Scrittori emergenti

Fuga da Tebe

on
September 17, 2019
Introduzione
Questa è la storia di Antigone
Una storia che oggi più che mai viene ripetuta e ricordata perché simbolo di diverse battaglie racchiuse assieme: la lotta contro il potere tirannico, la lotta per la parità di genere.
Ciò che ho intravisto nella lettura della tragedia, da parte mia, è stata soprattutto una lotta per le ragioni del cuore, per il pulsare del coraggio!
Ed ecco Antigone e Creonte, i due protagonisti a confronto: l’una che sceglie di morire per amore e l’altro che lo rifiuta per paura. Tebe è una cella, una gabbia diventata stretta per la ragazza; per questo decide di scappare, pur col rischio dell’ignoto.
Ma meglio è morire sapendo di aver osato, che vivere nella disperazione e in una paludosa isola del lamento, senza emozioni.
Fuga da Tebe

Aurora
La sento risplendere sulle tristi palpebre
Aurora
Di una mattina d’estate dove correvo
Per scappare dalla reggia
La stessa luce ora
Sospesa nel tempo
E nelle lacrime
Di una figlia

Sono stata alla corte di Creonte, mi sono fatta portare
Perché un giorno ho deciso di chiudere gli occhi all’esausto mio affetto,
Fratello morto
Perché ho rassicurato Ismene, per la quale in fondo non nutro rancore

Perché ho dovuto affrontare me stessa

Sono stata alla corte di Creonte, abbiamo iniziato a parlare
Cosa che da bambina non facevo spesso
Quando lui, zio, sperando di rasserenarmi mi leggeva le storie che parlavano di maghi
Di creature fantastiche
Di selve oscure e rami intricati tra suoni raschiati
L’urlo della foresta che non ho mai apprezzato

Del quale non rifiutavo l’ascolto, io, in cerca di conoscenza
In volontà di amore
Promesso in matrimonio dalle parole del suo sangue
Figlio passionale

Creonte, sovrano di Tebe, terra di sfortune
Ha riconosciuto uno sbaglio, un distratto errore
Di non aver badato troppo ai desideri della nipote
Ed io ad assolvere tutte le sue colpe
Inizialmente per ardore
Ora per comprensione

A lui la legge dello stato
A me la legge del cuore
Due sguardi differenti di fronte al reale incanto
Di questa vita
Nella particolarità chiaroscurale

Stavamo di fronte, l’uno in faccia all’altro
Senza capire se stesse facendo sul serio o fingendo:
Parole sentenziose, volti persi nell’orizzonte
Un sorriso inquietante accennato

Forse per marcare la ridicola improvvisazione

Creonte, re, aveva di sicuro dei piani
Guidava la nave attendendo che le onde lo trasportassero
Lontano dalla gente, lontano dai ricordi
Lontano da sé stesso
Ma nel suo animo colpevole di avermi reclamato fin da subito
Fin da quando, ancor piccola, mi aveva chiesto di abbandonare il padre
Di lasciare la casa, di ridicolizzare la sorella
Codarda
Egoista
Lei
Che non ha voluto udire le mie canzoni

Ed io, che sentivo di non aver completato tuttavia la missione
Rinnegavo continuamente ai miei occhi Emone
Ma lo osservavo, da lontano
E ci pensavo
E mi piaceva pensarci
Mi piaceva cullarmi nell’abbraccio
Dopo l’incidente dove caddi dal cavallo
Mi ricordavo il suo respiro e il candore delle labbra che appoggiò sulla mia fronte
Gentile e delicato
Come nelle forme

“Hai scelto di morire, perciò?”
Avevo scelto: di scappare dalle mura della cruda ubbidienza
Che circondavano una città fondata su tristi e angoscianti voci
Protetta dal fuoco di un mostro
Che si sveglia soltanto nel momento dell’attacco

Avevo scelto di suicidarmi, sì
Un atto di forza per rimarcare la mia appartenenza ad un alto regno
Non Tebe, non più il castello
Non più tragedie o favole irrisolte
Ma storie da vivere
Piene di memorie e occasioni

E mai più tra quei paralizzati, vecchi abitanti
Che nei loro spazi decidevano di obbedire alla religione di mio zio
Il quale teneva chiuse le porte
Impedendosi di ricordare il passato
Di guardare il futuro
Decidere il proprio destino
Prenderlo per le corde e trascinarlo al di là delle pietre

Nella stanza della reggia dove con Creonte parlavo (piangevo, urlavo)
La stanza artificiale, esente dalla luce solare

Stava la foto di mia madre, della defunta madre
La presi in mano in un attimo di respiro e chiesi a lui
“Dove era finita questa? È la prima volta che la vedo”
E Creonte mi rispose:
“Ci sono così tante storie dietro il volto di tua madre, la mia dolce sorella.
Era bella, come l’acqua marina
Perlata conchiglia
Che racchiudeva le melodie di infanzia
Sai, sono le melodie con le quali ho cullato da piccolo Emone”
Le ascoltavo e le riconoscevo: erano i singhiozzi che il mio amato strimpellava nei tempi del
corteggiamento
“Giocasta è stata importante per me
Tutto quello che ha fatto
Tutto quello che è stato
Il pellegrinaggio fatto insieme, quando eravamo uniti
E poi…”
“E poi?”
“Poi un giorno se ne è andata.”
“E tu?”
“Io l’ho dimenticata.”
E nel momento esatto in cui posai la foto al suo cuore
Quello scoppiò in lacrime
In un pianto originale, di quelli che alimentano le sorgenti
Umano, toccante
Mi si strinse la gola
“Zio…”
“Che c’è, piccola?”
“Come hai potuto cancellare mia madre?”
“Perché è quello che faccio. Quello che ho sempre fatto. Per sopravvivere. Raccolgo gli istanti, li
pitturo di giallo, li incornicio e li rendo speciali. Li appoggio in vetrina, a prendere polvere.
Poi li scordo”
“Mi hai dimenticata, perché figlia di Giocasta?”
“Cosa dici, sciocca?”
“Se così non fosse ricorderesti il mio nome”
“Già Emone, ci pensa, a pronunciarlo. Non ti basta? Quel mio frutto di amore? Non ti è
sufficiente?”
“Lo sarebbe. Se tu gli permettessi di abbandonare Tebe”
“Ma nessuno può scappare dal mio regno.”
“Allora…non mi basta”
“Ti stai condannando a morte”
“Mi sto condannando ad Eros”
“Eros…l’ho incontrato, il giorno tuo natalizio. A lui ancora rispondo”
“No Creonte, non credo. Se così fosse pronunceresti ora il mio nome, mi guarderesti negli occhi
promettendomi di liberare il figlio che spera di combattere. Il tuo sangue, Creonte…il principe che
ho incontrato nella mia solitudine. Perché lo vuoi condannare?”
“Non lo sto condannando. Lo sto proteggendo. E forse, piano piano, se gli lasci spazio, verrà fuori”
“Questo è meschino”
“Questo è il mio amore. E devi saperlo aspettare”

“Ma di quale amore parli? Se mi concedi la sola speranza che Emone evada a momenti? E non
pensi a quello che vorrebbero vedere i miei occhi ora? Non pensi che io abbia bisogno di lui
adesso? Adesso che mi sento uno schifo, stanca e stremata?
Mi vien da ridere a pensare che questo è il modo tuo di rispondere alla chiamata di Eros.
No Creonte, penso non esista innamoramento nell’isola che abiti”
“L’isola del lamento che abito, di cui son padrone. Galleggia su una verità. Che è la mia. Questo è
tutto ciò che ho da dire. Non andrò contro le mie abitudini”
“Buon per te.”
“Dove stai andando?”
“Lontana. Lontana dall’isolamento. Emone ormai è condannato, grazie al tuo presuntuoso ego.”
“Ti prego no, rimani qui, vicino a me… morirai là fuori”
“Morirò, sapendo cosa vuol dire morire. Non ho paura di morire sai, Creonte? Al contrario tuo,
come un giorno mi confessassi”
“Sia. Allora abbraccerai,
il freddo che veneri tanto”.

E mentre io Tebe lasciavo alle spalle
Lui in un grido di dolore s’accorse
Del cadavere di Emone
Fiamma spenta, feto crogiolato nel rubino liquido
E tremava, impazziva, liberando
Il mostro del castello
Chiamando a raccolta tutti i suoi servi
Affinché lo placassero

E a tutti loro raccontò della vanitosa, pretenziosa Antigone
Che non aveva aspettato abbastanza
Che non aveva sperato abbastanza
Che aveva abbandonato la vita
Troppo presto

Ma quale vita si può dipanare
Nell’antro spento di un cuore?
Nella generosità insussistente?
Nel corpo morto di un figlio?
Nella dimenticanza di una madre?
Nel silenzio che la notte sta accompagnando dormendo
Mentre io catturo il Sole
Inseguendo la voce del vento.

Annalisa Mazzolari

Laureata alla triennale di Filosofia presso l’Università degli studi di Trento e in attesa di proseguire con il biennio magistrale a Milano.

Oltre alla filosofia coltiva la passione per la musica: diplomata all’ottavo anno di pianoforte presso il Conservatorio di Brescia e in canto lirico presso il Conservatorio di Bergamo.

TAGS
RELATED POSTS
Nuova

August 27, 2019

Il risveglio

August 6, 2019

Il buonsenso di strada

June 28, 2019

LEAVE A COMMENT