Blitzkrieg

Il Trattato di Washington

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November 24, 2019

Venerdì 22 novembre si è svolta la prima delle tre lezioni tenute dal Dott. Maurizio Brescia, direttore del periodico Storia Militare, presso l’Università degli Studi di Genova.

La conferenza, ruotando intorno al Trattato di Washington (6 febbraio 1922), ha delineato l’evoluzione delle Navi da Battaglia, la cui struttura ha avuto modo di cambiare e venne limitata per un certo periodo grazie proprio ai vincoli navali posti dal Trattato.

L’introduzione ha sfiorato l‘età Medievale chiarendo che già a quel tempo sono stati stipulati dei patti sugli armamenti, redatti successivamente anche nel corso dell’età Moderna e nel Secondo Dopoguerra, quando negli anni ’60 e ’70 del 1900 vennero approvate le dovute limitazioni alla produzione di armi atomiche da parte degli Stati Uniti e dell’Unione Sovietica nel corso della Guerra Fredda.

Sea Power

Come ha avuto modo di chiarire il Dott. Brescia, la stipula di trattati legati alla produzione di imbarcazioni e armamenti navali non è un argomento da sottovalutare, dal momento che la Marina Militare si è sempre rivelata un utile strumento con cui proiettare la forza di una nazione al di fuori dei suoi domini. L’esempio più classico a prova di ciò è sicuramente la marina Britannica, che nel 1800 riuscì ad affermare la presa concreta del sea power, ossia il controllo dei mari grazie all’estensione dei suoi domini imperiali.

Dreadnought

V.E. Cuniberti

Nel 1905 la Royal Navy diede inizio alla costruzione della HMS Dreadnought, una nave da battaglia dotata di una spessa corazzatura e di un armamento composto da 24 pezzi da 76 mm (utili per assolvere una funzione antitorpediniera) e da 10 pezzi da 305/45 mm.

Un particolare interessante riguarda lo scoprire che, nonostante siano stati gli inglesi a realizzare l’idea della Dreadnought, fu un progettista italiano ad elaborarne il concetto, ossia l’ingegnere V.E. Cuniberti, che mise in evidenza il vantaggio nell’impiegare come armamento principale artiglierie di grosso calibro, piuttosto che un ampio numero di cannoni di differenti calibri capaci di fornire una gran potenza di fuoco senza garantire il perseguimento di grandi risultati. Con la HSM Dreadnought ci fu quindi il passaggio da nave corazzata a nave da battaglia.

Puntando così a realizzare Navi da Battaglia ben protette e armate pesantemente, gli inglesi rinunciarono a sviluppare quel terzo elemento utile a rendere completa un’imbarcazione, la velocità. Situazione che nella realtà non provoca alcuno stupore. Realizzare navi “perfette”, veloci, ben armate e resistenti è sempre stato difficile, se non impossibile, perché uno di questi tre elementi è sempre stato sacrificato a vantaggio degli altri due e da questo è sempre derivato l’obbligo di creare flotte composte da navi pesanti (resistenti, ben armate, ma lente) supportate da navi leggere (veloci, dotate di un buon armamento, ma meno resistenti), come gli Incrociatori.

HSM Dreadnought

La Grande Guerra

Allo scoppio della prima guerra mondiale le due potenze navali per eccellenza erano al Gran Bretagna e l’Impero Tedesco. Nonostante vantassero navi molto simili tra loro,  quelle tedesche erano dotate di caratteristiche addirittura superiori a quelle rivali, ma quel che fece infine la differenza fu il potenziale operativo. Gli inglesi disponevano di flotte molto più numerose, che potevano trovare punti di appoggio in tutte le basi disseminate per i domini dell’Impero Britannico e fu questo tipo di vantaggio a permettergli di surclassare la marina imperiale tedesca.

A prova di ciò possiamo esaminare la battaglia dello Jutland (1916), uno dei rari scontri tra Navi da Battaglia, da cui emerse vincitrice la flotta tedesca, senza però raggiungere l’obiettivo strategico principale: troppo forte era la posizione degli inglesi, il cui controllo dei mari non poteva certo essere estinto con una sola battaglia.

Rappresentazione della battaglia dello Jutalnd. Per quanto di impatto, l’immagine non rappresenta correttamente la posizione delle navi durante lo scontro, le quali non combattevano tenendosi a distanza così ravvicinata l’una dall’altra.

Il Trattato di Washington

Josephus Daniels

Colui che iniziò ad elaborare una politica di riduzione degli armamenti fu il Ministro alla Marina degli Stati Uniti Josephus Daniels (in carica dal 193 fino al 1921), il quale puntava soprattutto a limitare lo scoppio di nuovi grandi conflitti come quello che si stava combattendo in Europa dal 1914 e a contenere i costi economici per la costruzione delle future flotte.

Il “Piano Daniels”, ideato durante la neutralità degli USA, trovò l’appoggio del Presidente Wilson, ma necessitava anche di approvazioni esterne.

La stipula del Trattato di Washington si ebbe il 6 febbraio 1922 tra le potenze vincitrici della Grande Guerra: Stati Uniti, Gran Bretagna, Giappone, Italia e Francia.

Da quel momento la costruzione delle Navi da Battaglia negli anni seguenti venne fortemente influenzata dai termini del Trattato che prevedeva, per esse, un dislocamento di 35000 tonnellate e un armamento di 406mm, mentre per gli Incrociatori venne imposto un dislocamento di 10000 tonnellate e un armamento costituito da artiglierie da 203mm.

Il dislocamento era un dato molto importante che indicava quale peso dovevano raggiungere le navi una volta munite di equipaggi, munizioni, scorte alimentari e acqua di lavanda. Esenti dal conto erano il combustibile e le riserve d’acqua per le caldaie.

A simili imposizioni seguì la demolizioni e la conversione di molte Navi da battaglia in costruzione, perché non conformi al Trattato di Washington. Nel caso della Royal Navy simili conseguenze non comportarono uno svantaggio, ma al contrario si rivelarono molto positive per ridurre il peso economico della produzione navale del primo dopoguerra.

USS Lexington

Gli Stati Uniti riuscirono ad ultimare la costruzione di alcuni loro Incrociatori da battaglia della Classe Lexington, mentre altri venero convertiti in Portaerei, come nel caso del Lexington e del Saratoga, che preso parte entrambi ai combattimenti della Seconda guerra Mondiale.

L’Italia invece annullò la realizzazione delle sue Navi da Battaglia della classe Caracciolo, scelta dovuta soprattutto alla grave situazione economica del Regno. Mentre il Giappone, in questo grande contesto navale, finì col tramutarsi in una “scheggia impazzita” perché scontento della sua posizione di mezzo nel Trattato.

Come gli Usa, i giapponesi cominciarono a convertire molti dei loro incrociatori per il trasporto di aerei da battaglia, avviando successivamente anche la realizzazione delle grandi portaerei.

In questo modo il trattato, oltre le limitazioni pratiche, aveva un valore politico: anche se i limiti furono superati da più parti, questo accordo permise per un certo periodo la preservazione di un sottile equilibrio che scongiurò una pericolosa e costosa corsa agli armamenti.

Portaerei giapponese classe Kaga

Incrociatori

HMS Rodney

Fino alla Seconda Guerra Mondiale le Capital Ship, delle maggiori flotte delle potenze vincitrici, continuarono ad essere le Navi da Battaglia. Le prime conformi al Trattato di Washington furono l’HMS Nelson e l’HMS Rodney (Britanniche). Tuttavia colui che guadagnò un incremento di produzione fu l’Incrociatore da Battaglia, perché più economico e veloce da costruire. Ad onor del vero, alcune marine minori come quella italiana e francese avevano nell’incrociatore la propria Capital ship e si lanciarono nella produzione di incrociatori tipo Washington.

La Gran Bretagna  avviò la costruzione degli incrociatori della classe County, di cui ultimò 13 unità tra cui l’HMS Suffolk, che giocò un ruolo fondamentale nell’affondamento della Bismarck nel 1941. Successivamente gli inglesi ridussero la produzione di incrociatori pesanti non sentendone il bisogno e preferirono investire negli incrociatori più leggeri.

Dopo circa otto anni dalla stipula del Trattato di Washington, a questi vennero fatte delle revisioni col Trattato di Londra del 1930. Gli incrociatori continuarono a mantenere il loro limite di 10000 tonnellate per il dislocamento, ponendo però come canone di distinzione l’armamento. A rendere infatti un Incrociatore “pesante” o “leggero” fu il tipo di artiglieria a bordo.

Nave da Battaglia Yamato

La situazione generale tuttavia cominciò a scemare per diversi fattori. Il Trattato non poneva alcuna sanzione per coloro che ne violavano i termini e il Giappone, sempre più contrario alla sua posizione di mezzo tra le potenze vincitrici della Grande Guerra, decise di cominciare ad agire per conto proprio.

Usciti dal Trattato di Washington il 29 dicembre 1934, i giapponesi avviarono la costruzione di navi “fuori dagli schemi”, trovandosi presto a dover fare i conti con la loro mancanza di risorse e di combustibile, necessari per mantenere la potenza navale che volevano creare e mantenere.

Dopo la dipartita giapponese, il Secondo trattato di Londra (25 marzo 1936) si svolse con sole tre nazioni presenti: Stati Uniti, Gran Bretagna e Francia. L’Italia aveva avviato la costruzione delle Navi da Battaglia della Classe Littorio, seguendo così un altro tipo di rotta.

Delle varie navi che vennero realizzate cercando di seguire i limiti del trattato di Washington della Seconda Generazione, quelle della Classe North Carolina ne sono la massima espressione. A bordo imbarcarono anche cannoni binati con funzioni antiaeree e antinave, rimanendo in servizio anche negli anni 60-70.

Tuttavia, nel corso del secondo conflitto mondiale si assistette ad una nuova evoluzione nel mondo navale. Dal 1942 il ruolo di Capital Ship non spettò più alle Navi da Battaglia, ma alle Portaerei, alle quali verrà dedicata la terza “lezione Bresciana” presso l’Università degli Studi di Genova.

La Germania?

Nave da Battaglia Bismarck

Al termine della lezione, contornata da un ampio numero di domande, non è mancata una parentesi dedicata alla posizione della Germania all’interno del Trattato di Washington.
In quanto potenza sconfitta, l’ex Impero tedesco non poteva prendere parte ad accordi stipulati tra le potenze che avevano vinto nella Prima Guerra Mondiale, per tanto dovette sottostare ai vincoli del Trattato Versailes del 1919.
Questa poi, come è noto, ebbe modo di riprendersi economicamente e di rimettere in sesto la propria marina militare, la quale vantò navi dalla fama universale e forse anche un po’ spropositata.
L’esempio lo troviamo parlando della Bismarck, che se messa a confronto con altre navi del suo stesso dislocamento era dotata di un armamento superiore, mentre nelle caratteristiche legate allo scafo presentava dei punti deboli, come i due timoni coassiali. Uno di questi ultimi infatti, una volta colpito dai siluri inglesi, subì un danno tale da impedire di manovrare l’Incrociatore lontano dalla flotta inglese che gli stava dando la caccia, problema che si sarebbe potuto evitare se la Bismarck avesse avuto a sua disposizione due timoni non coassiali, ma indipendenti l’uno dall’altro. In questo modo, col primo timone danneggiato il secondo avrebbe permesso comunque di mantenere capacità di manovra con cui salvare la nave o ritardarne l’affondamento. Insieme a questi svantaggi non mancò anche un errato impiego operativo, pensando di poter usare le navi tedesche per la guerra di Corsa sottovalutando il potenziale della Royal Navy.

Concludendo qui questo breve resoconto della prima conferenza tenuta dal Dott. Maurizio Brescia, presso l’Università degli studi di Genova, vi invitiamo a seguire i prossimi due incontri in programma indicati nella locandina sottostante. Per maggiori informazioni potete seguire le pagine facebook della rivista “Storia Militare” e del “NavLab”.

Articolo di :

Emanuele Bacigalupo

Laureato Triennale in Storia presso l’Università degli Studi di Genova con una Tesi dal Titolo: “Necessità di un Miracolo; Nascita, Crescita e Innovazioni della Confederate States Navy”. Attualmente è in attesa di iscriversi al Corso di Laurea Magistrale in Scienze Storiche presso il Dipartimento di Antichità, Filosofia, Storia dello stesso Ateneo. Le ricerche in corso proseguono l’interesse per la Storia Contemporanea e le vicende militari, politiche, economiche del XIX sec.

Jacopo Giovannini

Laureato nel Corso Triennale in Storia presso l’Università di Genova con una Tesi intitolata “Vette nere: l’alpinismo nell’immaginario fascista”. Attualmente è iscritto al Corso Magistrale di Scienze Storiche presso l’ateneo genovese. Il suo periodo di riferimento è quello contemporaneo, ma non vuole porre dei limiti precisi al lavoro di ricerca che conduce.

 

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