Psicologia

50 sfumature di paura

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October 30, 2019

Ad Halloween si sa, regna la paura. Questa festa, in realtà, deriva dalla celebrazione di fine estate, festeggiata il 1° novembre in Irlanda e chiamata Samhain. Il tema principale della festa era la morte poiché l’inverno veniva percepito come la stagione dove tutto si fermava. Ormai, la festa è chiamata Halloween e, specialmente nei paesi anglosassoni, le città si trasformano completamente, a scuola i ragazzi vanno travestiti ed è una festa presa seriamente anche dagli adulti. Naturalmente il tema principale è quello del terrore, perciò in questo articolo vedremo dove nasce la paura, vedremo la differenza tra paura e fobia e analizzeremo alcuni film strettamente connessi al genere horror.

Un’emozione speciale: la paura

Insieme a rabbia, gioia, tristezza e disgusto, la paura è una delle emozioni fondamentali per la sopravvivenza dell’essere umano. Essa ci permette di scegliere come comportarci, come agire di fronte a uno stimolo che ci impaurisce. A “comandare” questa emozione è l’amigdala, situata nel lobo temporale; essa rappresenta il fulcro del sistema emotivo, infatti è strettamente connessa a tutte le emozioni.
LeDoux (2002) è uno dei primi a sottolineare l’importanza dell’amigdala all’interno del sistema emotivo, infatti un danno all’amigdala può causare un deficit nei processi legati alla paura nell’essere umano. L’autore afferma anche che l’attivazione dell’amigdala è legata all’attivazione di altre regioni cerebrali soprattutto con il talamo, con cui vi è un legame diretto. Infine, il circuito della paura arriva fino al tronco encefalico attraverso il midollo spinale.

Paura vs Fobia

Molti potrebbero pensare che paura e fobia siano la stessa cosa, ma così non è.
La paura, come detto prima, è fondamentale per la sopravvivenza ed è utile per l’essere umano perché avverte di un pericolo e permette di comportarsi di conseguenza. Al contrario, la fobia è una paura specifica causata da una situazione particolare, dalla vista di un oggetto, di un animale che può anche essere incomprensibile agli altri e che causa dei comportamenti e delle reazioni che possono causare delle criticità nei comportamenti dell’individuo, quindi si può affermare che la fobia ha delle ripercussioni anche sul lavoro e sui rapporti sociali del soggetto.

Le fobie rientrano in alcune categorie: paure come ponti, ascensori, posti ampi o, al contrario, posti chiusi possono rientrare nelle “fobie situazionali”, si riferiscono, appunto, a determinate situazioni o a determinati luoghi; questa categoria può, quindi, comprendere l’agorafobia e la claustrofobia.
Le fobie possono essere rivolte ad animali, la più comune è quella verso i ragni, detta aracnofobia, oppure la fobia dei cani (cinofobia), quella verso gli uccelli (ornitofobia) o verso i topi (musofobia). Sono frequenti anche le fobie strettamente connesse alla natura quindi paura dei tuoni, del buio, dell’acqua. O, ancora, ci sono le fobie legate al venire contagiati in qualche modo, ad esempio attraverso il sangue, le infezioni, le malattie.

Il genere horror

Le storie dell’orrore sono affascinanti, ogni loro caratteristica è suggestiva: dalle case disabitate e lugubri, agli spiriti che le abitano; senza citare il fascino dei vampiri e della loro brama di sangue e molti, moltissimi altri “mostri” di questo tipo di storie. Un elemento importante di queste storie è il contesto che, come detto poco sopra, sono le case, ma anche i cimiteri, i castelli, tutto ciò che è buio e terrificante o che ha un’aura di mistero intorno e dove il colore prevalente è il nero, così da accentuare maggiormente le tenebre, fuori e dentro di noi.
Difatti, se ci soffermiamo un momento a riflettere… Perché una persona dovrebbe guardare film o serie tv oppure leggere libri che trattano argomenti terrificanti? Perché sobbalzare sul divano? Perché farsi logorare dal terrore e sentire il proprio cuore battere a mille cercando inutilmente di consigliare il/la protagonista a non aprire “quella porta” o a “non scendere nello scantinato” per poi alzarsi dal divano e accendere in casa tutte le luci perché da un momento all’altro potrebbe sbucare da dietro l’angolo un assassino?

IT

I film e le serie tv che propongono temi di questo tipo sono innumerevoli da IT a The Ring a Paranormal Activity; da American Horror Story a The Haunting of Hill House e più avanti citeremo alcune pellicole che hanno lasciato un segno nella storia della paura. Alcuni studi che si focalizzano sulle emozioni hanno evidenziato che l’utilizzo di spezzoni di alcuni film di paura può rappresentare uno stimolo molto importante per far scaturire la paura e, quindi, studiarla. In particolare, sarebbero frammenti di film quali The Shining, il Silenzio degli Innocenti che a causare paura e ansia, vere e realistiche.
Gli autori si sono concentrati molto sulla definizione di genere horror e ancora adesso vi sono delle difficoltà nel definirlo, c’è chi lo descrive (ad esempio) attraverso le sue svariate categorie che si avvicinano e comprendono temi come il sangue, gli omicidi, fino alla fantascienza.
Per quanto riguarda la letteratura, la nascita dell’horror deriva dalla letteratura gotica del diciottesimo secolo, ma si è perfezionata attraverso autori successivi come Robert Louis Stevenson, Edgar Allan Poe, Stephen King e con il loro contributo il genere si è evoluto maggiormente e sono cambiati anche i personaggi spaziando da bambini “posseduti”, serial killer, vampiri, licantropi, scienziati pazzi e tutti i “mostri” di cui siamo a conoscenza. Alcuni autori (Prohászková, 2012) affermano che l’horror sia un genere caratterizzato da dinamismo dove gli archetipi che sono stati evidenziati poco sopra siano in continua evoluzione e in un continuo mutamento.

Un genere relativamente nuovo è l’horror psicologico, il quale unisce i due mondi andando a trattare non solo la paura (che comunque è un’emozione e rientra quindi nella psicologia) ma va a toccare dei tasti più dolenti.

Jane Hudson interpretatata da Bette Davis

Andrò a citare alcuni film che, appunto, sfiorano i nostri punti deboli e le nostre paure più recondite.
Per cominciare direi di citare Che fine ha fatto Baby Jane? (1962) con la grande Bette Davis. Benché sia un film “datato” è una pellicola che sicuramente adesso non ha l’effetto che ha avuto, ma ha ancora il suo fascino e la sua suspence. La storia racconta di due sorelle: Jane e Blanche Hudson. La prima è una bambina prodigio, l’altra rimane in ombra per diverso tempo, ma una volta cresciute è Blanche ad avere la meglio e a diventare una grande attrice, al contrario di Jane che si abbrutisce e si lascia andare all’alcol.
Una sera, Blanche è vittima di un incidente d’auto che la fa rimanere paralizzata, colpevole dell’incidente sembrerebbe essere proprio Jane che ubriaca e invidiosa della fama della sorella tenta di ucciderla.
Dal canto suo, Blanche è buona con la sorella, cerca di risollevarla e di aiutarla. L’altra, rancorosa e aggressiva soprattutto per via dell’alcol, invece, tratta Blanche con cattiveria.
Jane è una donna sofferente, il suo dolore cresce e l’alcol attenua quel dolore, naturalmente amplificando altre caratteristiche della donna, ad esempio l’aggressività. Blanche tenta di convincerla a farsi curare in una clinica, ma Jane è sempre più restia.

Blanche e Jane Hudson (Joan Crawford e Bette Davis)

Una delle scene che preferisco di questo film è anche una delle più disgustose a pensarci: Jane si occupa di Blanche a 360°, la aiuta a vestirsi, a lavarsi, a mettersi a letto e quindi le prepara anche pranzo e cena. In una celebre scena, Jane comunica a Blanche (che comincia ad avere paura dei comportamenti improvvisi della sorella) che in cantina ci sono i topi, poi le serve il pranzo. Potete immaginare il resto.
Al di là della scena appena descritta, il film non ha delle parti “schifose”, non è quindi associabile a particolari scene cinematografiche come ne L’Esorcista in cui la bambina vomita, per esempio.
Qui l’atmosfera è più simile a quella di Psycho di Hitchcock, è presente, infatti, quella sensazione di mistero mista ad angoscia. Bette Davis è meravigliosa mentre interpreta la feroce Jane, fa trasparire in modo molto preciso il suo squilibrio mentale, la sua debolezza. Lo spettatore guarda il film con il cuore pieno d’angoscia, portandolo a chiedersi che cosa combinerà Jane e Blanche, così buona e brava, riuscirà ad aiutare la sorella?

In questo caso, quindi, la paura non è quella che fa saltare sulla sedia, ma è riferita a questa perenne angoscia che succeda qualcosa. È più simile a un imbarazzo, al non sentirsi a proprio agio in quella situazione. Inoltre, nel film la malattia mentale è molto presente, emerge chiaramente il dolore di entrambe le donne, di Blanche che vede la sorella sofferente e di Jane che lo è.

Jack Torrence (Jack Nicholson)

Diciotto anni dopo arriva Shining (1980) con il meraviglioso Jack Nicholson.
Jack Torrence è uno scrittore senza lavoro e con problemi di alcolismo, quando gli si presenta l’occasione di diventare il guardiano invernale dell’Hotel Overlook accetta e vi si trasferisce insieme a sua moglie Wendy e il loro figlioletto Danny.
Il direttore dell’hotel avverte Torrence del luogo particolare dove la famiglia andrà a trasferirsi, ma l’uomo è affascinato poiché potrebbe aiutarlo a scrivere un romanzo a riguardo. Il piccolo Danny ha un amico immaginario di nome Tony che gli parla e gli confida di non essere del tutto favorevole al trasferimento nell’hotel, in seguito Danny avrà delle visioni terrificanti sull’hotel e scoprirà, grazie all’aiuto di Dick, aiuto cuoco dell’hotel, di avere la luccicanza (“shining”, in inglese) che gli permetterebbe di avere queste visioni. Dick consiglia fermamente al bambino di non avvicinarsi alla Camera 237, senza però dargli ulteriori spiegazioni.
In seguito, le visioni di Danny peggiorano e anche il padre comincia a soffrirne: da qui in poi, infatti, Jack inizia a impazzire, infatti si assiste alla famosa scena di Jack che spacca la porta della stanza in cui sua moglie si è rifugiata per sfuggirgli.

In questo caso, il genio Stanley Kubric ci porta all’interno della follia e della paura stessa e a rendere questa emozione quasi palpabile sono sicuramente gli scenari: un hotel di quelle dimensioni vuoto, ad esempio, dove perciò tutto sembra ampio e grande e dove l’uomo è piccolo e insignificante. Questo hotel, tra l’altro, si discosta completamente dagli hotel prettamente horror: l’atmosfera è piacevole, la neve, la bellezza dell’albergo sono caratteristiche che non rispecchiano gli hotel dell’orrore dove sono morte le persone o dove aleggiano i fantasmi. Le stanze sono grandi e ben decorate, eppure la paura che ci attanaglia è che stia per succedere una strage causata da Jack Torrance.
Terrificanti sono anche i viaggi in triciclo del piccolo Danny nei corridoi, accentuati dalla colonna sonora, il rumore delle ruote del triciclo sul pavimento, il modo in cui il piccolo svolta gli angoli sono elementi che fanno rizzare i peli in testa allo spettatore che, ovviamente, si aspetta il peggio ogni volta che il bambino supera l’angolo. Successivamente la scena dei cadaveri delle gemelle riconnette un po’ al genere splatter, con il sangue sui muri e le piccole a terra, ma il distacco tra una scena e l’altra è l’elemento fondamentale che porta il cuore in gola per lo spavento fino ad arrivare nuovamente al corridoio vuoto.
In questo film la colonna sonora ha un ruolo veramente fondamentale perché fa crescere la paura nello spettatore, unita alla grande capacità di Jack Nicholson nell’interpretare un uomo che sta perdendo la testa, come nella scena in cui scrive e Wendy lo interrompe.
Insomma, anche in questa pellicola troviamo la paura più intensa, non solo quella che fa saltare sulla sedia come colpi di scena, non ci sono fantasmi, né vampiri, ci sono uomini che entrano in contatto con il loro lato più oscuro e che, di conseguenza, portano anche noi a sentire ciò che essi provano: la paura di un bambino che ha delle visioni raccapriccianti, un uomo distrutto e che lentamente scivola tra le braccia del buio e della follia e, infine, una donna che vede il suo bambino in pericolo e suo marito tentare di ucciderla.

Clarice Starling (Jodie Foster)

Facciamo un salto temporale fino al 1991: dieci anni possono sembrare pochi, ma in realtà cambiano molto soprattutto in termini cinematografici. Ventinove anni fa arriva nelle sale Il silenzio degli innocenti con Jodie Foster e Anthony Hopkins.
Un serial killer, soprannominato “Buffalo Bill” scuoia giovani donne e l’unico che sembra in grado di dare informazioni e consigli sull’assassino è il Dottor Lecter, ex psichiatra detenuto nel carcere di Baltimora con l’accusa di aver ucciso e divorato alcune persone. Il caso è affidato a Clarice Starling, la quale instaura un rapporto profondo con Lecter. Grazie a lui, infatti riesce ad avere maggiori informazioni sull’assassino.

Anche in questo caso, non è la paura che fa urlare quella di cui stiamo parlando, ma si ha paura nel momento in cui ci si immedesima nel personaggio della giovane Clarice, una studentessa, una recluta. Tra l’altro Jodie Foster ha quei tratti fini, quasi infantili, sembra così delicata e innocente, eppure va a parlare con Lecter, un uomo senza scrupoli che non ha bisogno neppure di starle troppo vicino per sentire l’odore della crema che utilizza. In questo caso si gioca molto sul macabro, sulla paura del criminale, dell’assassino Buffalo Bill e del Dottor Lecter, quest’ultimo con quella tranquillità e pacatezza quasi snervanti, oltre che la sua brutalità quando attacca a morsi un agente, la violenza inaudita che utilizza per uccidere l’altro, il tutto contornato da musica classica.
Lecter è spaventoso quanto affascinante, cosa che invece non è l’assassino delle ragazze che quasi subito ci fa capire di essere lui e anche Clarice lo capisce quasi immediatamente.

Dottor Lecter (Anthony Hopkins)

I colori in quella scena sono pallidi, quasi opachi, come se nella casa dell’assassino vi fosse nebbia o fumo. Il respiro si ferma quando Clarice si addentra negli antri più oscuri della casa, il cuore batte forte quando si sentono le grida della vittima che rimbombano tra le mura, il respiro affannoso di Clarice, ce la farà? Riuscirà a salvare la ragazza senza diventare lei stessa una vittima?
La paura è causata dall’atmosfera, dalla scena, in quella casa, dove i colori passano da pallidi a scuri e cupi finché non piombiamo anche noi, insieme a Clarice nel buio e, mentre lei non vede niente, l’assassino vede lei e sente il suo respiro affannoso e impaurito.

Conclusioni

Riassumendo, abbiamo parlato della paura, addentrandoci nell’immensità del nostro cervello, l’abbiamo differenziata dalla fobia e abbiamo descritto alcune tipologie che tutti noi possiamo avere e sono stati descritti e caratterizzati l’horror e l’horror psicologico.
Adesso sta a voi decidere a quale genere dedicarvi nella notte più buia e terrificante dell’anno, sicuramente avete alcuni film che potete scegliere di vedere.

Buon Halloween!

Bibliografia e sitografia
https://www.focus.it/cultura/storia/le-zucche-di-halloween
https://www.irlandando.it/halloween/storia/
http://www.treccani.it/vocabolario/fobia/
https://www.stateofmind.it/tag/paura/
Prohászková, V. (2012). The genre of horror. American International Journal of Contemporary Research, 2(4), 132-142.
Glassner, B. (1999). The construction of fear. Qualitative sociology, 22(4), 301-309.
Asma, S. T. (2014). Monsters on the brain: An evolutionary epistemology of horror. Social Research: An International Quarterly, 81(4), 941-968.
Clasen, M. (2012). Monsters evolve: A biocultural approach to horror stories. Review of General Psychology, 16(2), 222-229.
Phillips, R. G., & LeDoux, J. E. (1992). Differential contribution of amygdala and hippocampus to cued and contextual fear conditioning. Behavioral neuroscience, 106(2), 274.
Adolphs, R., Tranel, D., Damasio, H., & Damasio, A. R. (1995). Fear and the human amygdala. Journal of Neuroscience, 15(9), 5879-5891.

 

di Alessandra Sansò

laureata Triennale in Scienze e Tecniche Psicologiche presso l’Università degli Studi di Genova con una tesi dal titolo “Perizia psichiatrica e pericolosità sociale”. Attualmente è iscritta al Corso di Laurea Magistrale in Psicologia Clinica e di Comunità presso lo stesso Ateneo.

 

 

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