Storia

Quando Napoleone era solo contro tutti, la campagna del 1814

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October 11, 2019

La feroce aggressività militare dell’impero napoleonico subì la sua più grande battuta d’arresto in terra di Francia, quando Napoleone si giocò il tutto per tutto, e lo fece contro tutti, persino il suo stesso stato maggiore.
L’epopea era giunta ad una fase critica e definitiva, le trionfali strategie militari adottate in tutt’Europa dovettero convertirsi in disperate e resilienti tattiche di strenua sopravvivenza; una gloria eversiva, ma non troppo diversa da quella elargita in tutto l’impero.
Alcuni mesi dopo aver maturato i più cocenti smacchi della sua carriera, l’imperatore riparò all’interno dei confini originari della Francia escogitando i più disparati metodi di arruolamento per colmare il vuoto lasciato dalle terrificanti perdite subite in Russia e in Germania.
Si iniziò a trattare per riportare la Francia alle sue frontiere naturali, ma nessuno era veramente interessato ad un accordo.
Sino all’Aprile del 1812, se avesse voluto passare in rivista ogni suo corpo d’armata, Bonaparte avrebbe assistito ad una realtà militare con rari precedenti: una rassegna di circa un milione e duecentomila unità multietniche e multiculturali, quasi un decimo della popolazione europea di allora si lasciò trasportare entusiasticamente dal movimento bonapartista. Ognuno di loro aveva, nei propri zaini e nelle giberne, il bastone da maresciallo di Francia. La logistica adottata tra i ranghi era la migliore del tempo e chiunque poteva fare carriera nell’esercito grazie al più efficiente dei criteri militari: la meritocrazia.
Lo stesso Octave Levavasseur ebbe a dire nelle sue memorie militari: “Con questi uomini e un tale spirito nessuna forza, né potenza, poteva resistere. Se il nemico fosse stato anche dieci volte più numeroso, sarebbe stato schiacciato allo stesso modo”.
In seguito alla catastrofica avventura in Russia la situazione si era però drasticamente rovesciata. La possibilità di ricostituire la forza bellica della Grande armata era sfumata assieme alle tiepide braci che inghiottirono le aquile imperiali quando fu ordinato di bruciare le bandiere dei reggimenti sopravvissuti alla Russia. La prospettiva di una difesa efficace era lontana, ma non inverosimile, e lo rimase sino al 19 ottobre del 1813, quando lo scontro consumatosi a Lipsia azzerò le possibilità di affrontare più di un esercito nemico in campo aperto. Il potenziale bellico da cui Napoleone poteva attingere si era ridotto di altri 30.000 uomini e gli effettivi a disposizione erano meno di un quinto rispetto alle risorse che potevano schierare gli eserciti Alleati.
Il 22 dicembre i nemici della Francia ruppero ogni indugio varcando il Reno con l’armata austro-bavarese all’altezza della Svizzera. I primi contingenti prussiani entrarono rapidamente in territorio transalpino, seguiti a stretto giro dall’intera armata della Slesia al comando di Blücher, che si stava mobilitando con l’intento di sfondare il medio Reno. Frattanto, l’armata di Boemia del principe Schwarzenberg, ovvero l’esercito austriaco, stava risalendo da sud-est Basilea e Colmar cercando di unirsi alla gigantesca offensiva della sesta coalizione. Gli Alleati stavano mettendo in campo quasi mezzo milione di uomini, un piano a più direttrici che avrebbe messo in pratica un’offensiva a più fasi, ma con un solo obiettivo: convergere a Parigi.
Contro questo immenso spiegamento di forze e per difendere quasi 500 km di frontiera orientale, l’imperatore poteva contare su 67.000 uomini; tutti gli altri effettivi che avrebbe voluto schierare si resero irreperibili. Ogni generale e maresciallo di Napoleone era consapevole di non disporre delle risorse sufficienti per rallentare l’avanzata nemica, pertanto, superate alcune resistenze irrisorie, Blücher e Schwarzenberg poterono marciare indisturbati inoltrandosi nel cuore della Francia e puntando a ricongiungersi prima di marciare sulla capitale.
Le condizioni della campagna di Francia esigevano quello che Napoleone sapeva fare meglio: cogliere le forze nemiche alla sprovvista, dividere i contingenti e affrontarli separatamente. Metodo con cui aveva affrontato molte offensive durante diverse campagne e che era solito adottare con successo, ma non si era mai capacitato di doversi difendere da un esercito di tali proporzioni.
In effetti ogni aspetto di questa inedita campagna era nuovo per Napoleone: non aveva una grande libertà di movimenti (anche se poteva contare su un’efficace sistema di mobilità delle truppe), era costretto –per la prima volta- ad agire in Francia, sulla difensiva e trovandosi in larga inferiorità; puntava ad evitare quello scontro campale di grandi dimensioni che precedentemente aveva sempre cercato durante la stagione delle sue grandi imprese. Allo scopo usava le ampie distese della Francia Centrale, le strade, i sentieri, i fitti tessuti delle carraie di campagna e i fiumi, per agevolare i veloci spostamenti delle divisioni dislocate presso depositi predisposti in punti strategici –irradiati da quello principale di Parigi. Tutti questi appoggi logistici garantivano al suo esercito il vantaggio della rapidità, necessaria per sorprendere con scaramucce e piccole sortite le lente colonne di marcia delle truppe avversarie, che viaggiavano con al seguito le linee costituite dai carri delle salmerie.
Poteva così colpire i singoli contingenti uno alla volta, approfittando inizialmente della condizione dell’esercito prussiano, dal momento che Blücher distribuì la sua armata in più distaccamenti distanziati. L’imperatore non fece attendere il suo primo bersaglio, il 25 gennaio lasciò la capitale alla testa di tutti gli uomini immediatamente disponibili, cioè un esiguo contingente di 34.000 effettivi e, quattro giorno dopo, raggiunse le linee nemiche a Brienne, ma non potè infliggere ai prussiani più di 4.000 caduti e, soprattutto, non riuscì a impedire il ricongiungimento dei due rispettivi eserciti, che costituirono un’armata di 110.000 uomini. A quel punto, i due comandanti alleati puntarono decisi su Napoleone, che aveva nel frattempo sospeso l’inseguimento dei prussiani a La Rothière.
A inizio febbraio l’imperatore, con soli 40.000 effettivi rallentati da una tormenta di neve, riuscì a svincolarsi verso Troyes impiegando un’intera divisione del maresciallo Ney con l’obiettivo di ostacolare il nemico assieme alla Giovane guardia. Gli Alleati mangiarono la foglia, iniziarono a dividersi e sparpagliarsi facendo così il gioco di Napoleone, che potè finalmente riprendere a temporeggiare attaccando le forze avversarie separatamente. A Champaubert, il 10 febbraio, sorprese e annientò 5.000 uomini di Olsufiev. Il giorno dopo mobilitò gran parte dei suoi contingenti verso ovest, aggredendo da più direzioni i russi di Sacken a Montmiral. Mosse poi su Montereau per dare manforte al maresciallo Victor contro Schwarzenberg, respingendo l’attacco di Blücher alla sua retroguardia il 14 presso il villaggio di Vauchamps.
La reputazione era integra, il morale alle stelle; con tre vittorie in sei giorni (donde “campagna dei sei giorni”) inflisse più di 20.000 caduti ai nemici con una marcia di 120 km in appena cinque giorni, ristabilendo così la sua nomina. Mentre l’esercito prussiano si leccava le ferite, Bonaparte si concentrò sugli austriaci, muovendosi lungo la Senna sino ad attaccare Schwarszenberg il 17 presso Montereau.
Prevalse nuovamente, ma non in maniera decisiva e non riuscì ad impedire la fuga di gran parte degli effettivi nemici. Napoleone si espose molto durante lo scontro, galvanizzò le prime linee col suo carisma, era perfettamente riconoscibile dai reparti nemici, sino a suscitare le proteste della Guardia, cui rispose: “Non temete: la palla che mi ucciderà non è ancora stata fusa”.
Il successo delle operazioni francesi non fu però determinante: non impedì ai contingenti austriaci e prussiani di riunirsi nuovamente e non riuscì ad intercettare le manovre di Blücher presso Troyes, che aveva nel frattempo portato i propri effettivi a 100.000 uomini.
I francesi avanzarono alla cieca sino a ritrovarsi faccia a faccia con le linee prussiane a Laon e Napoleone, pur disponendo di soli 37.000 soldati, attaccò con determinazione il 9 marzo. I prussiani rimasero sulla difensiva, increduli dell’offensiva francese e timorosi di essere sorpresi sul fianco da qualche contingente nascosto; poi il giorno dopo l’anziano e veemente Blücher desistette malato dal suo dovere, consentendo ai francesi di svincolarsi verso Soissons, cogliendo lungo la strada un’altra netta vittoria sulla colonna di raccordo tra le armate della Slesia e della Boemia (comandata da Saint Priest). All’imperatore non rimase che tentare un’ultima disperata mossa del cavallo: tagliare la via di ritirata agli Alleati oltre il Reno, puntando su una posizione centrale lungo la Marna. Raggiunse quindi Arcis-sur-Aube e la sottrasse a Werde il 20, ma il mattino seguente si rese conto di avere di fronte gli 80.000 uomini di Schwarszenberg e, con i suoi 28.000, si affrettò a svincolarsi sacrificando parte della retroguardia. Napoleone si era ormai capacitato di non essere più in grado di impedire alle forze Alleate di convergere su Parigi, dove entrarono il 31 dichiarando decaduto l’imperatore. Ma neppure allora Bonaparte si rassegnò all’abdicazione, che avvenne solo il 6 aprile sotto le pressioni dei suoi marescialli con cui aveva prolungato di poche settimane la sua epopea.
Il “piccolo caporale” ha perso la guerra, ma il volo dell’aquila non è ancora finito, la leggenda dell’uomo che diventa mito deve ancora compiere la sua parabola finale e non può scomparire banalmente dalla Storia. A Napoleone basterà mostrare la feluca per intraprendere la sua ultima avventura.

Carlo Alberto Ghigliotto

Filosofo, autore di saggi di semiotica, estetica medievale, storia dell’arte e della filosofia. La sua attività di saggista, bibliofilo e giornalista, è legata agli studi classici maturati nelle realtà del pensiero debole e dell’etica leopardiana. Studia filosofia prestando fede alla teoria de “Il pensiero ancestrale” di Manlio Sgalambro: considera l’attività filosofica come una prassi individuale di ascetismo e atarassia; distante dalle aule universitarie e dai percorsi accademici convenzionali (ancora in parte legati all’idealismo di Croce e Gentile).

Bibliografia:
Andrew Roberts: Napoleone il grande.
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