La finestra sul cortile

Un cabaret firmato Rai: quando un tributo si trasforma in tragedia

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November 21, 2019

Sabato sera su Rai 1 è stato trasmesso il primo dei tre omaggi al cantautorato italiano, dal titolo “Una storia da cantare“, dedicato a Fabrizio De Andrè.
Uno dei tanti tributi al grande cantautore che ancora una volta non riesce a rendergli onore.
Partito con le migliori intenzioni, vediamo il susseguirsi di artisti che cantano, senza filo conduttore, le canzoni più celebri di De Andrè e, a parte qualche interpretazione ineccepibile, ci troviamo di fronte ad una sorta di spettacolo cabarettistico che non racconta di fatto nulla sul cantante.
A condurre la serata sono Enrico Ruggeri e Bianca Guaccero, nessuno dei due in grado di tenere testa agli
eccentrici personaggi che sul palco si improvvisano grandi interpreti di canzoni che nemmeno ricordano: gli sguardi infatti sono continuamente rivolti al gobbo. Considerando che a ogni cantante è stata richiesta l’esecuzione di uno, al massimo due, brani, la vicenda è alquanto triste.
La scaletta viene presentata senza un effettivo collegamento o una cornice narrativa: non si segue l’ordine cronologico delle canzoni, una tematica, un album… le canzoni vengono “buttate” senza un criterio, una contestualizzazione e una spiegazione, e i brani vengono continuamente messi in ombra dal cantante di turno, che ne approfitta per lanciare un proprio inedito -come Ruggeri- o per dimostrare che forse è il momento di ritirarsi dalle scene –come la Vanoni-.
Apre la serata Ranieri, con una versione quasi parodizzata di “Don Raffaè“, che a quanto pare necessita di Lino Guanciale per far comprendere il contenuto -non principale- della canzone: come fanno il caffè a Napoli non lo fanno da nessun’altra parte.
Ma il tocco di stile arriva con Loredana Bertè e Ornella Vanoni: la prima, la cui voce stona completamente con la musica, è incapace di formulare due frasi di senso compiuto; la seconda, che smaschera il tentativo degli artisti di non far capire che stanno leggendo il testo, sembra la zia ubriaca al karaoke di laurea della nipote. E prima di uscire di scena ci tiene a coronare la bella figura alzandosi la gonna.
L’unica canzone che viene presentata con una spiegazione era meglio che fosse stata cantata e basta: vediamo Morgan, che ci tiene a fare la parafrasi di “Un giudice” parlando sopra la voce di De Andrè, rivelarci la sua maturità. L’artista decide infatti di concentrarsi a spiegare quella che pare per lui la parte più buffa della canzone:

O la curiosità di una ragazza irriverente
Che li avvicina solo per un suo dubbio impertinente
Vuole scoprir se è vero quanto si dice intorno ai nani
Che siano I più forniti della virtù meno apparente
Fra tutte le virtù la più indecente.

Nonostante Ruggeri gli indichi ripetutamente di passare oltre, Morgan continua, insistendo nel voler commentare dei versi autoesplicativi, facendo battute inappropriate e calcando in modo eccessivo sulla parolaccia contenuta nel testo, come un ragazzino in gita scolastica.
Infine, per confermare al pubblico di trovarsi in un capannone da circo, Guanciale prende il microfono e canta, come una macchietta, “La città vecchia“.
In tutto questo vediamo Dori Ghezzi sull’orlo del pianto, lasciando a noi il compito di intendere se sia per
commozione o per il rimpianto di aver partecipato al Carosello.
Per non parlare del mash-up tra “Andrea” e “Amore che vieni, amore che vai“, i cui ritmi cozzano continuamente -proprio come le tre voci-; nonostante l’accostamento sia coerente, “Andrea” viene cantato e ballato come se fosse “Brigitte Bardot” a Capodanno, dimenticando di cosa racconti in realtà.
Chi sembra riuscire a risollevare la serata sono i due rapper, Anastasio e Willie Peyote, che cantano “La guerra di Piero” e “Il bombarolo” riscrivendo alcune strofe, e mostrandoci come il messaggio contenuto sappia essere attuale anche dopo vent’anni; Elena Sofia Ricci, che recita “La guerra di Piero” con grande trasporto, e Pagani, che sotto la pioggia genovese intona “Creuza de ma“.
Ma queste interpretazioni non bastano per compensare il flop, e soprattutto ancora una volta vediamo come di De Andrè si cantino solo le canzoni più famose e si lascino da parte tutte le altre, come per paura che il pubblico cambi canale se solo al posto di “Via del campo” venisse cantata “Un medico“.
E dopo due ore e mezza, cosa sappiamo di più sulla vita di De Andrè ora? Assolutamente nulla.

Michela Bianco

Laureata triennale in Scienze della Mediazione Linguistica presso l’Università degli Studi di Torino con una tesi dal titolo “Le fiabe russe e il rito di iniziazione: Analisi della correlazione tra fiaba e rito attraverso l’evoluzione storica e sociale”.

Da sempre appassionata di narrativa e scrittura creativa ha visto la pubblicazione del suo primo romanzo dal titolo “The sound of silence” presso la casa editrice Dario Abate Editore, nel dicembre del 2017.

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