L'Ignoto scrive

I massacri delle Foibe

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October 8, 2019

Introduzione 

Oggi pubblichiamo l’ultimo articolo del nostro concorso letterario “L’ignoto scrive”. Dopo avervi parlato di esplorazioni spaziali e storia dell’arte riserviamo questo spazio ad una pagina importante della storia italiana, raccontata dallo studente liceale Michael Biggio.

I

Per massacri delle foibe si intendono gli eccidi avvenuti, nel secondo dopoguerra, all’interno degli inghiottitoi naturali tipici delle aree carsiche per mano delle milizie della Jugoslavia capitanate da Tito (nome di battaglia di Josip Broz).

Le Foibe

 “Foiba”, (parola del dialetto giuliano derivante dal latino “fovea”, ovvero fossa/cava)  è un termine geologico, che indica un tipo di voragine assai profonda  diffusa nelle aree del Carso, altopiano roccioso calcareo che si estende dalle spalle di Trieste fino alla parte nord-ovest della Croazia.

Queste formazioni geologiche, si prestavano particolarmente bene a nascondere i corpi, data la loro profondità e la natura del terreno, che essendo interamente roccioso risultava difficile da scavare: questa conformazione spinse il generale jugoslavo ad utilizzarle come “discarica” in cui gettare i corpi sui quali si era sfogata “la vendetta slava” per l’oppressione fascista avvenuta durante la seconda guerra mondiale.

Nella sola Istria si trovano più di 1.700 cavità, delle quali solo alcune furono usate come teatro di questo eccidio; alcuni esempi di foibe interessate da questo evento sono: Basovizza, nella quale furono gettati, dalle milizie di Tito, un numero imprecisato di uomini, oggi sede del monumento nazionale per il ricordo delle vittime di questi massacri, e Vines , dove vennero recuperate dal Maresciallo Harzarich, nel 1943, 84 salme .

Inquadramento Storico

Le leggi razziali del 1938, in Italia, miravano ad un processo di “italianizzazione”, che consisteva nell’eliminare, dal popolo italiano, le razze ritenute non ariane; esse comprendevano principalmente la razza semita, gli ebrei, ma anche gli zingari, i neri e gli slavi .

Questa repressione ebbe luogo, inizialmente, con l’obiettivo di eliminare l’identità nazionale delle minoranze attraverso una serie di provvedimenti come: l’italianizzazione della toponomastica, dei nomi propri e la chiusura di scuole bilingue. Successivamente l’odio si inasprì e gli slavi furono deportati in campi di concentramento come quello di Gonars, in provincia di Udine, dove, nel 1942, furono internati circa 10.000 non ariani provenienti dai territori occupati dal Regime e dove morirono circa 500 persone in condizioni immonde.

Nel 1943, dopo tre anni di guerra, le cose si misero male per l’Italia. Il regime fascista di Mussolini  decretò il proprio fallimento con la storica riunione del Gran Consiglio del Fascismo del 25 luglio 1943.

Fanti di marina del Battaglione Barbarigo

La rabbia repressa per quell’odio prodotto dai fascisti verso il popolo jugoslavo ebbe modo di essere colmata, in quel periodo difficile per il nostro paese, e fu allora che ebbero luogo i primi massacri negli inghiottitoi carsici.

La prima ondata di violenza esplose proprio dopo la firma dell’armistizio, avvenuta l’8 settembre 1943. In Istria e in Dalmazia i partigiani jugoslavi di Tito si vendicarono contro i fascisti che, nell’intervallo tra le due guerre, avevano amministrato questi territori con durezza, imponendo un’italianizzazione forzata e reprimendo e osteggiando le popolazioni slave locali.

Con il crollo del Regime – siamo ancora alla fine del 1943 – i fascisti e tutti gli italiani non comunisti vennero considerati nemici del popolo, prima torturati e poi gettati nelle foibe. Morirono, si stima, circa un migliaio di persone. Le prime vittime di una lunga serie. I primi a finire in foiba nel 1945 furono: carabinieri, poliziotti e guardie di finanza, nonché i pochi militari fascisti della RSI e i collaborazionisti che non erano riusciti a scappare per tempo (in mancanza di questi, si prendevano le mogli, i figli o i genitori).

Tito e i suoi uomini iniziarono la loro battaglia di riconquista di Slovenia e Croazia -di fatto annesse al Terzo Reich– senza fare mistero di volersi impadronire non solo della Dalmazia e della penisola d’Istria (dove c’erano borghi e città con comunità italiane sin dai tempi della Repubblica di Venezia), ma di tutto il Veneto, fino all’Isonzo.

Alcuni volontari arruolati nella 13. Waffen-Gebirgs-Division der SS Handschar erano Croati.

Fino alla fine di aprile del 1945 i partigiani jugoslavi erano stati tenuti a freno dai tedeschi, che avevano dominato Serbia, Croazia e Slovenia in modo crudele (stragi, rappresaglie dieci a uno, paesi incendiati e distrutti).

Ma con il crollo del Terzo Reich nulla ormai poteva più fermare gli uomini di Tito. L’obiettivo era l’occupazione dei territori italiani .

Dal 1918 al 1943 la Venezia Giulia e la Dalmazia furono amministrativamente italiane, ma oltre la metà della loro popolazione era composta da sloveni e croati che vennero, come già detto, perseguiti durante il processo di italianizzazione nel periodo fascista. Nella primavera del 1945 l’esercito jugoslavo occupò l’Istria (fino ad allora territorio italiano, e dal ’43 della Repubblica Sociale Italiana) e puntò verso Trieste, per riconquistare i territori che, alla fine della prima guerra mondiale, erano stati negati alla Jugoslavia.

Non avevano fatto i conti, però, con le truppe alleate che avanzavano dal Sud della nostra penisola, dopo avere superato la Linea Gotica. La prima formazione alleata a liberare Venezia, e poi Trieste, fu la Divisione Neozelandese del generale Freyberg, l’eroe della battaglia di Cassino, appartenente all’Ottava Armata britannica. Fu una vera e propria gara di velocità.

Gli jugoslavi si impadronirono di Fiume e di tutta l’Istria interna, dando subito inizio a feroci esecuzioni contro gli italiani. Ma non riuscirono ad assicurarsi la preda più ambita: la città, il porto e le fabbriche di Trieste.

La rabbia degli uomini di Tito si scatenò allora contro persone di origine italiana del tutto innocenti, in una saga di sangue degna degli orrori rivoluzionari della Russia del periodo 19171919.

Modalità di Esecuzione

La foiba di Basovizza

Le uccisioni avvenivano in maniera spaventosamente crudele. I condannati venivano legati l’un l’altro, con un lungo fil di ferro stretto ai polsi, e schierati sugli argini delle foibe. Quindi si apriva il fuoco trapassando, a raffiche di mitra, non tutto il gruppo, ma soltanto i primi tre o quattro della catena, i quali, precipitando nell’abisso, morti o gravemente feriti, trascinavano con sé gli altri sventurati, condannati così a sopravvivere per giorni sul fondo delle voragini, sui cadaveri dei loro compagni, tra sofferenze inimmaginabili.

Soltanto nella zona triestina, tremila sventurati furono gettati nella foiba di Basovizza e nelle altre foibe del Carso.

Uno dei principali monumenti alle vittime, come già detto, si trova a Basovizza, alle porte di Trieste. Qui è stata trovata una foiba, che in realtà era il pozzo di una miniera di carbone, scavata nella roccia agli inizi del novecento,  poi abbandonata. Vi sono state gettate almeno 2.500 persone nei 45 giorni dal 1 maggio al 15 giugno 1945.

Marmo che rappresenta l’interno della foiba di Basovizza.

Un cippo sulla foiba di Basovizza, sulla lastra di pietra che chiude per sempre la voragine in cui furono precipitati i martiri di Trieste e della Venezia Giulia, ne riporta incisi i livelli. In origine la profondità risultava di 300 metri. Nel 1918 era di 228: la differenza era costituita da depositi di detriti, di carbone e di munizioni gettate là dentro dopo la 1 guerra mondiale. Nel 1945, all’ultima misurazione, la foiba era profonda 135 metri: la differenza, stavolta, si doveva ai cadaveri degli italiani assassinati precipitandoli, spesso vivi, nell’abisso. Quanti? Forse 2.000, ma un conto esatto non si potrà mai fare. Fu detto, con brutale espressione, che a Basovizza c’erano 500 metri cubi di morti. Quattro per metro cubo.

La conferenza di pace di Parigi e l’esodo

Bisognava determinare dove sarebbe passato il confine tra Italia e Jugoslavia. Gli Stati Uniti, favorevoli all’Italia, proposero una linea che lasciava al nostro Paese gran parte dell’Istria. I sovietici, favorevoli ai comunisti di Tito, proposero un confine che lasciava Trieste e parte di Gorizia alla Jugoslavia. La Francia propose una via di mezzo, molto vicina all’attuale confine, che sembrava anche l’opzione più realistica, perché seguiva il confine effettivamente occupato dagli eserciti nei mesi precedenti.

Il dramma delle terre italiane dell’Est si concluse con la firma del trattato di pace di Parigi il 10 febbraio 1947. Alla fine, alla conferenza di Parigi venne deciso che per il confine si sarebbe seguita la linea francese: l’Italia consegnò alla Jugoslavia numerose città e borghi a maggioranza italiana rinunciando per sempre a Zara, alla Dalmazia, alle isole del Quarnaro, a Fiume, all’Istria e a parte della provincia di Gorizia.

Targa che segna il confine tra l’Italia e la Slovenia a Gorizia.

Il trattato di pace di Parigi di fatto regalò alla Jugoslavia il diritto di confiscare tutti i beni dei cittadini italiani, con l’accordo che sarebbero stati poi indennizzati dal governo di Roma.

Questo causò due ingiustizie. Prima di tutto l’esodo forzato delle popolazioni italiane, istriane e giuliane, che fuggivano a decine di migliaia, e in seguito, il mancato risarcimento.

La stragrande maggioranza degli esuli emigrò in varie parti del mondo cercando una nuova patria: chi in Sud America, chi in Australia, chi in Canada, chi negli Stati Uniti.

 

Michael Biggio

Sitografia

www.rivistastudio.it

www.focus.it

www.ilprimatonazionale.it

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