Narrativa

Le fiabe russe e il rito di iniziazione

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October 14, 2019

Analisi della correlazione tra fiaba e rito attraverso l’evoluzione storica e sociale

La fiaba

Le fiabe russe, come le fiabe di tutte le culture, hanno origini antichissime: non esistono datazioni precise, ma possiamo affermare che le fiabe orali iniziarono a circolare dopo il passaggio da una società nomade e cacciatrice a una società sedentaria e agricola, e vennero tramandate di generazione in generazione finché non furono trascritte nel corso del XIX secolo.

La fiaba trae le sue origini dalla realtà e dalla quotidianità. Gli elementi appartenenti alla fiaba come le creature fantastiche, gli animali parlanti e gli oggetti magici non sono frutto della fantasia di un autore – come invece avviene per la favola – ma sono spiegazioni di una tradizione e di una cultura che ormai non ci appartiene più, e di cui è rimasta solamente la vena fantastica tramandataci dai racconti popolari e appunto dalle fiabe.

La nascita della fiaba è imputabile alla necessità di mantenere vive le tradizioni attraverso lo scorrere del tempo: mentre la società progredisce, l’umano si evolve e il progresso si sviluppa, le usanze e i costumi rimangono impressi nella mente delle persone attraverso racconti e fiabe.

Ma ciò che bisogna tenere a mente è che la fiaba non nasce in concomitanza con queste tradizioni, bensì dopo. Quando quelle tradizioni non fanno più parte della società, e sono diventate parte del passato, le persone iniziano a comporre fiabe che raccontano di questo passato. Pertanto non possiamo limitarci a prendere per dato di fatto tutto ciò che viene descritto nelle fiabe, perché come ogni evento narrato a posteriori entrano in gioco modificazioni e cambi di mentalità, che fanno sì che si guardi al passato da un’altra prospettiva. [1]

Esistono vari tipi di fiaba, ognuno di questi riconducibile a una determinata categoria.

Ciò che interessa a noi per comprendere il rito di iniziazione sono le fiabe definite da Propp “racconti di fate”, una delle tipologie in cui lo studioso suddivide l’intero patrimonio fiabesco russo. Per racconti di fate Propp intende:

“Il genere di fiabe che incomincia con una menomazione o con un danno arrecato a qualcuno oppure col desiderio di possedere qualche cosa e si sviluppa attraverso la partenza del protagonista dalla casa paterna, l’incontro con un donatore che gli offre un mezzo fatato oppure un aiutante per mezzo del quale egli trova l’oggetto delle sue ricerche. Più avanti la fiaba presenta un duello con l’avversario, il ritorno e l’inseguimento. […] Le fiabe che rispecchiano questo schema verranno chiamate in questo libro “racconti di fate”.[2]

Il rito di iniziazione

Il rito di iniziazione è l’asse portante delle società primitive, in qualsiasi parte del mondo. Il rito di iniziazione consiste nel passaggio di un individuo dalla pubertà all’età adulta, che gli consente di entrare a far parte dei membri adulti della comunità.

Giunti nella fase della pubertà -più precisamente, raggiunto il pieno sviluppo sessuale- i ragazzi del clan, o tribù, vengono allontanati e portati in un luogo specifico e sacro dove avverrà il rito di iniziazione ad opera di uno sciamano, o strega.

La durata del rito poteva variare da tribù a tribù, da regione a regione, ma ciò che accomuna tutti i riti di iniziazione sono una serie di elementi: la morte apparente dell’iniziato; l’animale totemico; il trasferimento dell’anima.

La morte apparente

Giunti nel luogo dove sarebbe avvenuto il rito – una capanna nella foresta – gli iniziati venivano sottoposti ad una serie di rituali che li avrebbero condotti ad uno stato di morte apparente.

Nella capanna colui o colei che eseguiva il rituale somministrava ad ogni ragazzo qualcosa che permettesse di simulare la morte: con l’ingerimento di erbe, radici, polveri con effetto narcolettico, il ragazzo cadeva addormentato per il tempo necessario che serviva per completare il passaggio; durante questo periodo, lo sciamano praticava sul corpo del ragazzo segni, tagli o tatuaggi che servivano per attestare l’avvenuto rito di iniziazione.

Lo stadio di morte apparente è ciò che permette al ragazzo di entrare in contatto con l’animale totemico, di trasferirvi l’anima, di assumerne le caratteristiche e di risvegliarsi maturo e più forte.

Al risveglio, a rito avvenuto, i ragazzi erano immersi in uno stato di torpore che andava via via scemando, finché non tornavano completamente “in vita” e venivano autorizzati a tornare nella società, accolti come degli eroi vincitori della morte e tornati gloriosamente dal regno dei morti.

L’animale totemico

Come già accennato, durante la morte apparente l’iniziato si legava a un animale, di cui assumeva le caratteristiche. Il totem, per definizione, è l’antenato capostipite del clan di cui l’iniziato fa parte, è un animale sacro che è vietato uccidere. Dell’animale totemico (orso, cavallo, ariete…) lo sciamano conservava le pelli, che avrebbe avvolto attorno al corpo senza vita dell’iniziato. Le stesse pelli venivano usate in un secondo momento per avvolgere il cadavere – reale questa volta – dei membri deceduti del clan.[3]

La ragione per cui il rito di iniziazione si basa sul legame tra un uomo e un animale è da ricercare nella natura psicologica intrinseca dell’essere umano stesso.

L’uomo, evolvendosi, ha preso le distanze dal continuum zoologico di cui aveva sempre fatto parte, al punto di iniziare a uccidere cacciando quegli animali di cui prima dell’evoluzione non si era mai nutrito. In un certo qual modo l’uomo caccia creature che per natura non dovrebbe uccidere, andando contro quindi il complesso procedimento della catena alimentare e diventando un predatore, un ruolo che non gli era mai appartenuto. Questo inoltre avveniva sfruttando utensili creati apposta per uccidere. L’uomo inizia quindi ad imitare le specie di predatori, fino al momento in cui diventa egli stesso un predatore: da imitazione, a metamorfosi.

«Se viene spinta all’estremo, l’imitazione è metamorfica. Non solo riproduce qualcosa che prima era estraneo, ma gli si assimila. Introduce l’imitante all’interno dell’imitato – e all’inverso. […] Quando l’imitante tornerà al suo punto di partenza, non sarà più lo stesso. Ormai gli appartiene qualcosa di ciò che ha imitato».[4]

Pertanto rappresentare questo stadio evolutivo -inconscio- nel rito di iniziazione è il punto d’arrivo più ovvio per una società che rappresenta attraverso riti, miti e usanze ogni momento saliente della vita umana. Il ragazzo iniziato diviene quindi a sua volta un predatore, un cacciatore, proprio come tutti gli uomini prima di lui, sin dal momento in cui l’animale si è evoluto in homo.

Il trasferimento dell’anima

Presso molte popolazioni primitive regnava la convinzione che la soluzione più sicura per preservare la vita umana fosse rimuovere dal corpo mortale l’anima, e trasferirla in un posto sicuro.

L’anima poteva quindi rimanere distante dal corpo finché il proprietario lo avesse voluto: per un determinato periodo oppure per sempre. Ad esempio, gli sciamani non si ricongiungevano mai con la propria anima proprio per via della posizione delicata che ricoprivano: nascondere l’anima era il modo più sicuro per evitare di essere uccisi da qualche nemico avido, desideroso di impossessarsi di segreti o formulari.

Per quanto concerne il rito di iniziazione, l’anima dell’iniziato veniva trasferita all’interno dell’animale totemico, proprio come tutti gli appartenenti al clan avevano fatto prima di lui. Pertanto l’animale totemico non si poteva uccidere non solo per via del ruolo di antenato capostipite del clan, ma anche perché era considerato il custode delle anime dei membri del clan.[5]

Lo sciamano

Lo sciamanesimo deriva, attraverso il russo, dalla parola tungusa Šamān e ha origine nell’Asia centrale, in particolar modo in Siberia. La figura dello sciamano è fondamentale per le tribù primitive, in quanto è colui che ha un rapporto diretto con la natura e con le forze che governano la terra. La società primitiva infatti riteneva che uomo e natura fossero sullo stesso piano, e che l’uomo fosse in grado di piegare la natura alla sua volontà.[6] Lo sciamano aveva perciò questo compito: mediare con la natura per ottenere selvaggina, pioggia, fuoco, ecc, e tale mediazione avviene grazie allo stato di estasi. Durante la trance l’anima dello sciamano ha la possibilità di scendere agli Inferi o ascendere al Cielo, dove cerca l’anima di coloro che l’hanno smarrita o dove conduce l’anima dei defunti. E lo sciamano è anche colui che compie il rito di iniziazione, in quanto segue l’anima del neofita, la conduce sulla strada adeguata, la lega all’animale totemico e infine la riconduce al ragazzo che ormai è divenuto un iniziato.

Elementi del rito all’interno della fiaba

L’inizio del viaggio

La fiaba non inizia mai in medias res: ci viene solitamente fornita una panoramica sulla famiglia del giovane, sulla sua storia e sulle motivazioni che spingono il ragazzo a mettersi in viaggio.

Spesso, il giovane parte per cercare fortuna; altre volte invece, il genitore crudele lo spinge a partire. In ogni caso, il giovane comincia il suo percorso in solitudine e senza sapere esattamente dove deve andare.

Giunge quindi in un bosco, allontanandosi dal villaggio. All’ingresso del bosco troviamo una capanna –l’izba su zampe di gallina- in cui abita la strega, la Baba Jaga. Ella accoglie il giovane, affamato e disorientato, ma non senza trarne qualche vantaggio. Il ragazzo, per potersene andare, dovrà eseguire dei compiti, all’apparenza impossibili.

Alla base del rito di iniziazione vi è la convinzione che il giovane muoia e resusciti attraverso il rito. Presso le popolazioni della Russia il rito si svolgeva nella foresta, all’interno di una casa “per ragazzi”, e veniva compiuto da una donna che si riteneva avesse poteri magici -la Baba Jaga appunto-.

L’izba rappresenta inoltre l’ingresso al regno dei morti. L’eroe, per entrare nella casa, deve chiedere il permesso alla Baba Jaga, proprio come deve essere autorizzato per poter accedere al regno dei morti.[7]

Ecco quindi il significato di questi tre elementi all’interno del rito:

  1. La partenza del giovane simboleggia l’allontanamento dalla famiglia -e quindi dall’infanzia- per andare a compiere il rito che lo trasformerà in un uomo nuovo;
  2. L’ingresso nel bosco simboleggia l’arrivo del ragazzo nel luogo in cui si terrà il rito, lontano dal villaggio e ancora immerso nella natura primitiva a cui questo è legato;
  3. La Baba Jaga rappresenta la donna con poteri magici che ha il compito di eseguire il rito.

Lo svolgimento del viaggio e le prove

Dopo che la Baba Jaga ha iniziato a compiere il rito -quindi ha ucciso in modo apparente il ragazzo, affinché questo si risvegli uomo- il giovane lascia la foresta per dedicarsi ad un lungo viaggio durante il quale incontrerà un numero variabile di ostacoli, compagni di viaggio e aiutanti, e colei che diverrà la sua sposa.

L’elemento fondamentale di questo passaggio è il viaggio in un altro mondo, anche se questo non viene sempre definito come tale. Questo viaggio simboleggia il regno dei morti -il cui ingresso è la casa sulle zampe di gallina della Baba Jaga- e rappresenta l’iter del giovane per resuscitare come uomo nuovo e formato nel regno dei vivi.

Frase caratteristica che indica che il giovane si trova nel regno dei morti è “Sento odore di ossa russe”. Viene pronunciata da uno dei tanti nemici del giovane che si nutrono di ossa d’uomo, e significa che il nemico sente odore di uomo vivo, proprio perché appunto il giovane è l’unico vivo in un regno di morti.

I donatori e gli oggetti magici

All’eroe si affiancano uno o più animali che lo aiutano durante il viaggio, e senza i quali l’eroe non sarebbe in grado di portare a termine il compito. L’animale incontrato generalmente è un animale che l’eroe ha risparmiato o che ha tratto in salvo. Esso, per sdebitarsi, gli promette il suo aiuto in futuro o gli fornisce degli oggetti -gli oggetti magici- che serviranno all’eroe per risolvere la missione. Il donatore nella fiaba fornisce all’eroe ciò di cui lui ha bisogno per completare la missione; generalmente, l’animale offre se stesso, ma se invece il donatore è un vecchio, un parente o uno sconosciuto il dono è qualcosa di materiale, come un anello, una bambola o una bisaccia. Un qualcosa che all’apparenza sembra inutile, ma che si rivelerà l’unica cosa in grado di aiutare l’eroe.

Gli aiutanti

A differenza del donatore, l’aiutante accompagna l’eroe durante il suo viaggio e, la maggior parte delle volte, agisce al posto suo, rivelandosi una sorta di eroe in ombra. L’aiutante può essere di qualunque tipo: un uomo, uno stregone, un animale… Ciò che più concerne al rito di iniziazione è l’aiutante animale. Il legame tra l’eroe e l’animale è molto forte e si basa sulla relazione ragazzo-animale totemico del rito di iniziazione. L’animale totemico associato ad ogni ragazzo è lo stesso animale del suo clan, pertanto il legame vivi-antenati è molto forte e rivela come non vi sia mai una netta divisione tra mondo dei vivi e mondo dei morti e anzi, come l’iniziando sia in grado di passare da un mondo all’altro grazie al rito.

La principessa e il matrimonio

L’eroe, alla fine della fiaba, sposa la principessa e diventa sovrano. Il raggiungimento di tale conclusione si evolve quasi sempre allo stesso modo: la principessa indìce una sfida per scegliere il futuro sposo. Se invece non è la principessa a indire la sfida, è il padre di lei. Comunque sia, agli sfidanti sono imposte prove impossibili se non per l’eroe che, grazie agli oggetti magici e agli aiutanti, riesce a portare a termine la prova e a sposare la principessa.

I luoghi

I luoghi della fiaba sono molteplici, ma possono essere ricondotti a due in particolare: il villaggio e l’altro mondo. A dividerli vi è il bosco, o la foresta, presentato quasi sempre come buio, silenzioso e deserto. Come anticipato in precedenza, ognuno dei luoghi simboleggia qualcosa di altro. Il villaggio rappresenta la civiltà al momento in cui le fiabe iniziano ad essere trasmesse oralmente: la società si è evoluta in sedentaria, i cittadini svolgono vari lavori (come fabbro, stalliere ecc), e ogni villaggio dipende dallo zar, che vive a palazzo circondato dalla sua corte.

Opposto al villaggio troviamo l’altro mondo, solitamente caratterizzato dall’elemento del fantastico, come  uccelli magici o oggetti stregati. L’altro mondo non è lo stesso per ogni fiaba, anzi cambia spesso forma di fiaba in fiaba, questo perchè non è la descrizione del luogo ciò che conta, ma ciò che esso rappresenta. Infatti, nell’altro mondo l’uomo proietta i suoi desideri e i suoi bisogni, mantenendo però gli elementi basilari appartenenti al mondo in cui vive, come la struttura gerarchica e l’ordinamento sociale. Ma soprattutto, l’uomo proietta nell’altro mondo il controllo su ciò che normalmente non può avere: il controllo degli elementi atmosferici, della selvaggina, delle terre coltivate. Gli abitanti dell’altro mondo non devono lavorare o perire per avvenimenti che non possono controllare, perchè hanno già tutto ciò di cui necessitano: cibo in abbondanza, campi rigogliosi, completo controllo sulle stagioni. [8]

A metà strada vi è il bosco, che serve da passaggio dall’uno all’altro mondo. Esso rappresenta la primitività della società, il luogo in cui si annidano i sentimenti più viscerali dell’animo umano, e il luogo in cui la stregoneria prende forma: essa infatti non sarebbe possibile nel mondo civilizzato. Ed è il bosco che necessita di un’analisi più approfondita.

Come abbiamo già potuto notare, le fiabe rappresentano una commistione di elementi stratificati, appartenenti a culture che si sono evolute e modificate durante il corso del tempo. Analizzando tutti gli elementi stratificati, è possibile tracciare un percorso cronologico e storico de bosco descritto nelle fiabe, aiutandosi in questo caso con una comparazione con le altre culture idoeuropee.

Le migrazioni delle popolazioni indoeuropee nei territori europei e dell’Asia Minore, a partire dal 2000 a.C., sono riassumibili in tre fasi:

-la fase greco-romana

-la fase indo-iranica

-la fase celtico-germanica

-per ultimi arrivarono gli slavi, dopo il V secolo d.C.

Queste tre ondate, a distanza diversi secoli una dall’altra, mantengono comunque origini, tradizioni e lingua comune, assorbendo, e venendo assorbite da, quelle delle popolazioni preesistenti nel territorio insediato. Fatta tale premessa, passiamo ora ad analizzare il ruolo del bosco e del villaggio nelle culture indoeuropee.
La società primitiva viveva in un ambiente prevalentemente boschivo, non vi erano insediamenti urbani o villaggi, ma le tribù si spostavano di luogo in luogo alla ricerca di cacciagione e raccolto e secondo il ciclo delle stagioni. In questa fase, il bosco era l’unica realtà conosciuta dall’uomo, e con il bosco vi era quel legame profondo che portava a considerarlo come sacro. Tutti i riti e i rituali avvenivano nel bosco, e la religione delle popolazioni primitive era prettamente naturalistica. La natura, in questa fase, era vista come positiva, di aiuto all’uomo nella sua lotta per la sopravvivenza, con la quale lo sciamano -o il druido, o qualsiasi nome avesse lo stregone all’interno della tribù- aveva un rapporto alla pari e con cui poteva comunicare per piegarla alle necessità della tribù.
In un secondo momento l’uomo comincia ad insediarsi nei territori, a urbanizzarli e farli propri. Comincia una fase di disboscamento, dai rifugi nel bosco si passa alle capanne e poi alle case nel villaggio. La caccia e il raccolto non sono più la fonte primaria di sussistenza, ma vengono sostituite con l’agricoltura e l’allevamento. Il bosco, a questo punto, non è più portatore di animali di cui cibarsi e rifugio dai predatori, ma diventa un luogo oscuro, insidioso, da cui derivano i pericoli e i mali che affliggono il villaggio, come le fiere. Cambiano i riti, la credenza religiosa, ma in maniera graduale. Per molto tempo infatti, accostate alle nuove usanze legate alla vita urbana, troviamo ancora quei riti boschivi, quel contatto con la natura che nella realtà civilizzata stava scomparendo. Pertanto gli sciamani, per  mantenere quel contatto con la natura, dovevano tornare nel bosco. E la natura perde la sua positività e diventa al contrario una nemica, una forza sovraumana a cui l’uomo deve sottostare e che governa le piogge, le carestie e il raccolto.

Pian piano si arriva ad una terza fase, in cui l’uomo perde progressivamente il contatto con il bosco e con la natura e basa la sua vita sull’urbanizzazione. Scompare la figura dello sciamano e le usanze vengono sostituite da religioni non più naturalistiche ma politeistiche e monoteistiche che, al contrario, vedono come forza sovraumana uno o più dèi, a immagine e somiglianza dell’uomo. Questa evoluzione del rapporto uomo-bosco è riscontrabile all’interno delle fiabe russe.

Nella fiaba possiamo notare la paura per il bosco, presentato come sconosciuto e cupo. All’interno del bosco vive quella figura che detiene ancora un legame con la natura, ovvero la Baba Jaga. Tuttavia l’uomo, per quanto intimorito dalla figura del bosco, ricerca in esso le sue radici, attraverso il rito d’iniziazione che sansisce un legame profondo con la tradizione della sua tribù e allo stesso tempo con la natura.

Note
[1]V. Ja. Propp, Le radici storiche dei racconti di fate,  Torino, Universale Scientifica, 1989.
[2] R. Calasso, Il cacciatore celeste, Milano, Adelphi 2016.
[3]V. Ja. Propp, Le radici storiche dei racconti di fate,  Torino, Universale Scientifica, 1989.
[4] R. Calasso, Il cacciatore celeste, Milano, Adelphi 2016.
[5]J.G.Frazer, Il ramo d’oro, op cit.
[6]Ibidem
[7]V. Ja. Propp, Le radici storiche dei racconti di fate,  Torino, Universale Scientifica, 1989.
[8]Ibidem.

di Michela Bianco

Laureata triennale in Scienze della Mediazione Linguistica presso l’Università degli Studi di Torino con una tesi dal titolo “Le fiabe russe e il rito di iniziazione: Analisi della correlazione tra fiaba e rito attraverso l’evoluzione storica e sociale”.

Da sempre appassionata di narrativa e scrittura creativa ha visto la pubblicazione del suo primo romanzo dal titolo “The sound of silence” presso la casa editrice Dario Abate Editore, nel dicembre del 2017. Grazie a questa esperienza ha deciso di proseguire gli studi in ambito giornalistico ed editoriale iscrivendosi al Corso di Laurea Magistrale in Informazione ed Editoria presso l’università degli Studi di Genova per approfondire tale campo.

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