Filosofia

Eureka!

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December 16, 2019

Al suono della campanella Gerry e Danny erano sempre i primi a fiondarsi fuori dalla classe, impazienti di passare per l’edicola e finalmente comprare l’ultima uscita del giornaletto preferito. “Sulla definizione di economia politica” era l’ambito fumetto, narrante le vicende di un super eroe di nome Homo Oeconomicus. Dotato di un’invincibile razionalità, Homo Oeconomicus era in grado di risolvere le situazioni più critiche scegliendo sempre in maniera ottimale, calcolando esattamente le conseguenze delle sue azioni, elaborando le informazioni grazie a infallibili capacità computazionali. I cittadini, che grazie a lui non vedevano pericoli da tantissimi anni, per premiarlo gli avevano conferito il titolo di “agente economico massimizzatore dell’utilità attesa”. Anche Gerry e Danny erano ammaliati dalle sue eroiche vicende; poter diventare come Homo Oeconomicus, forte e invincibile, non poteva che essere un sogno. Col passare del tempo però, i due, crescendo e maturando, iniziarono a leggere le strisce comiche in un’ottica diversa; realizzavano che quel tipo di uomo perfetto, non poteva esistere. Anzi, era proprio inesatto definirlo “uomo”. Ovvio, gli esseri umani reali, come loro, non potrebbero mai avere quei super poteri. Eppure la collana narrante le imprese del nostro mister poco umano, chiamata teoria dell’utilità ordinale, per lungo tempo aveva portato a credere che tutti potessero mascherarsi col suo stesso mantello indistruttibile. Come? Seguendo regole che nessun individuo razionale dovrebbe mai trasgredire. Questa teoria normativa spiega come tutti dovremmo scegliere, non imponendo imperativi ma delineando norme preferibili di condotta per ottenere risultati ottimali. A questo atteggiamento, poco credibile, Gerry e Danny, seguendo la scia di compagni che prima di loro avevano iniziato le critiche, si oppongono, fissandosi un obbiettivo: introdurre una teoria descrittiva che esplori l’autentico comportamento umano, tenendo conto soprattutto delle debolezze che lo caratterizzano, e non solo degli atteggiamenti cognitivi assunti in situazioni di rischio (di avversione o propensione), ma anche delle ostilità alle perdite.  Quello che fanno è macchiare d’inchiostro squisitamente psicologico le pagine di un tomo tradizionale fino ad allora stampato di soli numeri. Come per ogni rivoluzione copernicana che si rispetti la prima cosa da farsi è dimostrare i paradossi intrinsechi ai capisaldi dell’edificio neoclassico. È importante specificare come l’elemento significativo del loro intervento riguardi la valenza empirica adottata per giustificare le proprie posizioni minanti una teoria della scelta immobile nel proprio astrattismo.

Violazioni assiomatiche

Il fisico, ingegnere ed economista Allais, fu il primo a proporre, nel 1952, un paradosso, chiedendosi: “cosa faremmo in ciascuna delle seguenti situazioni?”

Situazione 1: scegliere tra un guadagno certo di 500.000 euro oppure una probabilità dello 0,1 di vincere 2.5000.000 euro, di 0,89 di vincerne 500.000 ed una dello 0,01 di non vincere nulla.

Situazione 2: scegliere tra una probabilità di 0,11 di vincere 500.000 euro, una di 0,89 di non vincere nulla oppure una probabilità di 0,1 di vincere 2.500.000 ed una di 0,9 di non vincere nulla.

Allais aggiunge un valore costante (la probabilità dello 0,89 di vincere 500.000 euro) alla terza scommessa, ottenendo così la prima e lo stesso fa per la quarta che diviene pari alla seconda. Razionalmente parlando, un individuo dovrebbe prediligere la prima scommessa alla seconda e poi la terza alla quarta, ma così non accade. I partecipanti del suo esperimento difatti preferivano la prima alla seconda e poi la quarta alla terza. Il decisore, di fronte alla prima coppia non riesce a distaccarsi dal considerare quanto sarebbe sconvolgente finire col non avere nulla dopo l’offerta di 500.000 euro sicuri. Il dispiacere anticipato guida al profitto certo. Nella seconda situazione, entrambe le scommesse non portano nulla, quindi nessuna conseguenza risulta sconvolgente e si opta per la prospettiva col valore più alto. Con questo esempio Allais dimostrava la violazione dell’assioma di indipendenza.

Difficile staccarsene

Esiste nella teoria della scelta, l’assioma di non sazietà, il quale suggerisce “di più è sempre meglio”. A confutarlo è ciò che viene chiamato status quo bias, la tendenza a preferire uno stato esistente di affari in ogni circostanza e quindi, di necessità, l’avversione a mutare una posizione attuale pur con la possibilità di stare meglio. Si lega anche a un effetto detto di default che non solo viola l’assioma di non sazietà ma anche quello d’invarianza descrittiva, per il quale il modo in cui vengono descritte le scelte dovrebbe essere irrilevante. Accade che se all’interno di un ventaglio di decisioni da compiere c’è una regola di default (“predefinita”) tendiamo a non fare nulla per opporvici; probabilmente perché decidere richiede uno sforzo di un certo peso e per questo preferiamo pensare che l’opzione programmata dalla legge sia quella più raccomandabile. Questa avversione alla perdita spiega anche l’endowment effect (effetto dotazione), la tendenza delle persone ad assegnare maggior valore a ciò che si possiede già, rispetto a quello che non si possiede.

Pilastri empirici

Abbiamo visto come il principio di invarianza, non si applica alla percezione umana. Ad indagare questo problema furono soprattutto i premi Nobel Daniel Kahnemann e Amos Tversky, che negli anni ottanta diedero abito ad una teoria innovativa. La nozione al centro della loro prospect theory è la funzione del valore, una sigmoide su piano cartesiano la cui parte concava si riferisca ai guadagni e quella convessa alle perdite. Si fonda su tre condizioni:

  1. Generalmente quanto più si perde tanto più si è inclini a rischiare, quanto più si guadagna tanto più si diventa prudenti.
  2. Il valore è definito in termini di guadagni e di perdite rispetto a un reference point (punto d’origine degli assi), non in termini di benessere totale.
  3. La curva è più ripida nel caso delle perdite che nel caso dei guadagni.

Uno dei più importanti risultati sperimentali conseguiti dai due psicologi è il framing effect (effetto incorniciamento) violante gli assiomi di invarianza e transitività (se A>B e B>C allora A>C). L’effetto dimostra come diversi modi di porre la stessa domanda modifichino il nostro comportamento nelle decisioni. Kahnemann e Tversky lo spiegarono con questo problema: comprare in un certo negozio uno stereo per 125 dollari e un calcolatore per 15 dollari, oppure andare in un negozio più lontano, dove il calcolatore è scontato di 5 dollari? E se lo sconto di 5 dollari fosse invece applicato sullo stereo? Il problema è equivalente, perché il risparmio totale è uguale. Eppure, i risultati di laboratorio mostrarono che la quota di individui che scelgono di andare nel secondo negozio è più alta nel primo caso, in cui lo sconto è applicato sul bene di minore prezzo, e quindi appare più conveniente.

Esistono altri effetti tracciati dalla teoria del prospetto (priming effect; temporal discounitng), ma il nucleo rilevante della questione è: scegliere dipende dalle nostra rappresentazione mentali della situazione, benché l’intera questione non dipenda solo da abilità raziocinanti. La dialettica del decision making si compie partendo da proiezioni ideali, scontrandosi inevitabilmente con forze d’attrito esterne e risolvendosi nel tentativo di superare i limiti venuti alla luce. Il framing è la chiara prova di quanto il nostro apparato cognitivo non funzioni per ogni situazione in egual modo; tutto dipende da molteplici varianti.

Dualistica-mente parlando

Smontate le colonne della cattedrale neoclassica, è necessario ora reimpostare il manuale d’istruzione della torre di controllo, il nostro cervello. Danny ne è ben consapevole, tant’è vero che per primo propone uno schema esplicativo dei meccanismi mentali basato su una classificazione dualistica:

  • un sistema 1, inconsapevole e automatico, molto veloce
  • un sistema 2, razionale e metodico, abbastanza pigro

Danny decide di raccogliere la sua ipotesi in un libro, “Thinking fast and slow”, e lo fa leggere a Gerry, il quale, inaspettatamente, non affianca la sua idea; contesta infatti il ruolo di quelle che sono le euristiche. Nella visione di Danny l’euristica è causa di problemi, di effetti distorti generati dalla sua funzione, sbrigativa e intuitiva; crolla facilmente in bias e proprio per questo è poco affidabile. Abita il sistema 1 e, data la sua superficialità, deve essere monitorata dal sistema 2, ponderato e controllato. Gerry contrariamente interpreta le euristiche come componenti sostanziali, primordiali, nate in necessità di strategie veloci utili alla sopravvivenza. Il suo approccio “fast and frugal” etichetta le euristiche come razionali, quando adattabili alla struttura dell’ambiente in cui vengono usate. Non per questo le reputa infallibili; possono cadere in errori, giustificabili tuttavia poiché parti di un meccanismo ecologicamente naturale. Daniel Kahnemann e Gerd Gigerenzer adottano allora un medesimo approccio su due piani distinti: il primo rende padrone della cattedrale conoscitiva il sistema 2, non fidandosi delle euristiche. Il secondo silenzia il sistema 2 e ritiene trascurabili i bias. Entrambi compongono un’attenta analisi comparativa tra i due ordini, senza sottovalutare l’importanza dell’uno rispetto all’altro; ma l’uno conferisce lo scettro del tempio al re razionale, l’altro alla regina istintiva.

Facciamo un attimo un passo indietro: il termine “euristica” derivante dal greco “ερίσκω” (eurisco), significa “scoprire”, “trovare”, sfumatura originariamente proposta nel campo dell’economia comportamentale da Herbert Simon:

gli studi sul processo umano di soluzione dei problemi compiuti per un’ampia gamma di domini di assegnazione dei compiti (…) hanno dimostrato che i processi di ricerca euristica sono onnipresenti e molto efficaci (…). Possono anche rendere conto della scoperta scientifica come una forma di creazione di nuove alternative

Simon espone un metodo riflessivo e attivo, che accoglie ed elabora continuamente informazioni. Non è perfetto, ma proprio per la nostra razionalità limitata, il rischio fa parte di un andamento perfettamente antropico; non legittima gli errori ma chiarisce come sia importante indagarli, poiché il progresso avviene ascoltando soprattutto gli sbagli. Simon sembrerebbe ricordare a Gigerenzer e Kahnemann quale sia il motivo per cui entrambi hanno iniziato a porsi le stesse domande, pur giungendo a risposte distanti: l’euristica è un espediente in grado di tenere salde due forze opposte, evitando da una parte l’ancoraggio a pregiudizi (del sistema 1) o teorie paludose (del sistema 2), dall’altra la propensione a previsioni teoriche (sistema 2) o azioni incoscienti (sistema 1). I sistemi hanno parimenti pregi e difetti e possono compensarsi; l’ 1 “svegliando fuori” il 2, il 2 placando gli impulsi dell’1. L’operazione non è immediata, ma è, nell’evidenza di Simon, la più funzionale. L’accordo euristico-metacognitivo, potrebbe addirittura vestire un peplo filosofico, di matrice antichissima: “sapere di non sapere”. Il metodo, quello socratico, costruttivo/distruttivo, teorico/sperimentale è universalmente valido per qualsiasi disciplina. Una proposta teorica affidabile nell’ambito del decision making è un campo d’indagine costellato da molteplici visioni e possibili confutazioni, questo perché molto recente. Considerare la voce delle emozioni umane è l’ipocentro rilevante della rivoluzione alla quale stiamo assistendo, nonostante ancora stia cercando la propria dignità epistemica. Se ogni ricercatore agisse sempre per amore-del-sapere, gli scontri conterebbero relativamente, poiché mossi in direzione di uno scopo comune: la scoperta scientifica. Senza filo-sofia, un incontro tanto innovativo come quello economico-psicologico non si sarebbe mai potuto pensare, così come il potenziale intervento di altri saperi interdisciplinari. La ricerca è un viaggio mutevole e incessante, se e solo se il suo orizzonte rimane aperto, e la tolleranza le fa da guida, ricordando il fine comune e garantendo l’armonia tra correnti opposte.

“La tolleranze è una conseguenza del fatto che siamo tutti figli della fragilità: fallibili e inclini all’errore. Dunque, perdoniamoci a vicenda le nostre follie” (Voltaire).

 

Annalisa Mazzolari

Laureata alla triennale di Filosofia presso l’Università degli studi di Trento e in attesa di proseguire con il biennio magistrale a Milano.
Oltre alla filosofia coltiva la passione per la musica: diplomata all’ottavo anno di pianoforte presso il Conservatorio di Brescia e in canto lirico presso il Conservatorio di Bergamo.
Studia ora canto e pianoforte jazz e compone canzoni proprie in italiano. Nel 2016 incide il suo primo album di stampo pop “Uomini Eroi” e nel maggio 2019 pubblicherà il secondo “Joan Quille” in veste più rock-elettronico.

 

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