La finestra sul cortile

I contagi delle idee

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February 25, 2020

Dopo le carestie le altre grandi avversarie della civiltà erano sempre state le epidemie infettive e le pestilenze. Le malattie di massa sono state parte integrante della storia umana, se non addirittura un costante fenomeno sociale. In seguito alle recenti vittorie sull’AIDS e sull’Ebola ci si è resi conto che le biotecniche consentono la sconfitta di virus e batteri, ma allo stesso tempo espongono gli uomini a minacce senza precedenti. I medesimi strumenti che permettono ai ricercatori di identificare con rapidità le nuove malattie e di scoprirne le cure, potrebbero essere manipolati da potenze e organizzazioni terroristiche per produrre malattie terrificanti e agenti patogeni apocalittici. Ma veniamo ora all’attuale caso del coronavirus (genere di virus RNA responsabile di una forma i polmonite atipica e con un basso tasso di mortalità), l’aumento dei contagi è vertiginoso, alcuni presidi militari controllano le cosiddette “zone rosse” di alcune aree urbane e aumenta la registrazione dei casi accertati. Spazi pubblici deserti, supermercati vuoti, strade desolate e attività chiuse. Sembra che le città di questi giorni si siano fermate per girare film di fantascienza. Ciascun cittadino europeo -e non solo- si sta interrogando sull’evolversi della situazione e su quali e di chi siano le responsabilità di questa superficiale trascuratezza sanitaria. Certamente il contagio si sarebbe potuto evitare col fermo realismo di un’equilibrata accortezza, ma ogni sistema di difesa era destinato cedere di fronte al ritardo che ha impedito a molti paesi di adottare efficaci misure precauzionali. Quando prendono corpo questi scenari, dove l’apparente apocalisse è sempre imminente e non necessariamente reale, avviene un fenomeno sociologico che il Manzoni (nel descrivere la peste a Milano) definisce “pubblica follia”; cioè quando la gente perde di vista la bussola dei significati e fraintende i segni per sintomi. L’inermità alle minacce impedisce l’analisi oggettiva del pericolo perché consegna gli individui al fenomeno del panico che, con la sua untuosa cecità, amplifica a dismisura il pericolo stesso. E il pericolo si fa reale nutrendosi di quel terrore che deriva dall’alienante mancanza del conforto della stabilità identitaria, a cui sopperisce l’incosciente, imprevedibile e delocalizzata dinamica del caos.

Se, come Freud ha insegnato, l’euforia della massa comporta l’annullamento del pensiero critico favorendo la regressione a una condizione illusoria di onnipotenza, il panico collettivo si genera invece dall’improvviso disperdersi della massa, non dall’onnipotenza, ma dall’impotenza. L’euforia provocata dal sentirsi fare parte di un corpo unico si trasforma traumaticamente nel suo contrario: ogni individuo cerca di salvare se stesso vivendo il proprio simile non più, come accade nella massa compatta, come prolungamento della propria identità, ma come una sua minaccia mortale.

Quella che ci attende è allora una grande prova di civiltà: contenere le reazioni irrazionali di panico non significa negare la gravità della situazione, ma provare a trasformare la massa agitata e smarrita del panico in un insieme collettivo civile, capace di reazione razionale alla minaccia che incombe. Seguire le regole sanitarie fondamentali indicate dalla scienza senza precipitare nella fuga irrazionale del panico e senza invocare provvedimenti politici più catastrofici della epidemia comporta la difficile trasformazione della massa emotiva e irrazionale in un collettivo civile. È una grande prova che dovrebbe impegnare già oggi ciascuno di noi: resistere alla tentazione del panico, rispondere alla minaccia con senso di responsabilità non considerando solo l’orizzonte della propria vita individuale, ma avvertendo di partecipare consapevolmente ad un’azione civile collettiva che investe l’intera vita della nostra comunità.

Ma è a volte il contesto dell’infezione a fare grave la malattia.

Sì, abbiamo preso di petto il contagio, lo stiamo provando sulla nostra pelle, questo è sufficiente per spiegare l’allarmismo, ma credo che il panico di cui molti sono preda sia dovuto all’assenza di un fenomeno sociale di cui la nostra società è ormai orfana: i modelli.

Qualcuno dice che per superare questo momento sia necessaria una comune guida europea. Secondo alcuni storici e giornalisti gli Stati Uniti superarono la psicosi collettiva di un olocausto nucleare grazie a Ronald Reagan: il quarantesimo presidente degli Stati Uniti, successore di Carter, protagonista della seconda fase della Guerra Fredda e paladino conservatore dei valori dell’American Dream. Abbiamo forse bisogno di un Reagan? Non credo. Certo, gli eroi sono pericolosi, ma la presenza di modelli è molto confortante. La forma epica dell’eroismo è scomparsa verso la fine della modernità, quando la complessità e la velocità degli eventi umani hanno soverchiato la forza e la volontà. Quando il caos prevale, l’eroismo epico è sostituito da grandi macchine di simulazione. Le origini della forma più moderna di tragedia stanno qui: su questa soglia le illusioni sono scambiate per realtà. Così come il sogno, anche il mito è la ricostruzione per immagini, grafiche o letterarie, di una collettività. E il mito, oggi, è morto.

A morire è soprattutto, in questo caso, la fiducia verso il progresso, la convinzione che il mondo sia civilizzato grazie alla sviolinata ideologica verso il positivismo della tecnica. E perisce la già agonizzante idea che le istituzioni siano in grado di tutelare la cittadinanza. Il contesto del coronavirus è la globalizzazione appiattita del post-moderno, il cui fallimento ha determinato l’ulteriore appiattimento del concetto di comunità, di identità, di vita e di morte. Il mondo di oggi ha confini delocalizzati, e le informazioni sono, ora più che mai, manipolabili. È diventata generale la sfiducia nella classe dirigente, nella veridicità delle statistiche veicolate dai media. #Brexit, #Trumpgate, #fakenews, #austerity e #coronavirus hanno reso il dibattuto politico più instabile che mai. Con la perdita dei valori, i modelli svaniscono definitivamente dopo essersi smaterializzati con l’avvento dei media. Ciò a cui stiamo assistendo è l’esasperazione della corrente nichilistica di inizio millennio. La vita non è più un bene da tutelare, gli atti di violenza e le uccisioni vengono trasmessi con disinvoltura. Così, molte delle paure degli anni ’80 sembrano riaffiorare. L’aumento del numero dei suicidi registrati in Occidente negli ultimi decenni è dovuto alla nascita di uno stato di isolamento rispetto alla comunità. L’autonomia, la competizione sommate alla ricezione violenta e frenetica delle informazioni mediatiche e da un contesto “turbocapitalista” votato alla massima efficienza, hanno spinto gli individui a rinchiudersi, alimentando le proprie turbe psichiche e il desiderio di violenza nei confronti del prossimo. Alla base di eventi drammatici come la solitudine digitale, o come gli attentati terroristici, vi sono psicosi indotte dall’esterno che sono da considerare come un’”epidemia psichica” che si sta diffondendo nel mondo. L’analisi delle nostre psicosi può aiutarci a concepire un futuro migliore, lontano dal pessimismo e dalla distopia. Non abbiamo bisogno di un eroe, ma di un rinnovato sentimento di comunità basato su modelli dettati dalla classe dirigente, la quale però sembra essere stata cronicamente incapace e negligente nel trascurare i rischi del contagio. Ora sta alla società e all’apparato sanitario far fronte a questo virus da laboratorio. Occorre però ricordare che la reazione del panico generalizzato sorge per infezione psichica e non si diffonde per contagio virale perchè ad agire, sotterraneo, è il virus dell’ignoranza. Le truppe sono allo sbando quando il loro comandante cade in battaglia o si perde di vista sul campo; il pubblico riunito si sparpaglia all’annuncio di un pericolo imminente e il branco si disperde alla mancata successione di un erede del capo. La collettività in balia delle convulsioni del panico si smembra, smarrita dalla mancanza di quel confortante senso di sicurezza garantito dai modelli sociali.

Ad ogni modo non occorre chiudersi in casa con scorte estemporanee, tantomeno tentare bucoiclici ritiri boccacceschi o vivere nel terrore dell’ipocondria. È invece utile sapere con quale pericolo si ha a che fare e quali modalità adottare per fargli fronte.

È grazie agli interventi dei medici e dei ricercatori che si stanno curando i contagiati, la lezione appresa è che le vere emergenze dimostrano la falsità del sistema liberista, in equilibrio sull’interesse dei business privati. Questa situazione, non apocalittica, dovrebbe palesarci la facilità con cui probabili epidemie mortali potrebbero mettere in ginocchio il genere umano in uno scenario futuro (anche soltanto a causa di errori di laboratorio). Potrebbe essere una guerra che non si rivelerebbe, come abbiamo capito, impossibile. È finita l’epoca in cui osservavamo atterriti e indifesi l’infuriare delle epidemie sul pianeta, ma potremmo arrivare a sentirne la mancanza.

Carlo Alberto Ghigliotto

Filosofo, autore di saggi di semiotica, estetica medievale, storia dell’arte e della filosofia. Allievo indiretto di Umberto Eco e Luigi Pareyson. La sua attività di saggista, bibliofilo e giornalista, è legata agli studi classici maturati nelle realtà del pensiero debole e dell’etica leopardiana. Studia filosofia prestando fede alla teoria de “Il pensiero ancestrale” di Manlio Sgalambro: considera l’attività filosofica come una prassi individuale di ascetismo e atarassia; distante dalle aule universitarie e dai percorsi accademici convenzionali (ancora in parte legati all’idealismo di Croce e Gentile).

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