Macchina del tempo

23 Novembre 1990: ode a Roald Dahl

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November 22, 2019

Quando ero bambina mio papà mi accompagnava in una libreria, piccola ma colma di manuali, situata nella via principale della mia cittadina. Papà conosceva i proprietari, perciò mentre parlava a lungo con loro, io ero libera di andare nella zona dedicata alla letteratura per i ragazzi e stavo di fronte a quegli scaffali anche per ore, tanto che era mio papà a volte a insistere per andar via. Un giorno, però, ho visto un libro nello scaffale di fronte a me: in copertina una donna dai capelli lunghi e le braccia alzate, intitolato “Le streghe” (1983): è così che mi sono innamorata di Roald Dahl e del suo modo di scrivere.

Da quel momento ho cominciato a leggere ogni sera, con i miei genitori che mi consigliavano di spegnere la luce, ma non c’era verso di farmi staccare da quel libro: le streghe sono donne qualunque. Non sono quelle dei film con il cappello a punta, con il naso adunco e foruncoloso, né hanno calderoni ribollenti di melma verde e non usano zampe di ratto o ali di pipistrello per confezionare le loro pozioni. Le streghe che Dahl descrive, sono donne qualsiasi e solo gli sguardi più attenti riescono a riconoscerle. Infatti, queste donne hanno i piedi quadrati, senza dita, portano sempre i guanti per via dei lunghi artigli, hanno la saliva blu, hanno gli occhi che cambiano colore e indossano delle parrucche.

Una vera strega odia i bambini di un odio così feroce, furibondo, forsennato e furioso, da non poterselo immaginare. E infatti passa tutto il suo tempo ad escogitare nuovi modi per sbarazzarsi di loro. Il suo più grande divertimento è farli fuori ad uno ad uno; non pensa ad altro, dalla mattina alla sera. Che faccia la cassiera in un supermercato o la segretaria in un ufficio, oppure che guidi un’automobile di lusso, la sua mente continua instancabile a inventare, rimuginare, tramare, progettare, elaborare piani sanguinosi. “Mm, vediamo… a quale bambino posso far la festa, oggi?”, si chiede, giorno dopo giorno.

Ho letto e riletto questo libro innumerevoli volte, perché ogni tanto si deve tornare a trovare i nostri protagonisti preferiti, come se fossero degli amici che non vediamo da molto tempo. Quando rileggo “Le streghe”, mi sembra di sentire l’odore di sigaro della nonna del protagonista, o di essere nascosta per salvarmi dalla strega suprema.

“Le streghe” hanno solamente spianato la strada a tutti i libri di Dahl che ho letto in seguito. C’è stato “Il GGG” (1987), il Grande Gigante Gentile, in cui all’inizio si avvera il peggior incubo di ogni bambino: essere strappato, nel buio della notte, dal proprio lettino. La protagonista del libro, però, è fortunata, perché dall’orfanotrofio dove si trova verrà portata nel taschino di un gigante buono e molto, molto, molto più piccolo dei giganti cattivi che lo prendono in giro. Il GGG parla in modo strano, ma riesce perfettamente a comunicare con la piccola Sofia.

“Un sogno non ha bisogno di niente” continuò il GGG; “se è un buon sogno aspetterà pazientemente che lo si liberi perchè possa fare il suo lavoro. Se è un sogno cattivo, farà di tutto per cercare di scappare”.

Mentre lui è un gigante piccolo e buono e si occupa di portare i sogni ai “popollani”, gli altri giganti si nutrono di bambini e hanno nomi terrificanti: “Crocchia – Ossa”, “Scotta – Dito”, “InghiottiCicciaViva”, “Ciuccia – Budella” e altri.

Come non citare, “La fabbrica di cioccolato” (1964)?
Willy Wonka e i suoi Umpa Lumpa, Charlie e i suoi simpaticissimi nonni, e tutte le sacrosante motivazioni per cui non è la ricchezza, non è l’eccellere in un’unica disciplina, non è nemmeno l’arroganza e neanche la disobbedienza a rendere un bambino bravo, ma saper attendere, avere speranza, essere curiosi. Queste sono le qualità che ha Charlie, forse per via della famiglia da cui proviene, forse perché è semplicemente un bambino buono e quindi meritevole di tutto l’impero Wonka e capace di dare a Willy Wonka un assaggio della pietanza più succulenta, persino più del cioccolato: l’affetto della famiglia, che Willy non ha mai avuto.

Questa è la storia di un normalissimo bambino di nome Charlie Bucket. Non era più veloce, più forte o più intelligente degli altri bambini. La sua famiglia non era né ricca, né potente, né influente, a dire il vero avevano a mala pena di che mangiare. Charlie Bucket era il ragazzino più fortunato del mondo, ma non lo sapeva ancora.

Boy” (1984) è forse il libro più autobiografico di Dahl, in cui viene raccontata la sua infanzia, l’origine della sua famiglia e le avventure di quando era bambino e dove ha preso anche l’idea per “La Fabbrica di Cioccolato”. In questo libro non solo viene esplorata l’infanzia di Dahl, ma anche tutto il contesto che la caratterizza con le pene corporali sui bambini quando disobbedivano o si comportavano male, le vacanze in Norvegia, il college dove a dettare legge erano i ragazzi più grandi invece che gli adulti… Tutte queste figure, però, vengono descritte da Dahl in modo che chi legge non deve sforzarsi per capire di cosa si sta parlando, perché le parole scorrono sulla pagina con leggerezza e senza crudeltà, non causano paura, ma è un libro nel perfetto stile di Dahl, un racconto come qualsiasi altro.

I libri di Dahl sono tanti, uno più bello dell’altro, uno più profondo dell’altro: riesce a parlare, descrivere e raccontare, con una sottile ironia, i lati negativi della vita e li rende avvincenti. Lo scrittore ha messo la maggior parte della sua vita nei suoi libri, narrando la sua infanzia, poi l’adolescenza, senza evitare i drammi, senza descrivere quei periodi della vita come rosei o semplici. Non ha addolcito la pillola, ha saputo fornire ai suoi lettori una chiave di lettura differente, profonda, con una morale come se stesse dicendo che c’è sempre qualcosa da imparare e da trasformare in un lato positivo.
Non si può che ringraziare questo scrittore, quest’uomo, che ha saputo raccontare ai bambini quegli argomenti difficili da spiegare; i suoi libri, inoltre, non sono utili solo ai più piccoli, ma anche e soprattutto ai più grandi perché attraverso le parole di Roald Dahl ci si può riunire con il bambino che vive in ognuno di noi.

Grazie Roald.

https://libreriamo.it/libri/roald-dahl-frasi-piu-belle-libri/ (consultato il 4.11.2019)
https://www.anobii.com/ugc/quotes/Il_GGG/9788877820044/01c89b3c93c96b2aec (consultato il 4.11.2019)
https://www.ilpost.it/2016/09/13/roald-dahl/ (consultato il 19.11.2019)
https://www.firstpost.com/world/roald-dahl-originally-wrote-charlie-and-the-chocolate-factory-hero-as-black-boy-says-authors-widow-4048341.html (consultato il 19.11.2019)
https://www.smithsonianmag.com/arts-culture/fantastic-roald-dahl-BFG-180959487/ (consultato il 14.11.2019)
https://www.biography.com/writer/roald-dahl (consultato il 13.11.2019)

 

Alessandra Sansò

Laureata Triennale in Scienze e Tecniche Psicologiche presso l’Università degli Studi di Genova con una tesi dal titolo “Perizia psichiatrica e pericolosità sociale”. Attualmente è iscritta al Corso di Laurea Magistrale in Psicologia Clinica e di Comunità presso lo stesso Ateneo.

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