La finestra sul cortile

Emanuele Severino, il filosofo del destino

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January 22, 2020

Per ricordare il professore si possono scrivere tanti encomi, miriadi di omaggi e ricordi, l’uno diverso dall’altro, ma ogni scelta è un’ecatombe di possibili. Cercherò quindi di dire l’essenziale sull’ultimo dei presocratici, la cui attività intellettuale è oggi considerata dalla critica accademica la più imponente impresa filosofica degli ultimi cinquant’anni. In ogni suo saggio, dai primi testi accademici giovanili alle ultime pubblicazioni, si è lanciato in una sfida titanica, che ha assorbito con rigore tutta la sua carriera, cioè il dovere filosofico di conciliare la tensione speculativa ed etica con le radici delle dinamiche pensiero occidentale e le inquietudini della filosofia contemporanea. Decine di libri e centinaia di conferenze lo hanno reso un nome autorevole, la sua figura una presenza evocativa di una dimensione filosofica ancestrale, una realtà teorica d’incantata religiosità. Incanto di un’essenzialità radicale e irripetibile, con dignità pari alle voci dei grandi filosofi greci. Il mondo accademico ha sempre riconosciuto la sua genialità, nonostante asserisse teorie che, per molti, non stavano né in cielo né in terra. Ma, per Severino, è sempre stato essenziale ritornare alle origini senza avere una voce pretenziosa e supponente. La sua intera opera si è sviluppata attorno ad un unico problema, quello del divenire e della morte. Con un unico, grandioso, scopo: negarne l’esistenza. Il problema degli uomini è la credenza del nulla, l’illusione che tutto ciò che esiste, prima non ci fosse e non avrà luogo nel futuro. Dal non essere all’essere e ancora al non essere: è il ciclo della vita che diviene. Questa certezza nell’esistenza del divenire è una forma estrema dell’elucubrato nichilismo tragico: è nichilismo perché il divenire presuppone il non essere e dunque il nulla; ed è tragico perché di fatto riduce la vita ad una corsa verso la morte (il non essere). Leggere le sue opere vuol dire fare un bagno di umiltà che porta alla riscoperta del valore autentico e alla maturazione del rispetto per la verità. Personalmente non ritengo che per riscoprire valori di questo genere sia necessario, se non per utile esercizio retorico, risalire a Parmenide, ma la fama semplifica, la fisiognomica della celebrità conduce alla caricatura. E Severino è tutto, tranne che generalizzabile. Severino è stato davvero l’ultimo dei Greci. Anche per questo un altro controverso filosofo del Novecento, Martin Heidegger, s’interessò vivamente al suo pensiero (o meglio alle critiche che Severino gli rivolse nella sua tesi di laurea), riconoscendone l’importanza. Recentemente sono stati scoperti appunti del celebre filosofo sul giovane studioso, notizia che non sorprende, vista la convinzione di entrambi che l’Occidente avesse preso una strada “folle” nel momento stesso in cui aveva deciso di sostituire a Dio la tecnica, credendo di poter risolvere in questo modo i problemi del nostro tempo.

Per il filosofo bresciano neppure Heidegger è stato capace di uscire dal nichilismo: anche lui, insistendo sulla dimensione temporale dell’essere, è rimasto intrappolato nel divenire, e il suo stesso pensiero va incontro a difficoltà analoghe a quelle di Heidegger. I suoi libri contrastano però quel fascino del nulla che, esprimendosi nella violenza, tace di fronte a parole che rendono servizio ai retaggi presocratici e a chi si accosta alla sua eredità. Una filosofia eversiva, dai toni leopardiani, un pensiero del qui ed ora, che non demanda a un improbabile aldilà il momento della salvezza. Il maestro di Umberto Galimberti ricerca uno sguardo capace di contemplare l’eternità (in un doveroso dialogo coi suoi grandi maestri) e rinnova il confronto secolare tra religione e filosofia, prendendo esplicitamente le parti della seconda. La filosofia, quando è veramente conoscenza, è il tentativo di spiegare — su basi razionali, senza ricorrere a rivelazioni o illuminazioni — cosa sia la realtà e quale sia il suo senso. La filosofia è conoscenza e il significato salva, perché ci aiuta a capire come stanno le cose: che non vi è nulla oltre agli enti (le cose, noi), che la morte non esiste, che il paradiso (la Gloria) è qui e ora. Illusi dai loro errori gli uomini si angosciano per la morte e non si accorgono che sono già da sempre salvi. E la verità, osservava Leopardi, non è necessariamente buona o bella, ma non per questo va respinta. Severino è un gigante che urla il suo nome. La morte non esiste, dice, è solo un abbaglio di chi non ha compreso che cosa significa “essere”. Si pensa alla vita come a un film, in cui i fotogrammi della pellicola scorrono verso una conclusione, senza rendersi conto che tutti i singoli momenti convivono in ogni immagine, e niente passa o si perde nella completezza dell’eterno. Andare nel nulla non vuol dire nascondersi, perché? Perché le cose future non sono meno reali degli eventi presenti, e non di meno i fenomeni passati: esiste un momento in cui le cose sono e, questa condizione, rende tutto eterno. Severino è folgorante nella sua lucidità e, soprattutto, radicale: oggetto di intensi dibattiti, ma coerenti con l’impianto di fondo del suo sistema, e un grande pensatore, non rinuncia mai alla coerenza.
Il Nulla è l’esperienza fondamentale della metafisica e, come osservava lo stesso Heidegger, sopra la metafisica, Severino.

Articolo di Carlo Alberto Ghigliotto

Filosofo, autore di saggi di semiotica, estetica medievale, storia dell’arte e della filosofia. La sua attività di saggista, bibliofilo e giornalista, è legata agli studi classici maturati nelle realtà del pensiero debole e dell’etica leopardiana. Studia filosofia prestando fede alla teoria de “Il pensiero ancestrale” di Manlio Sgalambro: considera l’attività filosofica come una prassi individuale di ascetismo e atarassia; distante dalle aule universitarie e dai percorsi accademici convenzionali (ancora in parte legati all’idealismo di Croce e Gentile).

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