Riflessioni

Shining e il Minotauro

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September 6, 2019

Nel dedalo di Cnosso, una volta eliminato il pericolo, si trovava facilmente l’uscita. Non è così in quelli contemporanei. Complessi come le nostre angosce.
Il labirinto nasce con la vicenda di Teseo e Arianna, ma poi continua a ossessionare se non il mondo dei filosofi quello delle arti, appare sui pavimenti delle cattedrali medievali, tra manierismo e barocco ispira la struttura dei giardini, sino ad arrivare agli angosciosi percorsi di Kubrick in “Shining”, a Escher, o alle immaginazioni sempre labirintiche di Borges.
Ma nel labirinto di Cnosso, quello di Teseo, non ci si poteva perdere. Prendete su Internet un modellino del labirinto di Cnosso e seguite il percorso con una matita. Vi accorgerete che non potete che arrivare al centro e dal centro non potete che trovare l’uscita. Il labirinto di Cnosso è “unicursale” e se lo srotolate vi trovate tra le mani un filo, il filo di Arianna. Quello che rende il labirinto di Cnosso pericoloso è che al centro vi sta il Minotauro. Eliminato il Minotauro, se ne esce benissimo.
Salvo che i guai per Teseo incominciano dopo, quando è obbligato a fare altre scelte, diciamo “esistenziali” (per esempio deve decidere tra Fedra e Arianna). L’immaginazione classica non era riuscita a dare forma a questo intrico che ci attende fuori del labirinto perché, almeno sino all’epoca moderna, il modello del mondo era rigidamente geometrico, fatto di forme “chiuse”: sfere concentriche, gerarchie triangolari, e da Vitruvio a Leonardo figure umane racchiuse in un quadrato, in un cerchio, in un pentagono.
Con l’era moderna si inizia a sospettare non solo che la terra non sia al centro del mondo, ma che il mondo sia infinito, o che esistano infiniti mondi, e l’universo non è più rappresentabile con metodi euclidei. Così il labirinto da unicursale diventa multicursale. Ad ogni passo si presenta una disgiunzione tra due percorsi e uno solo è quello buono. Nel labirinto multicursale ci si perde e, fosse srotolato, non ne risulterebbe un filo, bensì un albero, potenzialmente infinito. Ogni volta un percorso può portare a un culo di sacco, o ad altri percorsi che non conducono all’uscita. E non si può avere una immagine globale del labirinto, ma soltanto fare ipotesi a ogni scelta, così che un matematico come Rosenstiehl ha parlato di “algoritmo miope”.
Ma la situazione si complica con una terza forma del labirinto, la rete o ragnatela, dove ogni punto può essere connesso a qualsiasi altro punto, ispirando percorsi multipli. Come in una rete ferroviaria, per andare da Milano a Torino certamente il percorso più breve passa per Novara, ma nulla vieta di affrontare l’avventura del viaggio Milano-Bologna-Roma-Grosseto-La Spezia-Genova-Torino. Oppure pensate al Web.
Una rete non può essere srotolata. Anche perché, mentre i labirinti dei primi due tipi hanno un interno (il loro proprio intrico) e un esterno, da cui si entra e verso cui si esce, il labirinto di terzo tipo, estensibile all’infinito, non ha né esterno né interno. Deleuze e Guattari avevano proposto la metafora (o il modello) del rizoma.
Ora il mondo contemporaneo si è reso conto che la struttura dell’universo è a rete. La scienza non ha paura della rete perché dopo ogni scelta può falsificare le sue ipotesi e tentare un’altra via (come dicevano quelli del Cimento, provando e riprovando). Ma nella nostra vita non è facile rinunciare alle nostre convinzioni e, anche a volerlo, non si può tornare indietro. La rete è insensibile al trascorrere del tempo, ma noi no.
Ed ecco che il labirinto a rete spiega le nostre angosce e la nostra condanna all’errore e alla contraddizione. Il Minotauro di noi stessi siamo noi.

Carlo Alberto Ghigliotto

Filosofo, autore di saggi di semiotica, estetica medievale, storia dell’arte e della filosofia. La sua attività di saggista, bibliofilo e giornalista, è legata agli studi classici maturati nelle realtà del pensiero debole e dell’etica leopardiana. Studia filosofia prestando fede alla teoria de “Il pensiero ancestrale” di Manlio Sgalambro: considera l’attività filosofica come una prassi individuale di ascetismo e atarassia; distante dalle aule universitarie e dai percorsi accademici convenzionali (ancora in parte legati all’idealismo di Croce e Gentile).

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