Filosofia

Just nudge it

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February 14, 2020

Fondamentali gentili per un’etica gentile

Si stende un’alba aranciata sul tappeto della savana. Gli animali si svegliano alla luce stiracchiandosi, e tre creature si distinguono: gli gnu, che in mandria corrono per accaparrarsi la colazione nei prati. Le scimmie, ognuna sul proprio albero, ancora dormienti. Infine gli elefanti, grandi mammiferi che cheti si sollevano, incoraggiandosi vicendevolmente a cominciare la giornata. Spicca l’immagine di un’elefantessa che, con la proboscide, spinge il cucciolo restio ai raggi solari, il quale preferirebbe stare nella propria comfort zone piuttosto che attivarsi. La tenerezza del gesto stringe il cuore: chi non vorrebbe avere al proprio fianco una mamma (o papà) premuroso che ci svegli affettuosamente? Che suggerisca qual è la strada giusta da compiere senza imporsi, ma osservando la nostra condotta e aiutandoci a capire dove stiamo sbagliando o dove possiamo migliorare? In questa vasta politeia animalia ognuno ricopre un ruolo sociale: le scimmie sono attori, imitano melodrammi in teatro. Gli gnu gestiscono vendite e scambi dei beni statali. I pachidermi, si occupano invece di architettura; di una branca particolare chiamata “architettura della scelta”.

Di cosa si occupa un architetto delle scelte?

Cerca di risolvere problemi che nascono in chi deve prendere decisioni, il che è una cosa facciamo spesso nell’arco della giornata, purtroppo spesso in maniera automatica ed erronea. L’arduo compito, suggerire la strada giusta, richiede ovviamente una buona conoscenza del comportamento dei soggetti con cui si ha a che fare. Per esempio, se lo scopo è quello di mantenere pulita una piazza, gli architetti devono sapere che un campo da basket disegnato vicino al cestino intrigherà di più i passanti a gettare i rifiuti, simulando il momento del lancio del pallone nel canestro. Oppure, se si desidera spingere le persone a donare, sapere che scrivendo l’avviso: “Dona anche tu! L’ottanta per cento dei tuoi vicini l’ha già fatto” indurrà molti ad agire come i propri simili, perciò a donare. In sostanza, gli architetti della scelta cercano di introdurre pratiche di buona cittadinanza, aiutano le persone a scegliere il meglio per sé e per la società, partendo dalla consapevolezza che l’umano è un essere prevedibilmente irrazionale.

Il loro edificare è detto nudge, termine usato per la prima volta con accezione di “spinta gentile” o “pungolo” da Richard Thaler e Cass Sunstein, portavoci di un’economia comportamentale applicata in ambito sociale. Cosa rende la “nudge theory” una innovazione tanto accogliente e valida? Il suo essere tutt’altro che “theory” (o per lo meno, non solo). Si avvale difatti di mezzi concreti al fine di strutturare nella maniera più opportuna la presentazione di alternative in una scelta. Strumenti quali il numero di opzioni, tecnologie e ausili decisionali, il default e le scelte nel corso del tempo. Altri, usati in funzione descrittiva, come il partizionamento (suddivisione dell’insieme delle opzioni in categorie) e la progettazione degli attributi (le persone pesano pro e contro su attributi diversi prima di prendere decisioni, perciò è possibile influenzare il loro comportamento rendendo gli attributi più o meno salienti.) Tutte queste applicazioni hanno portato e apportano risultati sperimentali in ambiti diversi: dalla lotta all’obesità alla donazione di organi, dallo smaltimento dei rifiuti ai mercati finanziari, e tanti altri. Del resto l’aspetto più accattivante del “pungolo” è il suo carattere versatile, aperto alla ricerca di nuovi settori d’indagine e realizzazione; qualsiasi ambiente dove sia possibile piantare radici per portar progresso è un’area ottima per un nudge.

Terreno fertile per i nostri architetti è senz’altro quello dove si incontra il design.
L’analogia tra nudging e design è più immediata di quel che si crede, se dovessimo elencare le caratteristiche che fanno di un oggetto un buon design troveremmo infatti qualità che anche un buon nudge deve possedere: innovazione, utilità, estetica, comprensione, discrezione, onestà, resistenza nel tempo. Entrambi mirano al benessere, facilitando un’operazione e rendendo l’esercizio di questa attraente e istruttiva. Entrambi richiedono comprensione della natura dell’oggetto che intendono migliorare oltre che del soggetto che vogliono guidare. Infine entrambi consentono di navigare senza intoppi nel mondo, senza pensar troppo; indurre l’utente ad un inutile carico cognitivo significherebbe infatti aver pianificato una casa con stanze mal strutturate. Quest’ultimo punto consente di allargare l’analogia ad uno spazio dove il carico cognitivo di una persona è spesso ridotto al minimo: quello artistico. La regola fondamentale dell’arte, in qualsiasi sua forma, musicale, pittorica o poetica che sia, è quello di impressionare, di parlare al cuore, comunicare emozioni ad un’audience che esperendole prova liberazione. Questa è tecnicamente definita catarsi, termine usato sin dall’antica Grecia, ripreso nella moderna psicoanalisi, per indicare l’azione dell’arte in grado di purificare l’uomo dalle passioni. Col passare del tempo la catarsi ha perso però la sua accezione originaria, abusata in campo estetico per essere minimizzata a una mera espiazione di sentimenti, trascurandone l’importanza che ha in ambito educativo. Aristotele, primo filosofo a parlar di catarsi in termini specifici, la descriveva invece come momento certamente liberatorio, seguito però da un atto deliberatamente riflessivo. Il fine era comunicare non solo piacere ma anche messaggi formativi e le emozioni trasmesse entravano a far parte di un ordine razionale superiore che potremmo definire “eticità”. Le tragedie narrano miti, raccontano storie di uomini, di imprese, paure, gioie che non si distanziano da quelle che proviamo oggi, e questa imitazione può essere talmente forte (se autentica) da permeare i nostri pensieri, da indurci a porre domande: perché il corvo è tanto sciocco da essersi fatto imbrogliare dalla volpe? Perché nella foresta incantata hanno tutti paura del drago? Si parla di archetipi, simboli carichi di valori, incontrati sin da piccoli, che insegnano in modo semplice perché i draghi vengono sconfitti o perché nella vita bisogna essere poco vanitosi e più astuti. Le immagini servono come rimando alla nostra visione del mondo infantile, curiosa, pura; come ricordo di quella spinta gentile, che a volte attraverso fiabe, altre attraverso regole, ascoltavamo come preziose lezioni morali dai genitori. Le medesime immagini pregnanti passano per dipinti, sculture, canzoni, e in esse percepiamo espressioni differenti parlanti il medesimo idioma: quello umano. Il passa parola è antico quanto il pensiero e continua nel tempo. Oggi tale prezioso bagaglio sta tuttavia venendo a perdersi: l’arte stessa ha preso le distanze dal “fare etico”, dalla πρξις (prassi) aristotelica, orientata al perseguimento della felicità. L’arte sta divenendo sempre più competenza di scimmie, che emulano senza ricercar contenuto, si esibiscono senza trasmettere, si pavoneggiano come etichette sacrificanti qualsiasi fine etico. In una società massificata è più facile trovare esempi della loro arte, travisata, e caso vuole che proprio per questo siamo i primi coinvolti in una progressiva morte di valori.

Il marketing, protagonista attuale dell’informazione, viaggiando velocemente, non ha tempo di dedicarsi alla diffusione di opere complesse. La sua divulgazione persuasiva spinge le persone a scegliere ciò che il mittente del messaggio vuole che scelgano, minando la libertà incondizionata. Ma se in qualche modo permettessimo agli elefanti di far scendere le scimmie dai loro alberi? Si stanno già diffondendo industrie della creatività che cercano di pulire la brutta faccia del marketing, rendendola più nudgy. Potremmo individuare tre elementi che nei due ambiti viaggiano parallelamente:

  • Comunicazione/ facilitazione
  • Informazione/ accessibilità
  • Feedback/ ottimizzazione

Per essere gentili pachidermi i primati dovrebbero cominciare a dialogare, parlare di materie accessibili e cercare un segnale che permetta ai destinatari dei messaggi una facile inclusione. Ecco come il pungolo allora può entrare in azione, esprimendosi anche attraverso note musicali, pennellate o versi poetici così come attraverso un buon design. Il design stesso è del resto ricerca razionale del bello; credere che il designer non sia artista deriva dall’idea che quest’ultimo volge attenzione a reali esigenze della comunità mentre l’artista si rivolge ad una elite. Ma all’interno del significato che abbiamo voluto recuperare e salvare la fruizione elitaria deve affievolirsi e cominciare a presentarsi in maniera limpida; gli elementi artistici divulgati non saranno tanto immediati quanto un utensile, ma sono tanto essenziali nel loro arricchimento morale e culturale. Gli esteti possono esistere, ma lasciamo che abitino i rami sospesi e che non si occupino di spiegare il reale. Per quanto riguarda gli gnu, di cui ancora non abbiamo fatto cenno, penso che le sufficienti critiche nei loro confronti siano state mosse dai protagonisti della svolta cognitiva economica; Simon, Kahnemann, gli stessi Thaler e Sunstein, hanno avuto modo di classificarli come econi (abbreviazione di “economics”, per alludere all’homo oeconomicus). Sono personaggi tanto razionali da limitare la propria comprensione a valori attesi e massimizzazione dei benefici.

Econi ed istrioni, nel mezzo gli umani, che sembrano accogliere sempre più propositivamente la nudge theory. Perché il nudge è in grado di coinvolgere in modo smart sia la sfera cognitiva che quella emotiva, creando equilibrio stabile per la costruzione di ambienti confortevoli per le azioni etiche, che le persone fanno divertendosi e con cognizione del loro atto volto a fin di bene. La stabilità è però delicata, nella sua debolezza si annidano critiche ai limiti nei quali gli architetti possono inciampare. Accompagnare gentilmente un’azione verso la strada corretta può generare facili fraintendimenti, dal momento in cui l’atto non è deliberato dall’agente ma da chi lo costruisce. Thaler e Sunstein chiariscono la posizione che il nudge occupa all’interno del dibattito intorno alla libertà di scelta coniando un paternalismo libertario. È uno scenario concettualmente puro all’interno del quale un pungolo si attua non come imposizione, bensì come premuroso suggerimento; gli architetti possono commettere errori, ma del resto non dimentichiamo che sono, fortunatamente, esseri umani, perciò imperfetti. Quello che non fanno è sicuramente sbagliare in cattiva fede; sono i primi autocritici, riconoscono quando una soluzione non è ottimale e sanno che dall’errore è possibile conoscere in modo più preciso i materiali con cui rendere migliore il disegno. La teoria del nudge è però indiscutibilmente onesta, proprio per sua ontologia: è nata come modus operandi aperto, dialetticamente finalizzato alla risoluzione di problemi, con unico vero e cardinale delitto da evitare l’indifferenza per le persone e per la realtà in cui si applica. Non accoglierla solo per timore di creare prigioni senza vie di fuga, è un atteggiamento ottuso e regressivo.

Spaventa forse la sua integrità, difficile da comprendere e applicare. Pungolare è un esercizio che del resto può impegnarci direttamente: rendere il mondo un posto migliore è sogno di molti; perseguire la felicità è desiderio di tutti. Per farlo serve agire. Non nel senso produttivo, né in termini ipotetici, ma attivamente. La prassi etica è descrivibile come terza via tra lo speculare e il fare, un azionarsi di ingranaggi che immagazzinano e bruciano carburante al fine di far funzionare la macchina umana. Quando questo processo lavora la macchina funziona efficacemente. Ogni individuo è esonerato dunque dall’indifferenza poichè agire virtuosamente è naturale e conveniente non solo per una soddisfazione individuale ma anche per la convivenza. Le cose possano cambiare da piccoli gesti; tutti possiamo essere architetti, se vogliamo, perché giocatori in uno stadio di specchi che inevitabilmente, grazie ai loro riflessi, generano contaminazione di idee e gesti. Potremmo persino scoprire che nella stessa collaborazione è intrinseca la felicità. Grazie alla teoria nudge, e alla sua carica applicativa, questa partita è già in campo. È un traguardo reso possibile grazie a uno studio dell’essere umano in termini neuroscientifici, la cui rivoluzione è solo agli inizi. Ma se attraverso l’indagine scientifica accogliessimo davvero l’idea che l’essere-umani non è da ricercarsi nei labirinti razionali o nelle viscere impulsive ma a metà strada, converremmo che essere pungolatori di energia, creativi, curiosi, è la nostra singolare predisposizione.

Se una laurea in architettura ci attrae poco, potremmo dirci piuttosto nocchieri di una biga trainata da due cavalli. C’è chi li ha descritti come uno bianco e fiero, l’altro nero e tozzo. Chi ha scritto che quello candido è in verità un pony, mentre il cavallo scuro possente e trainante. La realtà, al di là di questi racconti, è che entrambi i destrieri sono magnifici e misteriosi, perciò possiamo non solo conoscerli e imparare ad addomesticarli ma anche divertirci con un po’ di verve artistica a macchiarli di sfumature rosee e cineree. Potremmo allargare le loro orecchie, modellandole come fossero marmo, per far sì che si ascoltino meglio, per poi allungare il loro muso e permetter loro di toccarsi. E, magari, di dare una spinta gentile anche ad altri elefanti.

Bibliografia:

  • Agner, E. Nudging as design, working paper, pdf.
  • Thaler, R., Sunstein, C. La spinta gentile, Feltrinelli
  • Motterlini, M. Economia emotiva. Che cosa si nasconde dietro i nostri conti quotidiani

Annalisa Mazzolari

laureata alla triennale di Filosofia presso l’Università degli studi di Trento, frequenta ora la magistrale in Filosofia del mondo contemporaneo presso l’Università degli Studi Vita – Salute San Raffaele a Milano.

Oltre alla filosofia coltiva la passione per la musica: diplomata all’ottavo anno di pianoforte presso il Conservatorio di Brescia e in canto lirico presso il Conservatorio di Bergamo.

Studia ora canto e pianoforte jazz e compone canzoni proprie in italiano. Nel 2016 incide il suo primo album di stampo pop “Uomini Eroi” e nel maggio 2019 pubblicherà il secondo “Joan Quille” in veste più rock-elettronico. La filosofia della sua musica? Prendere tutte le sfumature bianco-nere della vita e aggiungerci sempre una puntina di giallo del Sole!

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