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L’urlo e il furore (William Faulkner)

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August 10, 2019

William Faulkner

Romanzo controverso e considerato dall’autore uno dei suoi capolavori, “Sound and the Fury” è una di quelle opere che non può far altro che lasciare il segno nel lettore che si accinge ad esplorarlo. Pubblicato nell’Ottobre del 1929 narra le vicende di una famiglia del Sud, i Compson, ormai in decadenza. In ogni capitolo del romanzo, che sono in tutto quattro, non possiamo far altro che ascoltare il particolare punto di vista di un membro della famiglia, in modo che al lettore non si presenti mai la realtà effettiva della situazione ma sempre contaminata dal particolare rapporto del personaggio con questa, dalla sua condizione emotiva, mentale ecc … .Lo stile utilizzato è il cosiddetto stream of consciousness dell’ Ulysses di Joyce, scrittore che diede inizio a quegli esperimenti nella letteratura d’avanguardia di primo ‘900 che non solo Faulkner, ma anche Hemingway conosceva bene. Di fatti questi rappresentano i campioni della giovane letteratura americana degli anni ’20 e ’30 , come dice Attilio Bertolucci nella sua postfazione al romanzo, che per loro fortuna, ripeto, sono rimasti tutti e due irrimediabilmente americani. Cito Hemingway perché in un certo senso entrambi possono essere considerati i due più grandi autori della letteratura americana, due facce distinte, per stile narrativo e contesti, della stessa medaglia. Da questo punto di vista appare singolare che contemporaneamente all’Urlo e il furore uscisse anche Addio alle armi e che entrambi gli scrittori avessero pressappoco la stessa età.

Con Urlo e furore Faulkner raggiunge un suo perfetto equilibrio, sebbene a suo tempo non ebbe molto successo pur accolto entusiasticamente dalla critica. Come mai questa discrepanza? Può essere dovuta,a mio avviso alla difficoltà e al particolare impegno che il libro impone al lettore comune che intende aprire questo scrigno di Pandora. Perché, una volta riusciti ad entrare, ci si rende conto subito che esattamente di questo si tratta: Ci troviamo di fronte a una famiglia il cui padre è alcolizzato, la madre nevrotica e dei figli fra i quali a prendere la parola è proprio il più grande, Benji, che è un uomo di trentatré anni ritardato. Il primo capitolo dunque ci obbliga ad entrare nelle vicende di questa famiglia con gli occhi di un personaggio che ha, ovviamente, difficoltà cognitive, che non comprende bene le situazioni. La struttura di questa prima parte è infatti “traballante”, in cui eventi passati e futuri si fondono e si sovrappongono, disorientante che mette in crisi il lettore ignaro di dove si trovi con precisione e soprattutto “ di quando si trovi”. Tutto ciò è reso da una sintassi prevalentemente paratattica e un vocabolario limitato di circa cinquecento parole, scelte di scrittura giustificate dalla malattia di cui soffre il personaggio. A mio avviso, proprio per tali ragioni, questo rappresenta uno dei capitoli più geniali di tutto il romanzo, anche se il secondo viene ad essere invece quello più intenso. La voce narrante qui è il fratello Quentin che sposta l’asse temporale di diciotto anni prima rispetto agli altri capitoli, epoca in cui egli era studente ad Harvard. Personaggio tormentato, ossessionato dalla sorella Caddy (dipinta come la tipica donna perduta che fuggirà dalla casa e che in qualche maniera , per questa ragione, si salverà dal male che pervade quella famiglia) del quale non faremo altro che immergerci e seguirlo nei suoi deliri, nelle sue ossessioni fino a ciò che lo porterà a compiere il gesto estremo.

Nel terzo capitolo la voce narrante sarà Jason, il fratello cinico, cattivo che conferirà al tutto un carattere decisamente diverso, oserei quasi definirlo una repentina caduta verso il basso dopo aver toccato l’apice con il capitolo precedente. Qui ci verrà introdotto un altro personaggio che, si può dire, segni ormai la definitiva caduta di questa famiglia: la figlia di Caddy chiamata come lo zio, ovvero Quentin. Nell’ultimo capitolo sarà la serva nera Dilsey a parlare e che, raccontando in terza persona, getterà luce sugli altri personaggi della famiglia. A questo proposito mi sembra molto interessante ciò che dice Bertolucci:”Attraverso la pietas della vecchia negra Dilsey, interprete senza incertezze dopo l’ascolto del servizio liturgico di Pasqua del messaggio cristiano, Faulkner; dall’abisso che ci ha fatto intrepidamente conoscere, non ci propone una sia pur debole spera di luce?”. Nonostante la sofferenza, il male che la famiglia, e in una certa misura l’umanità, patisce , si apre comunque la possibilità di una speranza che può redimere e portare fuori da questo tunnel di dolore. In un certo senso dunque il romanzo appare nuovo nella tessitura e nella struttura, ma antico nella nobiltà dell’impianto morale. C’è chi ha affermato, come Nicola Lagioia in un video di presentazione su youtube, che il romanzo nascerebbe come una sorta di parodia dei testi sacri, non a caso Benji (il fratello ritardato) ha trentatré anni, e che leggere L’Urlo e il furore non significa solo leggere la storia della famiglia Compson, ma significa leggere la nostra storia … la storia dell’intera umanità.

Un romanzo sicuramente difficile da comprendere da seguire, che pretende di essere letto forse più volte, ma questa fatica è nulla in confronto al premio che riserva.

Una buona lettura.

Collaboratore Christian Gemelli

 

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