Storia

L’ultima avventura di Murat, 13 ottobre 1815

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October 18, 2019

La parabola finale della vita di Joachim Murat, tra i migliori baldi e ribaldi dell’impero, il “coraggioso tra i coraggiosi”.

Un re che, prima di ostentare il bastone da maresciallo, era un giovane che si convertì ad un altro dio abbandonando il seminario per quell’avventura che lo porterà a sognare un’Italia unita.

Alto, occhi blu oceano, elegante sino al patetismo e coraggioso fino all’incoscienza. Ma anzitutto ambizioso. Persino l’algida sorella dell’imperatore, Carolina, aveva un palese debole per lui; come resistere a un ufficiale antisonante, un po’ sbruffone, ma che in sella al suo cavallo bianco fa irruzione nel cuore della notte al Direttorio di Parigi spazzando via con un colpo di mano l’assemblea dei cinquecento al grido di “Foutez-moi tout ce monde dehors!” ?

Quell’uomo è Murat: ex-giacobino, soldato, comandante formidabile, braccio destro di Napoleone, re di Napoli, inquieto, infine ribelle e voltagabbana. È un uomo a tutto tondo, re Gioacchino (così si farà chiamare durante il suo breve regno), con tutte le contraddizioni che gli uomini si portano dietro, quando sono destinati a scrivere una storia breve e intensa.

“Murat ha tentato di riconquistare con duecento uomini quel territorio che non era riuscito a tenere quando ne aveva a disposizione ottantamila”[1].

Così Napoleone commentò a Sant’Elena il finale di carriera di uno dei suoi migliori generali. Murat non voleva l’unità d’Italia più di quanto la volessero gli austriaci, e l’appello agli italiani per liberarsi dal giogo straniero è una mossa disperata per conservare un esile regno. Murat lo sa, come ne sono consapevoli anche gli austriaci e lo stesso Napoleone.

Dopo la catastrofe di Waterloo, ad agosto Murat si rifugia in Corsica. Nel frattempo, sua moglie Carolina si è consegnata agli inglesi e Ferdinando IV di Borbone è ritornato sul trono di Napoli grazie alle baionette austriache. Ma re Gioacchino non si rassegna a finire la sua avventura dimenticato su un’isola. Il 28 settembre, insieme ad altri duecentocinquanta uomini, organizza una spedizione nel meridione per accendere la scintilla della rivolta contro il Borbone e riconquistare il trono perduto.

Le imbarcazioni che trasportano gli uomini incappano in una tempesta e i pochi superstiti vengono scaraventati sulle spiagge di Pizzo, un villaggio sulle coste calabresi.

Possiamo solo immaginare cosa abbiano pensato gli abitanti di quel piccolo borgo alla vista di un manipolo di uomini in armi guidati da un gigante con gli occhi blu che indossa quella stravagante, vistosa uniforme; nessuno tra il popolo riconosce il re decaduto, la rivolta fallisce ancora prima di iniziare. Gioacchino Murat viene arrestato dai gendarmi locali e rinchiuso nel carcere del castello di Pizzo.

Dall’otto ottobre Gioacchino Murat è recluso nelle prigioni del Castello Aragonese, che da qui in avanti prenderà il nome di Castello Murat. Ferdinando di Borbone, in un vero e proprio “Consiglio di Guerra” la mattina del 10 ottobre 1815, decide lo svolgimento per Murat di un processo sommario, da concludersi con la fucilazione di “quel soldato di bassi natali”.

Inoltre, per ironia della sorte, Murat verrà condannato a morte secondo una legge che lui stesso aveva firmato quando era re, che prevede la fucilazione per i colpevoli di “atti rivoluzionari di pubblici nemici”. Leggendo la condanna tra le mura della sua cella, Murat sarà sicuramente esploso in una delle sue fragorose risate. Accetta la condanna stoicamente. Si presenta in alta uniforme davanti al plotone d’esecuzione, scortato nel cortile interno del castello mostra quel coraggio che lo ha reso il terrore degli eserciti austriaci, quando cavalcava al fianco dell’imperatore e alla testa della cavalleria.

Il re rifiuta di farsi bendare gli occhi e, alzando il braccio sinistro, comanda lui stesso i dodici uomini che compongono le due file del plotone d’esecuzione.

“Risparmiate il volto, mirate al cuore”.

Così termina la carriera di Gioacchino, il re francese che voleva unire l’Italia; e si dice che per molti anni ancora i napoletani, ripensando a quel sovrano, tirassero fuori dalla tasca una moneta con la sua effige e la guardassero sospirando a quello sfortunato tentativo di fare l’Italia.

Carlo Alberto Ghigliotto

Filosofo, autore di saggi di semiotica, estetica medievale, storia dell’arte e della filosofia. La sua attività di saggista, bibliofilo e giornalista, è legata agli studi classici maturati nelle realtà del pensiero debole e dell’etica leopardiana. Studia filosofia prestando fede alla teoria de “Il pensiero ancestrale” di Manlio Sgalambro: considera l’attività filosofica come una prassi individuale di ascetismo e atarassia; distante dalle aule universitarie e dai percorsi accademici convenzionali (ancora in parte legati all’idealismo di Croce e Gentile).

 

 

Note: 

[1] I commentari di Sant’Elena, 1820, pagina 125, sul tentativo disperato di Gioacchino Murat di riconquistare il Regno di Napoli, perso a Tolentino nel maggio 1815, con lo sbarco a Pizzo Calabro nell’ottobre dello stesso anno, risoltosi con il suo arresto e la sua condanna a morte.

Bibliografia:

Mario Mazzucchelli, Gioacchino Murat;

Stefano di Lorenzo, Murat, Salerno editrice, febbraio 2011;

Elvia Sellerio, Murat, Alexander Dumas, 1838 (edizione ristampata nel 2011), ;

Giuseppe Mallardi, Durante il regno di Gioacchino Murat. Diario di un capitano dei Lanceri; Controluce, diario di una storia sconosciuta, marzo 2007;

 

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