Filosofia

Lady Sofia

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August 13, 2019

Due parole di derivazione greca unite insieme: “philo” …amore, passione e “sofia”… sapere, conoscenza.

È la prima lezione che insegnano quando a scuola ci fanno conoscere lei; filosofia.

Questa si presenta, agghindata di gioielli e vestita di sete pompose e maniche labirintiche… enuncia la propria etimologia e noi, con fare parecchio perplesso, subito la osserviamo chiedendoci cosa stia effettivamente ad indicare quel suo nome, tanto altisonante, addirittura composto.

Non siamo nemmeno entrati nel vivo dell’appuntamento con lei che già la scrutiamo con sguardo perso per capire che significato possa celarsi dietro quei due termini, dietro quel suo modo di fare inconsueto.

Poi inizia a parlarci per aforismi: “Sapete, di fatto il valore della filosofia va in larga misura cercato proprio nella sua incertezza”[1].

Come scusi?

I suoi argomenti ci paiono oltremodo confusionari.

Ed eccoci incastrati, poveri studenti liceali, davanti a una donna che percepiamo essere complessa e dal vissuto millenario, pari alla stessa storia umana, della quale subito riusciamo a cogliere poco e niente.

Eppure questa lady parla, e mentre parla, inconsapevolmente…ci sta affascinando. La nostra paralisi facciale fissata sulla mimica del “ma cosa?” allora muta espressione; si rilassa e inizia ad accogliere la sua favola…tanto che per alcuni di noi passano i primi tre anni insieme a lei e ancora abbiamo voglia di sentirla parlare iniziata l’università.

Cerchiamo allora di ottenere una laurea oppure un dottorato di ricerca per conquistarla, ma per quanto proviamo di tutto per afferrarla finiamo sempre incappando in un qualche suo ragionamento che crea una velata distanza e ci impedisce di abbracciarla totalmente.

Per non parlare di come diviene necessario giustificare il nostro amore per lei a chi osserva dall’esterno i nostri vani sforzi di ricambio. Oltre ad accusare il nostro studio di vaghezza e astrattismo arriva sempre quel difficile momento d’assegnazione della corona d’allora che in qualche modo tutti credono verrà presto sostituita da una cuffietta con l’enorme M gialla scritta in fronte; a questa credenza popolare fa capo la domanda fatidica che si aggiunge a quelle esistenziali che già ci facciamo da soli frequentando filosofia:

“ma adesso che sei laureato in filosofia che lavoro andrai a fare?”

È lecito in effetti fissare la filosofia come una disciplina esclusivamente teorica e di conseguenza si fatica a pensarla inserita in una società figlia del consumismo e della logica del mercato come quella che viviamo. Se filosofeggiare tuttavia risulta essere un esercizio più contemplativo che concreto questo non significa che debba rimanere incatenato nei meandri della pura speculazione.

Tra le prime lezioni ci insegnano anche che la filosofia è una scienza, alla pari di una qualsiasi altra indagine che parla attraverso numeri, quanti o cellule.

Come una scienza è dotata di un proprio vocabolario, di termini specifici che hanno consentito e consentono a tutti i pensatori di comunicare tramite un linguaggio che è comune e universale; se dovessi parlare di “metafisica”, o ancora di “immanenza” oppure “sostanza” qualsiasi altro avvezzo alla grammatica filosofica riconoscerebbe le questioni che sto tirando in causa. Questioni che toccano svariati campi, sottocategorie nelle quali la filosofia si dirama dal carattere generale: l’etica, la politica, la logica, l’epistemologia e tante altre.

Non dimentichiamo poi quello che ci hanno suggerito al primo appuntamento, ovvero filosofia significa “amore per il sapere”, perciò riguarda qualsiasi tipo di conoscenza, che sia umanista, scientifica o economica. Non è casuale il fatto che alcuni tra i più grandi pensatori esistiti siano stati innanzitutto fisici o matematici.

Di fronte a queste ulteriori specificazioni riguardo la natura di filosofia sorge spontanea una domanda ulteriore.

Cosa fa di una persona allora un cultore della sapienza?

Chi è davvero il filosofo?

Thomas Nagel, uno tra i più autorevoli filosofi morali contemporanei, di origine statunitense, scrive al riguardo: “Le nostre capacità analitiche sono spesso altamente sviluppate prima che abbiamo imparato gran che sul mondo, e intorno ai 14 anni di età le persone cominciano a pensare per conto loro ai problemi filosofici […]. Si è scritto per centinaia di anni su questi problemi, ma il materiale filosofico grezzo viene direttamente dal mondo, e dalla nostra relazione con esso”

La definizione che Nagel da di filosofia è quella di un’”infanzia dell’intelletto”, lasciando dedurre con questa asserzione che in qualche modo tutti noi ci approcciamo alla passione per la conoscenza nell’attimo stesso in cui cominciamo a interrogarci, attivando quella che è denominata “coscienza”, curiosa scrutatrice che si affaccia alla finestra sul mondo.

Essa è colei che senza sosta ribolle nelle nostre teste rimuginando pensieri, elaborando i meccanicismi logici ed illogici del reale per estrapolarli infine in concetti ed idee.

Affinché la crescita di coscienza avvenga tuttavia nel modo migliore possibile, lei, impaziente di spiegarsi tutto ciò che tocca e osserva, deve prima di lanciarsi nell’ignoto assoluto farsi carico di alcune importanti regole, principi essenziali che le permetteranno di giocare nel migliore dei modi, che le consentiranno di costruire i mattoni di cui è lastricata la strada del suo emozionante quanto difficile cammino.

La prima cosa che dovrà imparare assolutamente è quella che, per percorrere il tragitto la deve esser libera. Deve sapersi spogliare di qualsiasi pregiudizio, arroganza, egoismo e paura, affinché capisca che se influenzata da una sola visione e senza alcun impegno all’apertura non potrà mai accogliere la misteriosa bellezza del mondo assieme alle molteplici interpretazioni che tante altre intelligenze prima di lei hanno estrapolato.

In secondo luogo allora la nostra coscienza dovrà essere in grado di empatizzare con le diverse visioni dell’universo, non solo per una mera questione di convivenza e rispetto ma anche per l’arricchimento che dagli incontri con altre sfumature interpretative può ricavare.

Eppure accade che, diventando più adulta, coscienza in qualche modo voglia far sentire la propria voce e ribadire un’identità; per questo motivo stabilisce dei valori, nati dalla sua esperienza.

Di fronte a questa presunta pretesa non dobbiamo in ogni caso spaventarci, poichè è più che naturale che anche lei ad un certo punto, raccolti un consistente bagaglio di dati esperiti voglia confrontarsi con gli altri e decantare il proprio pezzo di verità. L’errore che dovrà in ogni caso evitare assolutamente sarà quello di rendere la sua verità dogmatica perché allora sì risulterà essere arrogante e in qualche modo non presterà fede alla prima regola che le è stata trasmessa.

Coscienza parla di una verità che però, appunto, è solo un pezzo, una singola posizione, non un assoluto; tutte le filosofie tramandano una verità prodotta da un’indagine disinteressata e genuina, ma nessuna di queste ha mai completamente ragione. La storia stessa ci insegna che non esiste una singola filosofia.

Per esempio, pochi studenti realizzano che la filosofia studiata sui banchi sia essenzialmente logocentrica, incentrata cioè su quell’idea tipicamente occidentale per cui l’essere umano esiste nel momento in cui pensa. “Cogito ergo sum” riassume la celebre citazione cartesiana, e con essa l’uomo si permette di vantare una superiorità intellettiva rispetto agli altri organismi viventi.

Dall’altra parte del globo, tuttavia, esiste una concezione diametralmente opposta. La saggezza orientale predilige difatti la sensibilità umana, affermando “non penso quindi sono”. Per loro è essenziale liberare la mente da qualsiasi impegno cognitivo per così ricostituire l’equilibrio naturale, che ci vede alla pari di un qualsiasi altro animale.

Di fronte a questo diverbio la coscienza, se libera, sa che l’uomo è da sempre stato categorizzato sì come animale ma in aggiunta razionale; perciò, apprese le due posizioni acquisisce una visione di insieme sufficiente a farle capire che né l’una né l’altra parte ha totalmente ragione, ma che la verità più fedele è custodita nel loro mezzo, nell’incontro tra gli estremi.

Come può arrivare la coscienza a dedurre che nessuno dei due opposti è reale ma che in medio stat virtus? Cosa le garantisce che anche l’affermazione “l’uomo è un animale razionale” non sia completamente inventata giusto per risolvere una diatriba altrimenti interminabile?

Eccoci di fronte a un nuovo cambiamento che coscienza compirà; se prima volendosi indagare per poi affermarsi ha vissuto la propria adolescenza, adesso sta per maturare e affrontare l’età adulta. Dalla individuazione della propria identità deve assumersi la “responsabilità” di concretizzare ciò che fino ad ora ha soltanto elaborato. È proprio grazie all’osservazione dei fatti concreti che siamo di fatto arrivati ad affermare che l’essere umano non è né solo animale né solo razionale bensì entrambe le cose.

Così come la posizione più vicina al reale si intravede nel baricentro di due corde tese anche il miglior modo per mettere in pratica la filosofia è uscire dalla riflessione alla ricerca di un equilibrio ideale, unendosi all’azione.

È sicuramente il passaggio più complicato da affrontare: come potrà davvero rendersi utile coscienza? In quale contesto? In quale occasione?

Nella vita di tutti i giorni.

Abbiamo capito come le domande filosofiche altro non sono che domande frutto della curiosità umana riguardanti proprio le nostre abitudini, e non circa un vivere astruso e concettualmente impalpabile. Così come appartengono all’alltäglichkeit (termine del filosofo tedesco Martin Heidegger che sta per “quotidianità”) i quesiti posti, allo stesso modo devono esserlo le azioni. Fin tanto che la filosofia conserva un carattere esclusivamente meditativo allora sì che rischia di astrarsi e apparire sterile; applicarla nei gesti significa darle un senso e di rimando conferire sostanza ai nostri comportamenti.

Amare il sapere vuol dire allora andare a fondo delle cose, di qualsiasi cosa; è un’attività che, come faceva il primo grande filosofo della storia, Socrate, ci spinge ad uscire di casa per fermare le persone e spronarle a scavare, sprofondare alla ricerca del nocciolo. Questo esercizio pare essere a lungo andare pesante ma, sebbene sia effettivamente faticoso, profondità non è sinonimo di pesantezza. Anzi, proprio il radicarsi nella terra ci consente di afferrare la leggerezza. Come un grande albero che solido di radici e di tronco eleva al cielo i rami danzanti e decorati di foglie e fiori così coscienza, diventando adulta, deve badare sempre alla resistenza dei mattoni coi quali ha sin dall’inizio lastricato il proprio vissuto e così facendo potrà trasformare la sua strada in una tastiera del pianoforte sopra la quale improvvisare una libertà guadagnata.

“La filosofia, pur non sapendo rispondere a tante domande quante vorremmo, ha se non altro la capacità di porne, ad accrescere l’interesse del mondo, e a rivelarci la stranezza e le sorprese che stan nascoste sotto la superficie delle cose, anche in quelle più comuni, della vita d’ogni giorno”.

Bertrand Russell coglie perfettamente il senso di quella che è la ricerca.

Allora, torniamo alla faccenda iniziale: perché una società come la nostra avrebbe bisogno dei filosofi? Proprio perché siamo risucchiati da un ritmo frenetico e consumistico; proprio perché il difetto del nostro tempo è la superficialità.

Pensare banalmente a ciò che acquistiamo, che lavoriamo, che osserviamo, può fare la differenza, in un mondo in cui oramai siamo ammagliati da talmente tante immagini da aver perso il senso delle cose reali. Dobbiamo sforzarci di indagare, di stupirci, di infilare le braccia nel terreno e sotto quello toccare il cuore dell’esistenza. Così facendo sarà possibile praticare qualunque cosa contribuendo a un progresso, un miglioramento che ci riguarda direttamente.

Ricapitoliamo il percorso compiuto dalla nostra coscienza: da infante ha messo piede nel mondo su una strada che ha dovuto prima costruirsi; una volta capito chi fosse ha proseguito lanciandosi in mezzo alle altre coscienze, scontrandosi con esse, ma soprattutto incontrandosi…e nel rispetto della loro unicità ha individuato anche i tratti comuni che le ricordavano sé stessa. Infine, coordinatesi con sé e le altre ha messo in atto il gioco del mondo, che è vinto da chi riesce costantemente a cercare e tenere forte l’equilibrio tra il sé e gli altri, la riflessione e l’azione, la ricerca dei fondamenti e il divertimento sopra di essi.

Arrivata a questa maturità sembrerebbe quasi che la coscienza non abbia allora più nulla da conoscere né da dire. Ma ecco il bello, fin tanto che questa esiste in qualche modo non potrà smettere di ripetere ciclicamente il percorso che ha appena compiuto, non regredendo, bensì migliorandosi, se si toglie dalla convinzione di aver raggiunto un traguardo e si apre sempre alla novità, alla diversità.

Ripetendo il percorso e raccogliendo i tratti essenziali che similmente possono ripetersi la coscienza coglie la ricchezza del suo apprendimento e l’importanza del suo contributo in quanto agente nella raccolta di lezioni che illustrano il libro della storia umana.

Cogliendo la grandezza che ha di fronte e alla quale può contribuire ecco che realizza un sentimento di gioia e gratitudine paragonabile all’amore. Assumendosi il carico dell’amore per ciò che è lei e sono le altre coscienze la nostra bambina allora vive, risplende con la consapevolezza di essere una piccola parte fondamentale del Tutto.

Coscienza, che deriva da “cum” unito a “scire”, in latino significante proprio ciò che abbiamo visto sin dal principio “conoscenza”.

Ma allora, se la nostra coscienza protagonista del viaggio in qualche modo ha sempre portato il nome di “sapere”, di “sofia”, affiancandosi all’entusiasmo e all’amore, ovvero alla “philo”, realizzerà di essere sempre stata ad un appuntamento con uno specchio, dentro il quale rifletteva la propria immagine. La donna che le nostre coscienze hanno cercato di conquistare e capire è sempre stata dentro noi, nella nostra natura, soltanto in una dimensione più monumentale che la vede identificarsi non come singola coscienza bensì come somma e connessione tra tutte le intelligenze umane che, passandosi parola, hanno indagato e indagano le viscere della vita tessendo la veste sfarzosa di cui essa si adorna.

Se il pensiero e l’amore, la razionalità e la sensibilità, che ci appartengono, sono gli ingredienti che hanno conferito alla filosofia il nome di “amore per il sapere”, allora è banalmente logico pensare che tutti quanti noi possiamo dirci filosofi; d’altronde …

“L’unica cosa di cui abbiamo bisogno per diventare filosofi, è la capacità di stupirci” (J.GaarderIl mondo di Sofia).

Annalisa Mazzolari

Laureata alla triennale di Filosofia presso l’Università degli studi di Trento e in attesa di proseguire con il biennio magistrale a Milano. Oltre alla filosofia coltiva la passione per la musica: diplomata all’ottavo anno di pianoforte presso il Conservatorio di Brescia e in canto lirico presso il Conservatorio di Bergamo. La filosofia della sua musica? Prendere tutte le sfumature bianco-nere della vita e aggiungerci sempre una puntina di giallo del Sole!

 

 

Bibliografia

 

  1. NagelUna brevissima introduzione alla filosofia, Milano, Il Saggiatore.
  2. RussellI problemi della filosofia, Milano, Feltrinelli.

Note

[1] B. RussellI problemi della filosofia, Milano, Feltrinelli.

 

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