La finestra sul cortile

27 Gennaio: la Giornata della Memoria

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January 27, 2020

Sono passati settantacinque anni da quel 27 gennaio 1945, giorno in cui i prigionieri del campo di Auschwitz furono liberati.

“Qui, lontani momentaneamente dalle bestemmie e dai colpi, possiamo rientrare in noi stessi e meditare, e allora diventa chiaro che non ritorneremo. Noi abbiamo viaggiato fin qui nei vagoni piombati; noi abbiamo visto partire verso il niente le nostre donne e i nostri bambini; noi fatti schiavi abbiamo marciato cento volte avanti e indietro alla fatica muta, spenti nell’anima prima che dalla morte anonima. Noi non ritorneremo. Nessuno deve uscire di qui, che potrebbe portare al mondo, insieme col segno impresso nella carne, la mala novella di quanto, ad Auschwitz, è bastato animo all’uomo di fare dell’uomo.” Se questo è un uomo, p. 57.

Liliana Segre

Questo diceva Primo Levi, questa era la paura di chi ha vissuto, se può definirsi vivere, per anni circondato dal filo spinato e dalla morte.
Liliana Segre è una sopravvissuta dal campo di Auschwitz e, nel corso del 2019, ha proposto di creare una commissione contro l’odio. Liliana Segre si è battuta, non senza difficoltà, perché il ricordo di ciò che è accaduto non scompaia, perciò la commissione contro l’odio è solo una delle iniziative della senatrice per cercare di rendere il nostro Paese un posto migliore e che, soprattutto, non dimentica.
Dopotutto, chi meglio di lei sa che cosa significhi essere odiati e chi meglio di lei conosce le dolorose conseguenze dell’intolleranza, del razzismo e di tutte quelle forme di odio che, inevitabilmente, ritornano anche al giorno d’oggi.
La proposta di Liliana Segre viene accolta e approvata, ma non all’unanimità come si ipotizzerebbe.
Liliana Segre, a quasi 90 anni, deve anche subire l’odio di tutti quei soggetti che sputano sentenze (i cosiddetti odiatori) dietro uno schermo, augurando la morte a questa donna, tanto da costringerla a servirsi della scorta.

Piero Terracina

Ecco, forse la riflessione per la Giornata della Memoria, dovrebbe partire da qui.
Da Liliana Segre e dai suoi innumerevoli tentativi di non dimenticare e da un avvenimento colmo di amarezza accaduto nel 2019: la scomparsa di Piero Terracina, uno tra gli ultimi sopravvissuti dell’Olocausto.
Anche lui, come Liliana Segre, si è impegnato affinché il ricordo fosse vivo attraverso incontri con le scuole, commoventi testimonianze e conferenze.
Terracina ha descritto più volte ciò che ha provato ad Auschwitz, avvisando con fermezza i suoi interlocutori del fatto che sì, tutto ciò può riaccadere. E certi eventi accaduti nel 2019 testimoniano che Terracina ha, purtroppo, ragione.

La paura che ognuno di noi dovrebbe avere è quella che sia Liliana Segre sia Piero Terracina hanno più volte confessato di provare: la scomparsa dei sopravvissuti cancellerà, in parte, quel ricordo.
Non vi saranno più testimonianze dirette e incontri, rimarranno solo i documenti, i film, le fotografie e i libri di storia a rammentarci che cos’è stato l’Olocausto, che cosa ha significato per coloro che vi sono stati essere prigionieri ad Auschwitz – Birkenau.
Inoltre, già in questo contesto storico politico vi è, talvolta, il rifiuto di ascoltare quei programmi che trattano proprio questi argomenti. Ciò accade per tantissimi motivi: lo studio della storia è sottovalutato, si dà più importanza ad altre questioni più attuali perché l’Olocausto è, apparentemente, lontanissimo e, inoltre, eventi di razzismo o di antisemitismo non sono abbastanza puniti e contestati.
Rispetto a quest’ultimo punto, Liliana Segre ha affermato che ci sono sempre stati questi sentimenti ma non era ancora arrivato il momento in cui gli slogan razzisti si potevano ripresentare.
Questi sentimenti, adesso, in questo periodo, si possono di nuovo esprimere.

Ecco, mentre questi sentimenti sono legittimati per via della propaganda e della ripetizione continua di parole che colpevolizzano “l’altro”, non sempre le testimonianze dei sopravvissuti, i film, i documentari hanno lo stesso peso nella società odierna.
Inoltre la storia non è abbastanza studiata, né promossa, né spiegata (forse) in modo adeguato a quelle che sono menti in continua formazione che appartengono a ragazzi che rappresentano il futuro.

Quindi, forse, ciò che possiamo fare in questa giornata non è solo raccontare (noi insieme a Liliana Segre) ciò che l’Olocausto è stato, ma dare il giusto peso alle parole e alle emozioni, perché la Memoria non venga infangata o abusata e perché il ricordo rimanga vivido e attuale.
La mia generazione è una delle ultime ad avere l’enorme privilegio di accendere la televisione e poter vedere Liliana Segre che racconta com’è stato l’arrivo ad Auschwitz e che cosa voleva dire essere separata, per sempre, dal proprio padre.
Mi sento un po’ come se questi racconti e queste testimonianze mi venissero donate da Liliana Segre, come una staffetta, come se mi stesse dicendo “Adesso tocca a te e ai tuoi coetanei portarla avanti”.
E quindi, dato che ora il ricordo è nelle mie (nostre) mani, è per me un onore tenerlo vivo attraverso le parole, attraverso la scrittura, attraverso le discussioni e la lettura e dovrebbe essere un dovere di tutti noi, perché il dolore non va dimenticato.
Chi non studia la storia, rischia davvero di essere complice della ripetizione di quei drammatici episodi che contraddistinguono la storia. Episodi di antisemitismo come quelli di Mondovì, episodi di razzismo come quelli ad Alessandria o a Genova, sono solo l’inizio di un sentimento di odio che serpeggia nella nostra società, ravvivato da quegli individui che si nascondono dietro la “libertà di espressione”.

Liliana Segre con suo padre

Il mio consiglio, la mia speranza, è che troviate un momento per guardare Schindler’s List o Il bambino con il pigiama a righe o, ancora meglio, la puntata del 2018 di Alberto Angela che racconta quel viaggio terrificante verso i campi di sterminio, in quei vagoni affollati da 50/80 persone confuse e spaventate.
Iniziava lì, il viaggio verso la morte e l’inizio della deumanizzazione, in quei vagoni dove venivano stipate non solo persone di religione ebraica, ma anche omosessuali, disabili e persone sgradite al Terzo Reich per qualsivoglia motivo.
E poi, una volta arrivati ad Auschiwtz, dopo otto giorni di viaggio, si veniva separati. Provate a immedesimarvi, perché questo sì che mantiene vivo il ricordo, provate a immaginare di venire separati dalla vostra famiglia, dai vostri figli, senza sapere dove saranno, come staranno, senza sapere più nulla.
Tutti venivano fatti spogliare e venivano esaminati in una stanza enorme e di nuovo qui, avveniva l’ennesima scrematura: chi era troppo gracile, chi aveva un aspetto malato, veniva mandato nelle camere a gas.
Gli altri venivano rasati e fatti entrare in una stanza dal cui soffitto provenivano getti d’acqua che le SS facevano oscillare da ghiacciata a bollente.
Ora, immaginate la scena: siete nudi, in una stanza enorme con altre centinaia di persone sconosciute, alle quali vi dovete avvicinare per essere lavati e l’acqua vi colpisce prima ghiacciata, poi bollente e poi di nuovo ghiacciata e così via. In quella stanza così affollata siete completamente soli: non sapete dove sono i vostri familiari, i bambini, siete nudi e impauriti, non avete più nessuna certezza.

Questo era solo l’inizio dell’inferno.
Sami Modiano, sopravvissuto, ricorda sua sorella e le sue condizioni, l’ultima volta che la vide:

“Una mano, dall’altra parte, io cerco di capire perché dovevamo tenere le distanze dal filo spinato … però lei continuava e poi guardando bene era mia sorella mi aveva riconosciuto. Io no. non era più lei, in pochi giorni era cambiata era dimagrita avevo visto una sagoma diversa… rasata a zero… io cercavo di capire quella bella ragazza che avevo lasciato con i suoi vestiti lunghi, i suoi capelli lunghi, mi sono trovato un’immagine di grande dolore e di grande sofferenza però era lei, era lei mia sorella.”

Forni crematori di Auschwitz

Nella puntata di “Ulisse, il piacere della scoperta” viene poi raccontata l’entrata nelle docce, o meglio, in quelle che i prigionieri pensavano fossero docce. Finalmente, dopo tanto tempo, potevano lavarsi di nuovo.
Quindi entravano in questo stanzone, spaventati, sotto schock, infreddoliti, si mettevano l’uno accanto all’altro finché le porte non venivano chiuse.
La voce narrante di Alberto Angela descrive quei momenti agghiaccianti mentre le immagini di questo stanzone passano in sovraimpressione e in sottofondo si sentono i pianti dei bambini, la disperazione delle donne, urla di terrore strazianti e poi la caduta dello Zyklon B che, a contatto con un ambiente caldo, liberava il cianuro: cinque/sette chili bastavano per uccidere 1500 persone tra atroci sofferenze.
Coloro che stavano sotto alla botola da cui pioveva il gas moriva all’istante, mentre chi era lontano da quelle botole era condannato a morire lentamente. Infatti

“… Questo cianuro bloccava i muscoli della respirazione, quindi voi cominciavate a soffocare cercando di respirare, poi naturalmente si bloccavano altri muscoli e quindi la gente cominciava a vomitare, usciva il sangue dalle orecchie, dal naso, ad alcuni uscivano gli occhi dalle orbite.
Dovete immaginare gli spasmi, i tentativi di liberarsi da questo gas che si accumulava nella parte bassa, quindi la gente cercava di sopravvivere l’uno sull’altro e li trovavano, dopo, con delle pile di corpi, era una fine atroce perché fino all’ultimo eravate vivi in mezzo a una sofferenza indicibile.”

La prima volta che ho visto questa puntata, l’anno scorso, non è stato facile sopportare alcune immagini e alcune testimonianze. Anzi, in certi momenti avrei voluto coprirmi gli occhi, cambiare canale, ma poi ho scelto di guardare a costo di non dormire perché altrimenti sarei stata come coloro che negavano, come coloro che cambiavano canale o non studiavano la storia.
Per questo, mi sono fatta forza pensando che io dovevo solo guardare, non provare in prima persona sulla mia pelle che cosa significava morire giorno per giorno in un luogo come quello, dove l’indifferenza regnava sovrana e dove dei sicari provavano divertimento a uccidere le persone senza nessun motivo.
Non è facile e non deve esserlo perché non si può e non si deve dimenticare: l’unica arma che abbiamo per far sì che queste atrocità non si ripetano è trasmettere queste testimonianze, questi ricordi, mantenendoli vividi all’interno di ogni luogo di formazione, in primis la scuola.

Coloro che, ancora oggi, inneggiano a un passato violento e razzista, festeggiando la nascita di un individuo che ha favorito e approvato le leggi razziali, dimostrano solamente di non aver capito nulla e di non aver imparato niente.
Il fatto di mettere le persone l’una contro l’altra non ha mai portato a nulla: certo, non è possibile che tutti la pensino in modo uguale, ma sui diritti delle persone non si dovrebbe transigere.
Quando un bambino viene additato perché ha la pelle di un colore diverso, quando si citofona a qualcuno per chiedergli se spaccia solo perché di un’altra nazionalità, non si fa altro che un altro passo verso la discriminazione, il razzismo e tutti quei processi che portano, inevitabilmente, all’odio.
Per questo motivo documentarsi, conoscere, leggere, saper ascoltare le testimonianze e non essere superficiali rappresentano le modalità grazie alle quali possiamo creare una nostra idea, un nostro pensiero nel rispetto dei diritti altrui.
Questo perché, come affermava anche Piero Terracina

“La Memoria è quel filo che lega il passato al presente e condiziona il futuro: ecco perché è necessario fare memoria del passato, perché quel passato non debba mai più ritornare”.

Sperando che non sia troppo tardi ormai, non resta altro che il ricordo.
Non resta altro che sperare che ciò non accada più e che nessuno debba essere considerato “il diverso” in modo dispregiativo, perché tutti siamo “il diverso” di qualcun altro.
E allora ben vengano i film, i racconti, i libri su questo argomento e ben venga lo studio della storia per imparare come non ripetere gli stessi errori.
Non siate mai indifferenti rispetto a ciò che vi accade attorno e, soprattutto, non siate indifferenti di fronte al dolore e alle richieste d’aiuto di qualcun altro.

“L’Olocausto è una pagina del libro dell’Umanità da cui non dovremo mai togliere il segnalibro della memoria.” Primo Levi.

“Se comprendere è impossibile, conoscere è necessario, perché ciò che è accaduto può ritornare, le coscienze possono nuovamente essere sedotte ed oscurate: anche le nostre.” Primo Levi.

 

Sitografia:

https://www.raiplay.it/video/2018/10/Ulisse-Il-piacere-della-scoperta-Viaggio-senza-ritorno-7f6e873c-761b-47d2-976e-a439f73e3c22.html

https://www.frasicelebri.it/frasi-di/primo-levi/
https://genova.repubblica.it/cronaca/2018/01/26/news/la_shoah_di_ieri_e_l_intolleranza_di_oggi-187362618/

La Shoah non va equiparata ai crimini di Stalin… Ma De Magistris lo sa il perché?

Auschwitz: campo di concentramento

https://www.raiplay.it/video/2019/01/RaiTv-Media-Video-Item-2e99dacf-87ed-491c-af5a-1c727cb99cd3.html

Alessandra Sansò

 Laureata Triennale in Scienze e Tecniche Psicologiche presso l’Università degli Studi di Genova con una tesi dal titolo “Perizia psichiatrica e pericolosità sociale”. Attualmente è iscritta al Corso di Laurea Magistrale in Psicologia Clinica e di Comunità presso lo stesso Ateneo. Si interessa, inoltre, di Psicologia Forense e di Criminologia e non esclude di proseguire i suoi studi in questi settori. Di recente ha avuto occasione di imbattersi nella Psicologia dell’Adolescenza e di appassionarsene, senza trascurare comunque le Neuroscienze e la Psicologia Sociale.

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