosa presenza di granelli di sabbia, fino ad intravedere il grande molo di legno che si lanciava nel mare. Sorrise, si tolse le scarpe e trovando un piccolo spicchio d’ombra, si sdraiò comodo addormentandosi felice. Finalmente contento del poco che avrebbe avuto, progettando di riprendere l’università, di scrivere e di capire chi fosse veramente. Si addormentò pensando ai momenti felici della sua giovinezza e a al treno che anni addietro volle a tutti i costi prendere per dare una svolta alla sua vita, una svolta che non andò a buon fine, sognando di vederlo passare e sfrecciare via senza di lui. Ascoltando il rumore delle onde che si spengono sul bagnasciuga prima di ritirarsi e riprendere vigore, Alberto si addormentò, proprio davanti a quel molo che lo aveva segnato durante la sua giovinezza e si perse in un dolce dormire che ne annunciava l’umano risveglio.

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Giovanni Belnome

Laureato in Storia presso l’Università degli Studi di Genova. Studente lavoratore, affamato di conoscenza, attualmente intento a realizzare una tesi di laurea Triennale riguardante il rapporto fra tecnica e kultur nel panorama tedesco dei cosiddetti rivoluzionari conservatori, con attenzione particolare alle opere di Junger.

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