Riflessioni

Elementare, Doyle

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November 15, 2019

“Dimmi a cosa presti attenzione e ti dirò chi sei” Ortega y Gasset

Qual è il segreto della mente più brillante della letteratura di tutti i tempi? Come fa a risolvere miriadi di casi apparentemente irrisolvibili solo grazie all’osservazione e al ragionamento, liquidando puntualmente il suo assistente col proverbiale “Elementare, Watson!”? Occorre analizzare la nascita di questo personaggio e poi addentrarsi nel suo processo mentale, a cui accedono solo pochi lettori appassionati. Perché, riprendendo una delle metafore più usate dal detective per illustrare i poteri della propria mente, il cervello è anzitutto una soffitta vuota, che va riempita e organizzata. E in questo senso, l’investigatore e il suo assistente, sono i rappresentanti di due sistemi di pensiero contrapposti, di due modalità di organizzare la propria “soffitta”. Attraverso un’analisi che attinge dalle neuroscienze si può far luce, nei romanzi di Doyle, su meccanismi cognitivi innati –il sistema Watson– e sulle loro fallacie logiche che conducono a scelte e deduzioni erronee; introducendo per contro il prodigioso sistema Holmes. Perché, per quanto sia brillante, la dinamica del pensiero di Sherlock non è ineguagliabile, e anche noi, con un po’ di esercizio, possiamo aspirare a esso, ampliando le nostre capacità decisionali e il nostro spirito di osservazione. Tra queste righe potrete forse trovare gli stimoli per rileggere qualche opera di Sir Arthur Conan Doyle, per intraprendere una nuova avventura al fianco di Sherlock, stavolta alla scoperta del mistero per eccellenza: la mente umana.
Ma chi è, oggi, Sherlock Homes? Il suo è il mito letterario per eccellenza. Trecento film, migliaia di episodi televisivi, d’imitazioni, di fumetti e di videogiochi; adattato più di Dracula, di Frankenstein, di Gesù Cristo, di Napoleone. Un look unico, frasi celebri, un indirizzo diventato leggendario, un carisma indimenticabile, una capacità deduttiva stupefacente. Questo è Sherlock Holmes, una creatura fittizia nata dall’immaginazione di un uomo geniale. Sir Arthur Conan Doyle è un personaggio straordinario quanto il suo celebre detective; un metro e novantadue per cento chili di muscoli, grande sportivo, campione di cricket, pugile emerito, eroe di guerra, giocatore imbattibile nel biliardo a tre sponde, inventore dello sci agonistico, del giubbotto di salvataggio e del gommone. Un vero avventuriero con uno spirito cavalleresco pronto a tutte le battaglie. Conan Doyle è a tutti gli effetti un uomo leggendario, il cui genio è riuscito a creare un fenomeno sociologico che ha offuscato il ricordo del suo creatore.
La guerra tra Conan Doyle e Sherlock Holmes dura quasi mezzo secolo, comincia nel 1886 a Portsmouth, nel sud dell’Inghilterra. All’epoca Doyle ha ventisette anni, ma ha già vissuto molte avventure; è stato medico di bordo su una baleniera nell’Artico, ha solcato le coste dell’Africa e, quando si sistema a Portsmouth, passa il tempo nel suo studio deserto dedicandosi alla sua grande passione: la scrittura. È un’intellettuale appartenente alla piccola nobiltà irlandese d’ascendenza francese, l’arte è una caratteristica di famiglia; Arthur l’ha ereditata dal padre, affermato pittore e fumettista, ma il giovane è da sempre animato da profonde ambizioni letterarie (sogna infatti di scrivere romanzi storici). Lo scrittore si è sposato da poco e ha bisogno di soldi. Perché non tentare con una di quelle storie di crimini e misteri che piacciono tanto al pubblico? Il suo primo colpo di genio –di cui ancora non si rende conto- è l’invenzione di un investigatore molto originale e, per crearlo, l’autore ha trovato molti modelli nella letteratura, ma ha il coraggio di andare oltre: il suo uomo gode di uno spirito d’osservazione fuori dal comune e di un metodo scientifico attorno a cui ricostruire gli eventi. Per il metodo deduttivo Doyle si ispira alla figura di Josef Bell, suo professore alla facoltà di medicina, le cui asserzioni pungenti lasciavano gli studenti a bocca aperta. Egli era solito scrutare gli occhi del paziente, esaminarlo senza farlo parlare e diagnosticare la sintopatologia in pochi minuti, talora secondi, senza sbagliarsi. Ma non è tutto, il professore era in grado di identificare la nazionalità del malato, la professione esercitata e altri dettagli solo grazie alla sua abilità nell’osservarlo. Un uomo di scienza come Bell non si affidava al caso, ma ricostruiva tutto scientificamente. Quando il lettore legge il romanzo, dopo essersi lasciato impressionare dall’astuzia dell’investigatore, potrebbe magari concludere la lettura ottimisticamente, “potrei farlo anch’io”. È in realtà evidente che tu non potresti. Ma è piacevole pensare di poterlo fare. Potresti però anelare alle capacità di Joan Watson, il dottore reduce dall’Afghanistan, coinquilino del protagonista, testimone e compagno d’avventure, è il mediatore ideale tra Holmes e il lettore.
All’inizio l’investigatore doveva chiamarsi Sherrinford Holmes, e il suo compagno Ormond Sacher. Per fortuna Conan Doyle ha poi ripensato ad appellativi meno ridicoli e i due sono diventati Mister Holmes e il Dottor Watson.
A conti fatti le intuizioni di Holme si si possono applicare a qualsiasi cosa e molte delle cosiddette «deduzioni» di Sherlock Holmes sono casi di abduzione creativa. Per esempio, in Card, Holmes scopre ciò che Watson sta rimuginando fra sé, leggendo il corso dei suoi pensieri attraverso i lineamenti. L’episodio è tipico dei procedimenti di Holmes e merita una lunga citazione, mi limiterò però a riportare poche battute.

“Vedendo che Holmes era troppo assorto per conversare, misi da parte la sterile carta e, lasciandomi andare sulla sedia, mi immersi in fantasticherie. D’improvviso la voce del mio compagno interruppe i miei pensieri. «Avete ragione, Watson» disse. «Mi sembra un modo veramente assurdo di sedare una disputa.»
«Assurdo davvero!» esclamai e poi, rendendomi conto improvvisamente che egli aveva percepito i più remoti pensieri della mia anima, sobbalzai sulla sedia e lo guardai con attonito stupore.
«Cosa succede Holmes?» gemetti. «Questo è oltre ogni immaginazione…». Egli rise di cuore alla mia perplessità.
«Ricorderete» disse «che qualche tempo fa, quando vi lessi il brano di una scena di Poe in cui un ragionatore stringente segue i pensieri taciti del suo compagno, tendevate a considerare il fatto solo come un tour de force dell’autore. Quando vi feci osservare che io avevo l’abitudine costante di fare lo stesso, esprimeste incredulità.»

«Oh no!»
«Forse non a parole, mio caro Watson, ma lo fecero le vostre sopracciglia. Cosicché, quando vi vidi abbandonare la carta e immergervi nei pensieri, fui contento di avere l’opportunità di leggerli, e infine di penetrarvi, a prova del fatto che ero in contatto con voi.»

Ma io ero ben lontano dall’essere soddisfatto. «Nel brano che mi avete letto» dissi «il ragionatore traeva le sue conclusioni dalle azioni dell’uomo che osservava. Se ben ricordo, costui aveva inciampato su un mucchio di pietre, aveva guardato in alto alle stelle e così via. Ma io me ne stavo seduto immobile sulla mia sedia, che indizi posso avervi dato?»

«Fate torto a voi stesso. I lineamenti dell’uomo sono i mezzi con i quali egli esprime le proprie emozioni, e i vostri vi servono fedelmente.»
«Volete dire che avete letto il corso dei miei pensieri dai miei lineamenti?»

«Dai vostri lineamenti e specialmente dai vostri occhi. Riuscite a ricordare come è iniziata la vostra fantasticheria?» «No, non ce la faccio…»

«Ve lo dirò io, allora. Dopo aver abbandonato la carta, azione che ha attirato la mia attenzione su di voi, siete rimasto seduto per mezzo minuto con un’espressione vacua. Poi i vostri occhi si sono posati su un ritratto da poco incorniciato del generale Gordon, e ho visto dal cambiamento della vostra espressione che una nuova serie di pensieri era iniziata. Ma non vi ha portato molto lontano. Il vostro sguardo si è spostato sul ritratto non ancora incorniciato di Henry Ward Beecher, posato in cima ai vostri libri. Poi avere guardato il muro sopra, e il significato era naturalmente ovvio. Stavate pensando che se il ritratto fosse incorniciato coprirebbe proprio quello spazio vuoto e corrisponderebbe a quello di Gordon dall’altra parte.»
«Mi avete seguito meravigliosamente!» esclamai.
«Fino a questo punto era difficile smarrire la traccia. Ma ora i vostri pensieri tornarono a Beecher, e lo esaminavate intensamente come per studiarne il carattere attraverso i lineamenti. Poi avete smesso di aguzzare gli occhi, ma continuavate a esaminarlo, e avevate un’aria pensierosa. Vi ritornavano alla memoria gli episodi della carriera di Beecher. Ero ben conscio che non potevate farlo senza pensare alla missione che intraprese su incarico del Nord al tempo della Guerra Civile, perché ricordo che avevate espresso la vostra viva indignazione a proposito del modo con cui era stato ricevuto dai più turbolenti tra i nostri. I vostri sentimenti ai riguardo erano così forti che io sapevo che non avreste potuto pensare a Beecher senza pensare a quell’episodio. Quando subito dopo ho visto i vostri occhi distogliersi dal ritratto, ho sospettato che il pensiero fosse ora indirizzato alla Guerra Civile, e quando vidi le vostre labbra serrarsi, gli occhi brillare e i pugni stringersi, fui sicuro che stavate pensando alla nobiltà che entrambe le parti avevano mostrato in quella lotta disperata. Ma poi il vostro viso tornò di nuovo triste e scuoteste il capo. Vi eravate soffermato a pensare alla tristezza e all’orrore e all’inutile spreco di vite umane. La vostra mano scivolò lentamente verso la vecchia ferita e un sorriso balenò sulle vostre labbra, e mi rivelò che si era fatto strada nella vostra mente il pensiero di quanto fosse ridicolo questo metodo di sedare le dispute internazionali. A quel punto vi detti ragione sul fatto che era assurdo, e fui lieto di scoprire che tutte le mie deduzioni erano state corrette.»
«Assolutamente corrette!» dissi io. «E ora che me lo avete spiegato confesso che sono stupito come prima.»”.

ll fatto che il corso dei pensieri, che Holmes ha ricostruito, coincida perfettamente con quello effettivo di Watson, è la prova che Holmes ha inventato «bene» (ovvero in accordo a un certo corso naturale). Nonostante ciò, egli ha inventato.
Etimologicamente, «invenzione» è l’atto di scoprire qualcosa che già esisteva da qualche parte, e Holmes inventa nel senso inteso da Michelangelo quando dice che lo scultore scopre nella pietra la statua che è già circoscritta e nascosta nella materia sotto il marmo in eccesso («soverchio»).
Non c’è differenza fra quella che Peirce chiama ipotesi o abduzione e lo sforzo attraverso cui, secondo Aristotele, si formula una definizione, dicendo che cosa un oggetto è con lo spiegare a titolo ipotetico perché questo è come è, esibendo così tutti gli elementi in grado di stabilire una deduzione secondo la quale, se la Regola è giusta, ogni Risultato proverà che questo oggetto è. Molte ricerche contemporanee hanno identificato l’abduzione con le procedure congetturali dei medici e degli storici. Ora, un medico cerca sia leggi generali che cause specifiche e particolari; e uno storico lavora all’identificazione sia di leggi storiche che di cause particolari di particolari eventi. In entrambi i casi sia i medici che gli storici fanno congetture sulla qualità testuale di una serie di elementi apparentemente sconnessi. Operando così la reductio ad unum di una pluralità. Le scoperte scientifiche e mediche, le indagini criminali, le ricostruzioni storiche, le interpretazioni filologiche di testi letterali (attribuzione a un certo autore sulla base di chiavi stilistiche, «fair guesses» riguardanti parole o frasi perdute) sono tutti casi di pensiero congetturale. Questo è il motivo per cui credo che l’analisi delle procedure congetturali nell’indagine criminale possa gettare nuova luce sulle procedure congetturali in scienza, e la descrizione delle procedure congetturali in filologia possa gettare nuova luce sulle diagnosi mediche.
Il fatto che il corso dei pensieri, che Holmes ha ricostruito, coincida perfettamente con quello effettivo di Watson, è la prova che Holmes ha inventato «bene» (ovvero in accordo a un certo corso «naturale»). Nonostante ciò, egli ha inventato.
Watson getta la carta e poi fissa il ritratto del generale Gordon. Questo è senza dubbio un fatto. Che dopo guardi a un altro ritratto (non incorniciato) è un altro fatto. Che possa aver pensato alla relazione tra i due ritratti, può essere un caso di abduzione ipocodificata, basata sulla conoscenza di Holmes dell’interesse di Watson per l’arredamento. Ma che, a partire da questo punto, Watson pensi agli avvenimenti della carriera di Beecher è senza dubbio un’abduzione creativa. Watson sarebbe potuto partire da un episodio della Guerra Civile per paragonare quella tenzone cavalleresca con gli orrori della schiavitù. O avrebbe potuto pensare agli errori della guerra in Afghanistan, sorridendo perché si rendeva conto che la sua ferita, in fondo, era un prezzo accettabile per la sopravvivenza.
Si noti che, nell’universo di questa storia – regolato da una sorta di complicità fra l’autore e i suoi personaggi – Watson non potrebbe aver pensato che quello che effettivamente ha pensato, cosicché abbiamo l’impressione che Holmes isoli i soli tratti possibili dello «stream of consciousness» di Watson. Ma se il mondo della storia fosse il mondo «reale», lo «stream of consciousness» di Watson potrebbe aver preso molte altre direzioni. Holmes sta certamente cercando di imitare il modo in cui Watson dovrebbe aver pensato (ars imitatur naturam in sua operatione!) ma è obbligato a scegliere, fra i molti possibili percorsi mentali di Watson (che probabilmente egli immagina tutti insieme allo stesso tempo), quello che mostra maggior coerenza estetica, o più «eleganza». Holmes inventa una storia. Accade semplicemente che quella storia possibile sia analoga a quella reale.

Gli stessi criteri estetici guidarono l’intuizione copernicana dell’eliocentrismo nel De revolutionibus orbium coelestrum. Copernico sentiva che il sistema tolemaico era inelegante, privo di armonia, come un dipinto in cui il pittore avesse riprodotto tutte le membra senza comporle in un unico corpo. Il sole dunque doveva essere, per Copernico, al centro dell’universo, perché solo così si poteva manifestare la mirabile simmetria del creato. Copernico non osservò le posizioni dei pianeti come Galileo, o Keplero. Egli immaginò un mondo possibile la cui garanzia era il suo essere ben strutturato, «gestalticamente» elegante
Holmes può tentare la sua meta-abduzione solo perché pensa che le sue abduzioni creative siano giustificate da un forte collegamento tra la mente e il mondo esterno. Probabilmente è la sua formazione razionalistica che spiega perché insista così tanto a chiamare «deduzione» questo tipo di ragionamento. In un universo governato da un innato parallelismo tra res extensa e res cogitans (da un’armonia prestabilita) il concetto completo di una sostanza individuale implica tutti i suoi predicati passati e futuri (Leibniz, Primae veritates, Couturat: 518-523).

Peirce parla dei simboli come di leggi o regolarità del futuro indefinito e dice che ogni proposizione è un rudimentale argomento; in molte circostanze mostra una certa fiducia nell’esistenza di un «lume naturale» come affinità tra mente e natura. Ma anche asserendo che «i principi generali sono realmente operanti in natura», egli intende fare un’affermazione «realistica» (in senso scotista), e in molti luoghi è molto critico nei confronti nel razionalismo di Leibniz.
Peirce sostiene che le congetture sono forme di inferenza valide nella misura in cui sono nutrite di previa osservazione, anche se possono anticipare tutte le loro remote conseguenze illative. La fiducia di Peirce in un tale accordo tra la mente e il corso degli eventi è più evoluzionistica che razionalistica. La certezza dell’offerta dall’abduzione non esclude il fallibilismo, che domina ogni ricerca scientifica, «perché il fallibilismo è la teoria secondo cui la nostra conoscenza non è mai assoluta ma nuota, per così dire, in un continuum di incertezza e indeterminazione».
Holmes, al contrario, non sbaglia mai. A differenza di Zadig, Holmes non esita a meta-scommettere che il mondo possibile che ha tracciato sia lo stesso mondo «reale». Ha il privilegio di vivere in un mondo costruito da Conan Doyle per soddisfarne le necessità egocentriche, e così non mancano le prove immediate della sua perspicacia: Watson (narrativamente) esiste solo per verificare le sue ipotesi. «Cosa succede Holmes? Questo è oltre ogni immaginazione.» (Card). «Confesso che non capisco come ci siete arrivato…» (Sign). Watson rappresenta l’incontestabile garanzia che le ipotesi di Holmes non possono più essere falsificate.

Ecco la chiave del successo di Sherlock, ma se dovete trarre un unico insegnamento da queste righe, dovrebbe essere questo: la mente più potente è quella più tranquilla. È la mente presente, riflessiva, consapevole del suo stato e del contesto in cui agisce.
Il nostro mondo è cambiato parecchio rispetto a quello di Sir Conan Doyle, disponiamo di risorse maggiori di quanto le capacità futuro-logiche di Holmes potessero immaginare. I confini delle soffitte mentali di cui parlavo nelle prime righe si sono spostati, si sono allargati. Hanno accresciuto la sfera del possibile. Dobbiamo sforzarci di avere la cognizione di questo cambiamento, e di trarre vantaggio da quello spostamento. Si ritorna quindi a quel basilare concetto di attenzione e di presenza consapevole e motivazionale che ci accompagna per tutta la vita. Non saremo mai perfetti. Ma possiamo accostarci alle nostre imperfezioni consapevolmente, e così facendo assicurarci di riuscire ad essere uomini del nostro tempo, cioè pensatori nel lungo periodo. «Io sono solo un cervello» esclama Holmes più volte nel corso delle battute nei romanzi di Conan Doyle, ma ne “L’avventura del detective morente” esclama «Strano che il cervello controlli il cervello!». E sarà sempre così. E soprattutto ora che sai che Sherlock Holmes non presenta un metodo per risolvere delitti, il suo è un sistema di pensiero che può essere applicato a innumerevoli attività, bel oltre la nebbia della malavita londinese e più prossima ad un forma mentis tanto efficace ai nostri tempi tanto quanto a quelli di Arthur Conan Doyle. È questo, a mio parere, il segreto del fascino ininterrotto, irresistibile e onnipotente di Holmes.

Riflessione di Carlo Alberto Ghigliotto

Filosofo, autore di saggi di semiotica, estetica medievale, storia dell’arte e della filosofia. La sua attività di saggista, bibliofilo e giornalista, è legata agli studi classici maturati nelle realtà del pensiero debole e dell’etica leopardiana. Studia filosofia prestando fede alla teoria de “Il pensiero ancestrale” di Manlio Sgalambro: considera l’attività filosofica come una prassi individuale di ascetismo e atarassia; distante dalle aule universitarie e dai percorsi accademici convenzionali (ancora in parte legati all’idealismo di Croce e Gentile).

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