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9 ottobre 1963: il disastro del Vajont

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October 9, 2019

Sono passati ormai 56 anni da quel fatidico giorno, da quella sera del 9 ottobre 1963 quando 1917 vite sono state letteralmente spazzate via in un istante. Alle 22:39 oltre 260 milioni di metri cubi di rocce e detriti si staccarono dal versante settentrionale del Monte Toc e precipitarono ad altissima velocità, si stima più di 100 km/h, nel lago artificiale del Vajont. L’effetto fu devastante. Come quando si tira un sasso in una bacinella piena d’acqua, così un’onda di 250 m e 30 milioni di metri cubi tracimò la diga riversandosi prima su Longarone, il paese subito sottostante, e poi in tutta la valle del Piave lasciando dietro di sé un paesaggio apocalittico.

Come succede in questi casi, la prima domanda è: di chi furono le responsabilità? Difficile a dirsi, la geomorfologia applicata e la geologia delle frane erano, diciamo così, ancora agli albori in quel periodo quindi non esisteva come adesso un iter dettagliato di analisi e rilevamento dei luoghi dove sarebbero state costruite piccole e grandi opere. Fu proprio il “Disastro del Vajont” e la sensibilizzazione sul tema che ne derivò che segnarono un punto di svolta, almeno in Italia, per queste discipline.

D’altro canto, ironia della sorte, nonostante tutto ciò che successe quella notte, la diga del Vajont resistette, dimostrandosi un’opera di altissima ingegneria realizzata in maniera impeccabile (aveva infatti sopportato forze 20 volte maggiori rispetto a quelle per le quali era stata progettata). L’unica cosa che possiamo dire quindi è che una incredibile combinazione di responsabilità umane, dettate più dall’ignoranza che dalla negligenza, e di fattori naturali hanno portato ad una delle più grandi catastrofi sofferte dal popolo Italiano.

Dopo il disastro si cercò subito di capire cosa fosse successo e cosa avesse scatenato questo movimento abnorme di materiale. Lo studio dei dati derivanti dalle indagini condotte prima, durante e dopo il disastro evidenziò che la diga venne costruita in una zona geologicamente instabile, infatti il versante settentrionale del Monte Toc era già stato interessato da un movimento franoso che aveva ostruito il torrente Vajont il quale si era a sua volta ri-scavato un passaggio fra i detriti andando a creare quella che era la valle nella quale si decise di costruire la diga. La presenza di una paleo-frana comporta, in generale, anche la presenza di una antica superficie di scorrimento che geologicamente risulta essere un punto di debolezza lungo il quale può ri-avvenire uno scorrimento.

Rappresentazione della paleo-frana E.Semenza (immagine digitalizzata)

La paleo-frana del Monte Toc, in particolare, aveva una situazione geologica ulteriormente complicata e resa più instabile dalla presenza di un livello impermeabile di argilliti che divideva due falde sotterranee sovrapposte. La falda superiore era libera di variare il proprio livello mentre quella inferiore era “imprigionata” e, nel momento in cui fosse stata interessata da apporti d’acqua importanti, sarebbe andata a premere sul livello di argilliti aumentando la pressione verso l’alto e diminuendo così la stabilità della paleo-superficie di scorrimento.

Nell’agosto del 1963 i capisaldi che erano stati messi per monitorare il movimento della paleo-frana registrarono dati preoccupanti e si decise di conseguenza di diminuire l’altezza dell’invaso fino al livello ritenuto di sicurezza di 700 m. Diminuendo però l’altezza del livello del lago venne tolta l’unica forza, la pressione dell’acqua appunto, che impediva alla frana di destabilizzarsi. Fu l’inizio della fine. Non passò molto tempo prima che la paleo-frana si riattivasse generando quella serie di eventi catastrofici che cambiarono totalmente il volto della Valle del Piave.

[D.Rossi, E. Semenza – immagine modificata]

Dinesh Kunalan

Diplomato superiore come “Tecnico Superiore esperto di costruzioni in ambito portuale, costiero, fluviale e lacustre” presso l’Accademia Italiana Marina Mercantile di Genova, con una tesi su “Analisi Morfodinamica del Torrente Vobbia” in collaborazione con gli uffici della Città Metropolitana di Genova (ex Provincia).

Attualmente iscritto al terzo anno del Corso di Laurea Triennale in Scienze Geologiche presso l’Università degli Studi di Genova.

Evandro Balbi

Laureato Triennale in Scienze Geologiche, presso l’Università degli Studi di Genova, con una Tesi dal titolo “Petrografia ed Evoluzione di Pseudotachiliti Alpine in Periodotiti e Gabbri Eclotigizzati come Evidenza di Terremoti di Profondità Intermedie”. Dal 2019 Laureato Magistrale in Scienze Geologiche presso lo stesso Ateneo.

 

 

 

Note:

Cliccando su questo link è possibile vedere un’animazione digitale di ciò che è avvenuto:
https://www.youtube.com/watch?v=uqkFXm2HtMA

Nelle Immagini:
– Pagine de “Il Gazzettino”, Edizione di Belluno, dell’11 ottobre 1963;
– La diga, il Monte Toc e la frana causa del disastro [https://image.3bmeteo.com/…/la-frana-e-la-diga-tuttora-inta…];
– La frana vista dal versante opposto [https://www.vicenzareport.it/wp-content/…/2016/10/vajont.jpg];
– Sezione geologica Est-Ovest della paleo-frana. A sinistra l’antico alveo del torrente Vajont ostruito dalla paleo-frana, a destra l’alveo dove è stata costruita la diga [E. Semenza];
– Sezione geologica Nord-Sud della valle prima e dopo l’evento franoso del 9 ottobre 1963 [D.Rossi, E. Semenza – immagine modificata].

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