La finestra sul cortile

La politica dell'”Eh vabbè”

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January 31, 2020

Oggi vi propongo una riflessione sulla lingua italiana portandovi tre esempi che vivo quotidianamente.

Articoli di giornale e news

Capita spesso che io mi informi su ciò che succede nel mondo attraverso la lettura di news e, talvolta, anche di alcuni quotidiani. Nel migliore dei casi, gli errori che riscontro sono di battitura, ad esempio “Belelezza” oppure “Giovanne”.
Talvolta, invece, noto vere e proprie aberrazioni della nostra lingua che presuppongono la non conoscenza delle regole base dell’italiano, i pilastri della difficilissima lingua che ogni giorno utilizziamo e che vengono insegnati alle elementari. In questi casi sì che emergono obbrobri come “Qual’ora” o “Qual’è” o “Un’amico” o “”.
Ora, partiamo dagli errori di battitura: a tutti può capitare di essere distratti o di picchiettare quella volta in più sulla tastiera, ma possibile che non ci sia nessuno che dia un’occhiata?
Questi errori, spesso e volentieri, si trovano nei titoli perciò risaltano ancora di più perché di solito la testata è in grassetto o, comunque, molto più grande del resto dell’articolo.
Dato che si parla di quotidiani di un certo livello, per una persona come me che è attenta ai dettagli, o meglio sicuramente disordinata nella vita, ma pignola in modo quasi maniacale su queste cose, è veramente un colpo al cuore.
Ciò che tutte le volte mi sorprende è, appunto, nel primo caso, la mancanza di attenzione: se leggo un giornale di alto livello, mi aspetto che non vi siano errori di battitura proprio perché vi sono i mezzi per non farli; dalla famosa righetta rossa su Word che indica come una luce al neon enorme che quella parola è errata, al controllo del documento, fino ad arrivare a una figura professionale che corregge le bozze e che sta attenta anche a questo tipo di errori.

Per quanto riguarda, invece, il secondo caso in cui gli errori sono dovuti all’ignoranza non vi sono giustificazioni che tengano: non continuo a leggere un articolo che non solo è sgrammaticato, ma il cui autore pecca di arroganza e presunzione perché significa che pensa di essere colto e corretto, quando invece dovrebbe comprarsi un bel libro di grammatica.
Anche qui, ovviamente, dovrebbe esserci qualcuno che corregge le bozze e che (se non viene colto da un sanguinamento oculare dovuto alla lettura di schifezze come “Qual’ora” e “Qual’è”) suggerisca all’autore di cambiare mestiere.
Com’è possibile che, ancora oggi, questi errori siano pane quotidiano?
Davvero i lettori sopportano di trovarsi sotto gli occhi articoli sgrammaticati?

Libri

Passiamo ai libri che raccontano storie di mondi fantastici dove si cavalcano draghi o che narrano amori impossibili e che possono far piangere a singhiozzi o ridere a crepapelle… Finché non sopraggiunge il nemico più pericoloso di una bella lettura rilassante: l’errore, non quello di battitura, ma l’errore simile a quei “Qual’è” di cui abbiamo parlato poco fa, l’errore madornale.
In cinta”, ad esempio, è uno di quegli strafalcioni che mi fanno perdere la testa e che mi costringono a chiudere il libro e gettarlo nel fuoco.
Oppure, un’altra bestialità è quella in cui il soggetto non concorda con il predicato, ciò succede spesso quando la frase è molto lunga e si perde il filo del discorso, tanto da far cadere lo scrittore in fallo.
Solo che non è ammissibile.
Perché devo leggere sproloqui?
Siamo sicuri che tutti, ma proprio tutti, possano scrivere?
C’è qualcuno che legge queste follie e non prova il desiderio di cavarsi gli occhi dalle orbite?

 Politici

Foto di Lorenzo Tosa

E arriviamo a loro: quelli che ci governano. Individui che partoriscono errori grammaticali nei post, nei tweet, nelle dirette Facebook.
Uno ha in mente l’immagine del politico colto che parla al popolo e incontra capi di Stato, invece arrivano certi elementi che sbagliano i confini delle regioni oppure che sparano i congiuntivi in modo casuale ad esempio “Se mi trovereste, se ci troveressimo”.
O, ancora, non conoscono l’uso e il significato delle parole, si ricordi “Breve e circonciso”.
In questo caso non vi sono politici di destra o di sinistra, anzi, proprio sugli errori grammaticali sono tutti nella stessa barca, che affonda e che porta inevitabilmente giù anche il resto della gente.
Ancora qualche giorno fa, Alessandra Mussolini (dopo aver accusato Liliana Segre di istigazione all’odio verso il fascismo) ha scritto un tweet con un errore madornale “Un’altro”, riferendosi a qualcuno che difendeva, in modo volgare e maleducato, va detto, la Senatrice Segre.
Già, perché è ovvio che se le persone leggono i giornali, i libri e ascoltano le interviste o i comizi dei nostri politici, poi non ci si deve nemmeno tanto sbalordire quando si leggono “In cinta” o “Qual’è”.

Arriviamo, però, al succo del discorso e all’unica risposta che viene pronunciata quasi dal 90% delle persone alle quali espongo i miei dubbi: “Eh vabbè”.
Queste due parole rispondono a tutte le domande che mi sono posta nel corso di questo articoletto.
Il dialogo va più o meno così:

“Hai letto il libro di Pinco Pallino?”
“Sì, mi è piaciuto molto.”
“Ah, no io non l’ho finito… Dopo che ho letto <<In cinta>> non sono riuscita ad andare avanti”
“Eh vabbè, ti stai a formalizzare per queste cose?”

Oppure, ancora…

“Guarda che qui hai scritto <<Un’altro>>”
“Eh vabbè, poi lo correggo.”

Quindi, in sostanza, da un lato c’è quest’ignoranza che serpeggia e si diffonde, come un virus, e che è inaccettabile e dall’altro vi è un sentimento, ugualmente minaccioso e pericoloso, composto da tolleranza, menefreghismo e indifferenza.
Ciò che colpisce è che chi scrive i libri e gli articoli è, spesso, laureato quindi ha (o dovrebbe avere) una preparazione che gli altri non hanno. Purtroppo, però, avere questo titolo accademico non è sempre sinonimo di conoscenza, padronanza e preparazione.
Saper parlare e saper scrivere nella propria lingua d’origine dovrebbe essere alla base dei principi che una persona ha, intrinsechi, invece è solo una caratteristica in più, reputata più o meno sullo stesso livello di chi sa arrotolare la lingua, c’è chi lo sa fare e chi no. C’è chi parla l’italiano correntemente e chi no, eh che sarà mai?
Ironia della sorte, a rimetterci sono proprio quelli che sanno scrivere e parlare in italiano perché si fanno del sangue marcio e perché vedono quanto la conoscenza della propria lingua e il sapersi esprimere siano, per la maggior parte della gente, caratteristiche inutili.
Partendo dalla lingua italiana si arriva a ogni sfumatura della nostra società e quella frase di circostanza si applica a ogni elemento del presente (e del passato).
Quell’ “Eh vabbè” sta bene proprio su tutto, come il bianco.
Sarà per l’’analfabetismo di ritorno, quel processo per cui una volta che si raggiunge un traguardo ci si sente in diritto di non continuare a evolversi; sarà perché vi sono problemi che sono più rilevanti del non saper esprimersi nella propria lingua d’origine; sarà per l’ignoranza che regna sovrana… Ma ricordatevi che per scrivere “Qual’è” in questo modo, ho dovuto insistere perché Word sa come si scrive, fidatevi di lui.

Sitografia immagini

You Should Read the Book Before Seeing the Movie

di Alessandra Sansò

laureata Triennale in Scienze e Tecniche Psicologiche presso l’Università degli Studi di Genova con una tesi dal titolo “Perizia psichiatrica e pericolosità sociale”. Attualmente è iscritta al Corso di Laurea Magistrale in Psicologia Clinica e di Comunità presso lo stesso Ateneo.

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