Macchina del tempo

18 febbraio 1940: nasce Fabrizio De André

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February 17, 2020

Da buoni genovesi, non possiamo evitare di ricordare un uomo che per la città di Genova non è solo uno dei tanti cantanti nati e cresciuti qui: Faber è l’essenza di Genova.
Fabrizio De André racconta Genova e i genovesi: ancora oggi, a 80 anni dalla sua nascita, quando si ascoltano le sue opere, si riescono a immaginare quei personaggi descritti dettagliatamente. Tutti noi, infatti, li abbiamo visti e riconosciuti da qualche parte in città, tutti noi siamo passati nelle vie o nei quartieri citati da Faber.

Fabrizio De André nasce a Pegli e nel ’54 riceve la sua prima chitarra, regalo della madre Luisa.
Da lì comincia a prendere lezioni e nel 1960 compone la sua prima canzone “La ballata del Michè”.
Fabrizio si schiera sempre dalla parte degli ultimi e dà loro la voce che spesso è inascoltata dallo Stato e dalla Chiesa. Inoltre, dimostra un’umanità che va oltre i valori standard, una sensibilità che può essere associata a pochissimi individui nella nostra società e lo dimostra quando, dopo essere stato rapito insieme alla sua compagna di vita, Dori Ghezzi, perdona i suoi aguzzini perché, afferma, “non lo hanno trattato male”.
In questa occasione riesce a guardare oltre il rapimento, va dritto alle condizioni (culturali ed emotive) dei suoi rapitori.
Successivamente, dedicherà a questa esperienza una canzone: “Hotel Supramonte“, da cui dopo quattro mesi Fabrizio e Dori riescono ad andar via, mentre i rapitori non potranno mai uscire da quella condizione.

Fabrizio De André e Dori Ghezzi

Naturalmente, la canzone è diventata un inno all’amore più puro e sincero, ma originariamente riporta proprio a quei tragici momenti vissuti dalla coppia di cantanti.
Insomma, l’eredità di Faber non è composta solamente dalle sue canzoni, ma anche dalla sua profonda umanità e dalla sua capacità di guardare al di là delle apparenze, oltre che dalla sua delicatezza nel parlare di tematiche così importanti di cui lui era portavoce in una società cieca e bigotta: prostituzione, disabilità, sessualità.

Lo scopo di quest’articolo è ricordare un artista che ha saputo ascoltare e, successivamente, raccontare le storie degli ultimi, spesso inascoltate. Per questo motivo, si vuole mantenere vivo il ricordo di Fabrizio De André con dieci canzoni che scuotono l’anima e che tutti dovrebbero ascoltare, una volta nella vita, per capire l’essenza poetica di quest’uomo e dei personaggi delle sue storie.

1. Il testamento di Tito (1970). I dieci comandamenti secondo Fabrizio, lui stesso ha affermato che questo brano rappresenta un esempio di come potrebbero essere le leggi se fossero fatte, davvero, dal popolo.

Non avrai altro Dio, all’infuori di me.
Spesso mi ha fatto pensare:
genti diverse, venute dall’est
dicevan che in fondo era uguale.
Credevano a un altro diverso da te,
e non mi hanno fatto del male.
Credevano a un altro diverso da te
e non mi hanno fatto del male.

2. La città vecchia (1960). Argomento delicato per Faber, come è stato già detto, è la presa in considerazione di coloro il cui parere non è mai tenuto presente e le loro storie. In questa canzone ritroviamo Dio e la sua assenza nella vita di coloro che sono indicati come i reietti della società. Ciò che però emerge dalla canzone è l’importanza di trattare queste persone con dignità, poiché non importa se siano diverse dal “borghese”, ciò che conta è che siano comprese e sostenute.

Se tu penserai e giudicherai
Da buon borghese
Li condannerai a cinquemila anni
Più le spese
Ma se capirai se li cercherai
Fino in fondo
Se non sono gigli son pur sempre figli
Vittime di questo mondo

3. Amore che vieni, amore che vai (1966). Uno dei temi affrontati da De André è, naturalmente, l’amore. Faber tratta le svariate sfaccettature di questo sentimento, gli alti e bassi, le crisi e le passioni di due amanti, senza però trascurare una caratteristica delle storie d’amore: la fine. De André non addolcisce la pillola e ci comunica che, per quanto profondo, l’amore può svanire e può tornare. Questo è il senso di “Amore che vieni, amore che vai”, le persone cambiano, i sentimenti mutano e il tempo ha un’influenza molto profonda su questi sentimenti, che vanno e vengono.

Quei giorni perduti a rincorrere il vento
a chiederci un bacio e volerne altri cento
un giorno qualunque li ricorderai
amore che fuggi da me tornerai
un giorno qualunque li ricorderai
amore che fuggi da me tornerai

 

 

 

4. Via del Campo (1967). Una delle vie, all’epoca, più degradate della città. La storia tratta di tre figure, apparentemente diverse, che invece rappresentano un’unica donna. Come al solito, De André parla di quella che, ancora oggi, è disprezzata e additata con disgusto: la prostituta. In realtà, questa donna non è descritta in modo negativo da De André e il sesso che vende ai suoi clienti è associato a un fiore raro e delicato.

Via del Campo c’è una puttana
gli occhi grandi color di foglia
se di amarla ti vien la voglia
basta prenderla per la mano

e ti sembra di andar lontano
lei ti guarda con un sorriso
non credevi che il paradiso
fosse solo lì al primo piano.

5. La ballata del Michè (1961). Una storia molto toccante quella di Miché, non tanto perché fosse un assassino, ma perché vi è già l’accusa delicata e sottile di Fabrizio, soprattutto alla Chiesa, dato che solo perché Miché era un sucida non meritava una tomba per sé, ma una fossa comune.

Domani alle tre
nella fossa comune sarà
senza il prete e la messa perché d’un suicida
non hanno pietà
Domani Michè
nella terra bagnata sarà
e qualcuno una croce col nome la data
su lui pianterà
e qualcuno una croce col nome e la data
su lui pianterà

6. Hotel Supramonte (1981). Racconta il sequestro durato quattro mesi, in cui lui e Dori Ghezzi sono rimasti in una cascina in Sardegna. Fabrizio De André non arriverà a odiare il popolo sardo, né i suoi sequestratori, per i quali prova pietà anche per via dei comportamenti che hanno riservato a lui e a sua moglie. Anzi, la Sardegna rappresenterà un luogo a cui De André sarà sempre molto legato.

Grazie a te ho una barca da scrivere, ho un treno da perdere
E un invito all’Hotel Supramonte dove ho visto la neve
Sul tuo corpo così dolce di fame, così dolce di sete
Passerà anche questa stazione senza far male
Passerà questa pioggia sottile come passa il dolore
Ma dove, dov’è il tuo cuore
Ma dove è finito il tuo cuore

7. La ballata dell’amore cieco (1966). La canzone tratta la storia di una donna molto esigente e di un uomo, invece, onesto e probo. Le richieste della amata diventano sempre più cattive e raccapriccianti, ma per amore, l’uomo non vi pensa due volte a obbedire e arriva a compiere atti terribili per quella donna. L’unica certezza che avrà quest’uomo, che si è annullato completamente per amore, è quello di morire col sorriso, consapevole di aver fatto ogni cosa per quel profondo sentimento. Al contrario, all’altra protagonista della storia rimane solo confusione e solitudine, la giusta punizione per tutta quella cattiveria.

Non era il cuore, non era il cuore
Tralalalalla tralallaleru
Non le bastava quell’orrore
Voleva un’altra prova del suo cieco amore.
Gli disse amor se mi vuoi bene
Tralalalalla tralallaleru
Gli disse amor se mi vuoi bene
Tagliati dei polsi le quattro vene

8. Bocca di Rosa (1967). Bocca di Rosa è una prostituta che risveglia, a Sant’Ilario, passioni, allegria e l’ira delle donne tradite, gelose e invidiose di tutta quell’attenzione riservata alla nuova arrivata. La canzone è ironica e si beffa delle comari, anziane e bigotte, mentre mette in luce la bellezza e il fascino della prostituta che De André ci descrive con tenerezza. L’atmosfera è maliziosa e, insieme, spensierata, allegra, un vento fresco come quello primaverile. Bellissima l’ultima immagine che la canzone ci fornisce, il parroco che va a braccetto con l’amore sacro (la Vergine) e l’amore profano (Bocca di Rosa).

Si sa che la gente dà buoni consigli
Sentendosi come Gesù nel tempio
Si sa che la gente dà buoni consigli
Se non può più dare cattivo esempio
Così una vecchia mai stata moglie
Senza mai figli, senza più voglie
Si prese la briga e di certo il gusto
Di dare a tutte il consiglio giusto


9. Don Raffaè
(1990). E’ una denuncia allo stato delle carceri italiane attraverso il racconto della vita del brigadiere Pasquale Cafiero che arriva a conoscere e ad approfondire il rapporto con Don Raffaé e con la vita di quest’ultimo in carcere. È lì che il caffè diventa un pretesto per chiedere favori all’immenso don Raffaé.

Prima pagina, venti notizie
Ventun’ingiustizie e lo Stato che fa
Si costerna, s’indigna, s’impegna
Poi getta la spugna con gran dignità
Mi scervello e m’asciugo la fronte
Per fortuna c’è chi mi risponde
A quell’uomo sceltissimo immenso
Io chiedo consenso a don Raffae’

Un galantuomo che tiene sei figli

Ha chiesto una casa e ci danno consigli
Mentre ‘o assessore, che Dio lo perdoni
‘Ndrento a ‘e roulotte ci alleva i visoni
Voi vi basta una mossa, una voce
C’ha ‘sto Cristo ci levano ‘a croce
Con rispetto, s’è fatto le tre
Volite ‘a spremuta o volite ‘o café


10. La guerra di Piero
(1966). Una delle canzoni forse più conosciute di De André. Concludiamo così il nostro viaggio tra i componimenti di questo straordinario cantautore che ci ha parlato di Genova, di gioventù, di coloro che non avevano voce e di sogni. La guerra di Piero è la storia comune di tanti giovani spediti in guerra, ai quali non bastavano gli avvertimenti né i morti in battaglia. Quando Piero si trova di fronte a un suo simile, un ragazzo come lui ma con un’altra divisa, diversa dalla sua, esita. Al contrario, l’altro gli spara ed è così che muore Piero, solo, mentre il grano lo ascolta e i tulipani vegliano sul suo corpo.

E se gli sparo in fronte o nel cuore
Soltanto il tempo avrà per morire
Ma il tempo a me resterà per vedere
Vedere gli occhi di un uomo che muore
E mentre gli usi questa premura
Quello si volta, ti vede e ha paura
Ed imbraccia l’artiglieria
Non ti ricambia la cortesia

 

Buon compleanno a Fabrizio De André, attento ai più deboli, narratore di storie comuni, i cui insegnamenti restano attuali. A Fabrizio, che non ha mai voluto essere protagonista, ma che ricopre inevitabilmente un posto di rilievo nella cultura genovese e italiana.

Sitografia:
https://www.marieclaire.com/it/attualita/gossip/a25853150/fabrizio-de-andre-dori-ghezzi/ (consultato il 10.02.2020)
http://caffeinacultura.it/caffeina/event/nostalgia-di-de-andre-hotel-supramonte-in-concerto/

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Alessandra Sansò

Laureata Magistrale in Psicologia Clinica e di Comunità presso l’Università degli Studi di Genova con una tesi dal titolo “Alessitimia in adolescenza: un contributo alla validità convergente degli strumenti di valutazione”.
I suoi interessi principali riguardano l’adolescenza e le sue caratteristiche, ma si concentra anche su concetti della Psicologia Sociale, quali deumanizzazione e stigmatizzazione quantomai presenti nella società moderna.

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