Riflessioni

Elementare, Holmes

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February 4, 2020

Il fascino esercitato da Sherlock Holmes non si riduce alle virtù della scienza, ma spazia sino ad essere, paradossalmente, il detective più odioso della letteratura. Holmes è un antieroe supponente e asociale, possiede conoscenze profondissime –ma molto limitate, assume la fisionomia di un genio incompreso, è instabile, infelice, cupo, oltraggiato, cinico. Non ha interesse per l’arte o la letteratura, è indifferente alla musica, alla politica, alla cucina. Sì, suona il suo stradivari, ma non ascolta mai altre melodie ed è sempre segregato in casa. Ha tremendi sbalzi d’umore, fa uso di cocaina (alternando le celebri soluzioni al sette percento con la morfina) rischiando di precipitare nella dipendenza. Una delle figure più amate e celebrate dalla letteratura è, sul piano umano, incredibilmente detestabile. Nei libri di Doyle è presente una sorta di alchimia che rende quest’uomo miserabile e straordinario. Forse Holmes ha una consapevolezza eccessiva della propria intelligenza e dei prodigiosi virtuosismi del suo talento, condizione dalla quale è lui stesso consumato e ne risente in ogni sua azione. È un monaco votato ad una vita austera e ascetica, che si consuma in una dimensione personale, distillata nell’apparente distacco totale dalla realtà. Si muove nei suoi campi d’indagine assumendo posizioni deangolate per osservare le dinamiche del microcosmo in cui agisce. È isolato e spinto ad affermare la sua consacrazione; Holmes vive per esercitare e perfezionare le sue doti in un eterno sacerdozio con sé stesso.
L’investigatore si fa ancora più esecrabile: ha sempre ragione. Ma, esattamente dieci anni fa, Pierre Bayard pubblicava “Il caso del mastino dei Baskerville” dove, psicoanalizzando punti oscuri del testo di Arthur Conan Doyle, cercava di mostrare come un lettore avesse il diritto di ritenere significative molte ambiguità o reticenze negligenti (come fanno del resto gli psicoanalisti) e di concluderne che Sherlock si era sbagliato nel risolvere il mistero. Questo suo secondo libro sulla psicoanalosi in narrativa era, secondo me, meno persuasivo del primo, ma si conferma certamente un esercizio retorico ugualmente gustoso.
La figura di Holmes è geniale, così come i suoi stessi moduli narrativi, le dinamiche dei testi sono inscalfibili e perfettamente applicabili all’attualità, basta riadattarli al contesto.
Quello di cui parla Doyle attaraverso il suo personaggio era già stato splendidamente definito dal grande semiologo e logico americano Charles Sanders Peirce come “ipotesi” o “abduzione”. Holmes, nei racconti di Conan Doyle, parla sovente del suo metodo, e ne parla sempre in termini di analisi e deduzione. È da tempo che i logici e i filosofi della scienza, quando discutono del metodo scientifico (ovvero della logica della scoperta), dedicano alcune pagine, spesso anche capitoli, a questa figura. Questo perché anche il mondo accademico si è reso conto che, seppure in forma narrativa, il celebre detective espone dei criteri di osservazione e scoperta che sono affini a quelli del medico che diagnostica una malattia, dello scienziato che interroga un fenomeno naturale, del filologo che deve prendere una decisione su un testo lacunoso, dello storico che deve ricostruire una situazione sulla base di imprecise testimonianze. Spesso si è fatta strada l’idea che quella che Holmes chiama “deduzione” non rappresenti un esempio di metodo deduttivo, e neppure di procedura induttiva, ma qualcosa di molto simile al metodo “ipotetico-deduttivo”. Negli ultimi anni, studiosi di discipline diverse e in varie parti del mondo, hanno studiato le relazioni tra Holmes, Peirce, la logica della scoperta scientifica, il metodo di Dupin di Poe, e altri problemi epistemologici. Di qui l’idea del testo che proposi alcuni mesi fa, “Elementare, Doyle”, che unisce il piacere della rivisitazione di un mito dei nostri tempi all’interesse per i problemi della conoscenza congetturale o di quello che potremmo chiamare il “paradigma indiziario”. Qui cercherò invece di proseguire l’esposizione più piacevole della storia del diverbio tra autore e personaggio e delle dinamiche che intercorrono tra queste due entità quando viene meno il rapporto di reciproca convenienza instaurato dal primo.
Nel 1887 la prima inchiesta di Sherlock Holmes era stata un fiasco totale, ma Conan Doyle si sentiva sollevato da questo tentativo fallito, da quel momento avrebbe potuto dedicarsi alla vera letteratura (il romanzo storico a cui stava già lavorando in quel periodo). Fine della parentesi Sherlock Holmes. Ma un editore americano lesse “Uno studio in rosso” e ne rimase talmente colpito che si recò a Londra per invitare a cena il “padre” di Holmes assieme al celebre dandy Oscar Wilde. L’editore vuole lanciare una rivista mensile in Inghilterra e chiede ad entrambi di scrivere un testo per il suo “Lippincott’s”, Wilde scrive “Il ritratto di Dorian Gray”, il suo capolavoro, ma Doyle è indeciso; abbandonare il suo vero romanzo? Mai, ma ha un disperato bisogno di soldi e, per lui, cento sterline sono una manna. Così, sospirando, riprende in mano Sherlock Holmes e consegna un romanzo breve in un mese, è “Il segno dei quattro”. Il testo viene pubblicato nel febbraio del 1890 e non suscita particolari reazioni, per l’autore è la fine di una partita che in realtà non era mai cominciata. Ma l’anno seguente viene pubblicata una storia inedita su un nuovo giornale di successo, “The Strand Magazine”, con Sherlock e Wattson come personaggi principali. Lo scrittore è poi costretto a proporre -per esigenze economiche “Uno scandalo in Boemia”, che esce nel luglio del 1891 ed ha un successo immediato. The Strand chiede altri racconti in breve tempo. Per sei testi è disposto a pagare centocinquanta sterline e devono essere pubblicati ogni mese come episodi di un romanzo a puntate. Quella di proporre una serie di racconti, ognuno concluso in sé, ma collegati dalle stesse dinamiche narrative, era una trovata di grande successo e senza precedenti. Doyle ha preannunciato il romanzo poliziesco moderno, tutta la letteratura gialla moderna è (parafrasando Alfred North Whitehead) una serie di note a margine di Sherlock Holmes che discendono da Doyle. L’idea di un racconto in tre atti con un omicidio, l’indagine, le ipotesi, la speculazione, il confronto delle prove e la soluzione, così collegati, non era venuta in mente a nessuno prima di lui. Le vendite di The Strand raggiungono cifre vertiginose, l’entusiasmo del pubblico rasenta il fenomeno sociologico, tutti i numeri si esauriscono in pochi giorni. Holmes, dopo un inizio faticoso, conquista finalmente i lettori e, di fronte alle ambizioni di Conan Doyle, sembra aver vinto il primo round. Quella figura era un personaggio bizzarro, ma credibile, che viveva in uno spazio e in un tempo che i lettori conoscevano dal vivo, chiunque poteva andare in Baker Street e vedere la sagoma di un uomo alto e magro che, alla prima impressione, pareva la creatura di Doyle in carne ed ossa. Ma c’è un altro elemento altrettanto affascinante, tautologico e tenebroso: Londra. La città divorata dalla nebbia, dove la notte si consumano crimini abominevoli. Di fronte ai tetri bassi fondi di Jack lo squartatore un uomo solo consumato da una lotta senza esclusione di colpi, dove domina l’opposizione tra le azioni miserabili generate dal mostro sociale e Holmes, genio rinchiuso nel suo appartamento. Nei libri sul detective il male si fa pervasivo attorno al protagonista e valica le frontiere delle aspettative: ne “Il segno dei quattro” compare un tempio ad Agra, ne “La valle della paura” la valle di Vermissa, in “Uno studio in rosso” vengono citate le pianure dello Jutland. Luoghi lontani, la maggior parte dei quali sono ignoti all’immaginazione di un lettore londinese, ma che giungono sino alla porta del raccolto studio del detective. Il messaggio di Doyle è chiaro, il male è ovunque. Ma, come recitano alcune battute di Holmes in uno dei suoi primi racconti, “Nelle sordide strade londinesi non si commettono più crimini che nella bella e placida campagna inglese”. Com’è possibile giustificare un simile successo editoriale? Il motivo è da ricercarsi nel fatto che Sherlock Holmes da un volto a qualcosa che sino ad allora non era ancora stato formulato, il detective incarna il materialismo scientifico, lo spirito positivista e il culto del progresso degli uomini del suo tempo. La volontà di credere nell’onnipotenza della scienza, in un’età sconvolta da una prepotente rivoluzione industriale che affascina, ma preoccupa. Il prodigioso virtuosismo deduttivo del personaggio contiene una promessa rassicurante, la garanzia dai toni illuministi che le luci trionferanno sulle tenebre. La certezza di Arthur Conan Doyle è che con la ragione si può risolvere qualsiasi tipo di enigma. Col suo razionalismo radicato l’autore accompagna lo sviluppo di una nuova scienza, la criminologia. Quando Edmond Locard istituisce il primo laboratorio di medicina legale a Lione nel 1910 sostiene che la sua principale fonte di ispirazione sono le avventure di Sherlock Holmes. Dalla finzione alla realtà c’è solo un passo. Rilievo di impronte, analisi di polveri e tessuti, esami su ogni sorta di tracce lasciate dal presunto colpevole e tante, esasperanti, elucubrazioni. Questi metodi descritti da Conan Doyle, applicati dalla sua creatura di carta e sviluppati da Locard, sono alla base dell’investigazione moderna.
L’abilità dello scrittore consiste anche nel fatto che Holmes appare attraverso gli occhi di Watson, che è prosaico sino al patetismo. L’assistente del detective ha una funzione precisa ed essenziale nell’esistenza del protagonista: è lui che lo riporta alla realtà. È il personaggio più normale dell’universo che ruota attorno all’investigatore, ed è come ogni lettore: affascinato dalle sue folgoranti asserzioni. Watson è il nostro legame con Sherlock, ed è anche il suo unico amico (sempre che si possa definire tale). Il lettore vede l’investigatore attraverso gli occhi di un uomo apparentemente mediocre che, anche se conosce tutti i suoi difetti, continua ad apprezzarlo. È grazie a Watson se al lettore piace Holmes, e piace soprattutto nei momenti in cui agiscono assieme. Il genio di Arthur Conan Doyle consiste nella creazione non di due grandi personaggi, ma dell’amicizia più bella di tutta la letteratura gialla. Questo è senza dubbio un altro ingrediente da annoverarsi tra i fattori del successo di questi libri. Ma è presente un particolare decisivo, i lettori si possono impadronire della sua immagine e plasmarla a loro discrezione. “Lo immaginavo molto alto, circa un metro e ottanta, ma talmente magro che sembrava ancora più alto. Un viso lungo e acuminato, consumato, un grande naso aquilino e due occhi piccoli e vicini” annota Doyle fra le pagine del suo diario. A ricoprire un ruolo fondamentale nella consegna della rappresentazione di questa figura all’immaginario collettivo fu Sidney Paget, l’illustratore di The Strand ha un ruolo determinante gli attribuisce i tratti di suo fratello e, grazie ai suoi schizzi, Sherlock Holmes prende forma. Dato che Paget portava un cappello da cacciatore, lo mise in testa anche a Sherlock, dettaglio iconico e molto apprezzato. Il cappello, il cappotto foderato con mantella, poi la spessa lente d’ingrandimento e la pipa. La figura di Sherlock è destinata a diventare presto un mito che sfugge lentamente all’autore. Conan Doyle è costretto, suo mal grado, a piegarsi ai desideri e alle aspettative dei lettori. Quando William Gillette divenne il primo attore ad interpretare il detective in uno spettacolo teatrale autorizzato, operò una scelta e sostituì la pipa dritta (che appare nelle illustrazioni di Paget) con una pipa curva, così da poterla adoperare senza nascondere la bocca. Nei successivi decenni si è creata un’immagine molto forte nell’inconscio collettivo. Se venisse chiesto di citare una frase di Sherlock Holmes a quaranta persone, ciascuna delle quali provenienti da diversi paesi, tutti risponderebbero “Elementarel, Watson”, ma la frase non è presente in nessun libro di Conan Doyle. Ma nessuno oggi potrebbe affermare che questa battuta di partitura non gli appartiene.
Grazie alla grande fortuna avuta con la pubblicazione su “The Strand Magazine” Conan Doyle può vivere facendo lo scrittore, ma teme che la sua creatura di carta cominci a rubargli la scena.

Riflessione di Carlo Alberto Ghigliotto

Filosofo, autore di saggi di semiotica, estetica medievale, storia dell’arte e della filosofia. La sua attività di saggista, bibliofilo e giornalista, è legata agli studi classici maturati nelle realtà del pensiero debole e dell’etica leopardiana. Studia filosofia prestando fede alla teoria de “Il pensiero ancestrale” di Manlio Sgalambro: considera l’attività filosofica come una prassi individuale di ascetismo e atarassia; distante dalle aule universitarie e dai percorsi accademici convenzionali (ancora in parte legati all’idealismo di Croce e Gentile).

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