Scrittori emergenti

25 giorni

on
March 20, 2020

I

Daniele era immerso in un sogno quieto, caldo e pacificatore. Le immagini non erano del tutto chiare, ma gli trasmettevano serenità e questo bastava per farlo sentire al sicuro.
Nel suo piccolo mondo di illusioni si credeva padrone di tutto quello che lo circondava, ma proprio quando si domandò per quanto ancora sarebbe durato tutto ciò, la sveglia suonò, emettendo quel suo odioso scampanellio che Daniele detestava al punto, quasi, da temerlo.
Compiendo un inumano sforzo di addominali, quali non aveva per intenderci, si alzò dal letto e prese il telefono dalla scrivania, che teneva dall’altra parte della stanza, rimanendo attonito nel notare che la sveglia canterina non proveniva dal suo telefono.
“Giusto, ieri ho disattivato la sveglia per poter dormire di più.” pensò, continuando ad udire il suono della sveglia, proveniente dalla camera accanto di sua sorella.
Guardando l’ora Daniele scoprì che erano soltanto le otto del mattino, il che lo portò a chiedersi cosa ci facesse Margherita già in piedi a quell’ora. Non frequentando l’università non doveva studiare e, dal momento che il negozio in cui lavorava era stato chiuso per ferie, non doveva nemmeno andare al lavoro.
“Cosa le sarà preso adesso?”
Udendo spegnere la sveglia di Margherita, Daniele tornò a letto, sprofondandovi pur sentendosi già totalmente sveglio, il che gli fece provare invidia per tutti coloro che svenivano non appena toccavano il materasso.
Solo, pensieroso, rimase imbambolato ad osservare le strisce luminose che, filtrando dalle persiane, si riflettevano sulle pareti di camera sua. Generalmente era solito alzarsi verso quell’ora e la sua giornata cominciava sempre accompagnata dal frastuono della sinfonia urbana che proveniva dalla strada sottostante.
Casa sua si trovava in uno dei punti più trafficati della città. C’era sempre un via vai di veicoli, tra cui camion e pullman che passavano avanti e indietro, per non parlare degli insopportabili motorini truccati dai ragazzini, che emettevano scoppiettii a raffica, che sarebbero risultati irritanti pure ad una motosega arrugginita. Per non parlare poi degli schiamazzi generali emessi dalle persone. Adulti che salutavano urlando a squarciagola verso un qualche tizio che avevano riconosciuto dall’altra parte del marciapiede, bambini che strillavano correndo con i genitori alle costole. Ragazze che urlavano di tutto ai fidanzati, anche se quelli si presentavano sempre dopo pranzo o la sera tardi. Oppure operai che litigavano tra loro sulle impalcature dell’edificio di fianco, in ristrutturazione da tempi record, tanto che nessuno ricordava più i colori della sua facciata.
Daniele stava pensando alla negatività di tutto questo prima di rendersi conto che, incredibilmente, gli mancava. Alle urla, al rombante eco dei mezzi e al caos generale, si era frapposto, ormai da giorni, un silenzio tombale, dalle fattezze irreali e sconosciute.
Quella situazione si prolungava ormai da quattro giorni. I primi tre erano trascorsi nell’inconsapevolezza. Daniele si era concentrato su altri pensieri, come esami da rimandare, appuntamenti da cancellare e così via. Quella mattina invece, mentre era assorto nel nulla che avvolgeva la stanza, la sua attenzione cadde proprio sul silenzio.

II

“Continuano i casi di contagio. Nella giornata di ieri sono risultate positive al virus altre 110 persone. Salgono così a più di diecimila i contagiati, mentre 525 sono i decessi e più di 1700 i casi di pazienti guariti. Dalla Francia giungono notizie…”
“Potreste spegnere la televisione?” domandò Daniele a sua madre e a sua sorella, che lo ignorarono bellamente. Era raro che condividessero la cucina a colazione. Di solito si alzavano sempre ad orari diversi e questo concedeva ad ognuno i propri spazi prima di radunarsi a pranzo. Situazione che ovviamente era ben mutata nei giorni di quarantena. Francesca, la madre di Daniele, non era una persona ansiosa, lasciarsi prendere dal panico non era da lei, ma le preoccupazioni che covava cominciavano ad assillarla.
Il virus in circolazione colpiva mortalmente chi aveva gravi problemi respiratori, specialmente se erano persone anziane, e la nonna Maria, l’unica rimasta dei nonni materni, era il fulcro delle preoccupazioni della madre di Daniele.
Qualche mese addietro la nonna era stata portata in un centro anziani per garantirle una buona assistenza e compagnia ventiquattro ore su ventiquattro. Nonostante ciò Daniele aveva visto sua madre andare tutti i giorni a trovare la nonna, così da non farla sentire abbandonata, ma ogni contatto tra i residenti del centro ed i parenti era stato interrotto già prima della quarantena generale, per garantire la loro sicurezza.
“Speriamo che tutti nel centro stiano bene” disse Francesca, patendo la lontananza dalla madre anziana. Daniele cercò qualche parola di conforto da dirle, ma non sentendosi in grado di spiccicare parola si limitò a finire la sua colazione in silenzio.
Al contrario, Margherita era un fascio di nervi incontrollabile.
“Avete sentito? Ci sono altri morti!” correndo al lavandino della cucina Margherita si lavò ossessivamente le mani, nonostante non avesse ancora finito la sua porzione di cereali. La paura del virus l’aveva resa ipocondriaca da un giorno all’altro. Seguiva telegiornali e articoli online con ossessione, ignorando qualsiasi consiglio o frase di incoraggiamento.
“Non hai sentito che i casi di pazienti guariti sono in aumento?” domandò Daniele seccato. Con sua sorella gli veniva difficile cambiare quel tono. Ormai non la riconosceva più e tutta quell’ansia da cui si stava facendo dominare pesava già da qualche tempo su di lui e sulla famiglia.
“Sei sempre il solito menefreghista.” rispose secca Margherita, lanciando come suo solito insulti senza senso quando non sapeva ribattere. Lei stessa infatti non riusciva a spiegarsi tutta la sua paura. Viveva col terrore di prendere il virus e ciò era comprensibile, ma non permetteva a nessuno di rassicurarla, preferendo allontanare chi le stava intorno piuttosto che consentirgli di aiutarla. Persino il suo fidanzato, col quale poteva sentirsi soltanto online, non sapeva più come gestirla e di solito era il solo in grado di tenerle testa.
L’unico che mancò di esprimere la propria opinione a tavola fu Enrico, il padre di Daniele. Gestendo un supermercato continuava a lavorare nonostante la quarantena, ed era giusto così. Lui ed i suoi dipendenti lavoravano con i guanti e la mascherina, anche se quest’ultima non era proprio la più convenzionale.
La penuria di mascherine stava colpendo tutti, così il padre di Enrico era ricorso ad una soluzione trovata su internet auto-producendosi una mascherina con la carta da forno, la quale non lasciava certo passare i germi, però non facilitava neanche la respirazione.
Enrico infatti aveva rischiato di sentirsi male proprio perché faticava a respirare dalla mascherina e il problema si amplificava quando doveva correre tra il banco della carne e quello dei formaggi o del pesce, mentre un suo dipendente stava alla cassa e un altro al banco della frutta.
Il regolamento prevedeva che i clienti entrassero non più di tre alla volta, però andavano serviti di fretta per evitare che rimanessero troppo a lungo negli spazi chiusi e per garantire il servizio a tutti coloro che ne avevano bisogno.
Detto in parole povere, era una situazione irreale.

III

Il resto della mattinata di Daniele trascorse con un’insolita lentezza. Studiò alcune pagine per il suo prossimo esame, sperando che la professoressa acconsentisse a svolgere la prova via Skype, guardò un episodio dell’ultima serie tv che aveva cominciato a seguire su Netflix e telefonò al suo amico Jack. La videochiamata non era stata delle più esaltanti. Jack aveva il problema di essere sofferente per il suo esistere prima ancora della quarantena e in quei giorni stava raggiungendo nuovi livelli di indecenza.
“Allora Jack, come stai?”
“Meh” era stata la prima risposta di quello scansafatiche, appena sveglio e ancora in pigiama sul letto.
“Dai Jack, sputa fuori il rospo.”
“Che vuoi che ti dica Dani. Comincio a patire davvero questa situazione.”
“Scherzi?”
“Ma no. Sono proprio giù.”
Trattenendo un fremito Daniele si limitò ad annuire.
“Fammi indovinare. Vorresti uscire di casa.”
“Esatto.” rispose secco Jack. “Vorrei uscire un po’, giusto per prendermi una boccata d’aria, ma non posso mettere il muso fuori dal portone senza che i carabinieri mi multino.”
“Ma non è vero.” ribatté Daniel “C’è il divieto di uscire dal proprio Comune, non certo di uscire di casa.”
“Boh non lo so. Non ci capisco niente. Tutta colpa del governo che sta facendo le cose a caso.”
“La verità è che non hai voglia di uscire di casa come al solito.”
“Non è vero.”
Invece era proprio così, Daniele lo sapeva bene. Conosceva Jack da anni, era il suo migliore amico fin dai tempi dell’asilo, quindi gli era facile capire cosa gli girasse per la mente. Nel suo essere una brava persona Jack non era mai stato propriamente affidabile. Era pigro, inconcludente, vizioso e quando non aveva voglia di uscire era pronto ad annullare qualsiasi programma lo attendesse. Ormai Daniele aveva capito che l’unico modo per schiodarlo di casa era coglierlo di sorpresa, invitandolo ad uscire all’ultimo momento, in modo che non avesse il tempo di inventarsi delle scuse per rimanere sul divano a giocare col computer.
Eppure non era sempre stato così. Prima dei ventidue anni Jack era sempre stato il più attivo dei due. Aveva voglia di fare, di girare e divertirsi, mentre adesso viveva tutto come un peso. La sola idea di avere a che fare con delle persone sconosciute lo tediava e questo rendeva molto difficile il conoscere gente nuova durante le serate o le giornate al mare.
In quel momento, infatti, Daniele sapeva benissimo cosa stava cercando di fare Jack. Diceva di essere triste perché non poteva uscire, ma nella realtà stava cavalcando l’onda della pigrizia meglio di prima. Adesso nessuno poteva dargli fastidio obbligandolo a fare qualcosa.
Se non fosse stato per il suo autocontrollo, Daniele non avrebbe esitato a sputargli tutto il suo dissenso addosso, ma, prendendo i dovuti respiri profondi, riuscì a trattenersi e perdonò l’amico per la sua fannullaggine.
Alla fin fine Jack non si stava comportando in modo diverso da molte altre persone. Prima della quarantena la gran parte della gente amava esprimere il suo amore per il divano e il pigiama. Mentre ad un tratto erano tutti super attivi e vogliosi di fare, girare, esprimere gioia per la vita e cose simili. Due ragazzi del circolo degli scacchi, che Daniele frequentava fin da bambino, erano usciti a correre la seconda mattina di quarantena. Erano paffuti e goffi a causa di tutti gli anni che avevano trascorso senza praticare il minimo sport. Eppure proprio in quei giorni si erano decisi a mettersi in forma e il loro impegno era stato premiato da una sonora serie di insulti scagliati contro da un loro vicino di cinquant’anni, che li aveva ripresi e messi su internet guadagnandoci oltretutto un bel po’ di visualizzazioni. “DOVETE TORNARE A CASA! IDIOTI!” ripensandoci Daniele non poté fare a meno di riguardare il video e riderci sopra per la centesima volta.

IV

Poco prima di pranzo Daniele ricevette una visita in camera da sua madre Francesca, la quale beccandolo al telefono non poté fare a meno di dargli dello scansafatiche che non studiava mai.
“Guarda che ho studiato fino a poco fa!” si difese Daniele, ma fu inutile. Grazie alla sfiga, che ci vedeva sempre benissimo, sua madre riusciva sempre a beccarlo nei piccoli momenti di pausa che si concedeva dallo studio, passati scorrendo le home di Facebook e Instagram, oppure con qualche gioco sparatutto scaricato dall’app store.
“Devi andare a prendermi delle cose”. Si limitò ad aggiungere sua madre, appoggiando un foglio di carta e delle banconote sulla scrivania. “Prendi le cose sulla lista e torna a casa il prima possibile. Non possiamo stare fuori troppo a lungo”.
“Si, certo farò in fretta.”
Indossando una sciarpa e il cappotto Daniele si preparò ad uscire, subendo un improvviso attacco da parte di sua sorella poco prima di oltrepassasse la soglia di casa.
“Dove vai?” chiese lei scontrosa.
“Vado in farmacia.”
“Conciato così?”
“Cosa c’è che non va?”
“Devi sistemarti la sciarpa e indossare questi.”
Prendendoli da una confezione, Margherita passò a suo fratello due guanti di lattice blu. Ne aveva fatto scorta poco prima della quarantena.
“Indossali e mettiti la sciarpa in modo che copra la bocca. Siamo senza mascherine.”
Pur di non litigare ancora con sua sorella, Daniele ubbidì. Capiva l’uso dei guanti per evitare contagi esterni, ma sapeva che la mascherina doveva essere indossata soltanto da chi aveva il raffreddore o altre malattie alle quali poteva attaccarsi il virus. Dal momento che stava bene trovava superfluo dover mettere la sciarpa davanti alla bocca, ma piuttosto che dare il via ad una nuova discussione accontentò Margherita e uscì di casa conciato come un serial killer che cerca di non lasciare tracce in giro.

V

Secondo le regole che si ripetevano incessantemente al telegiornale, non più di una persona per famiglia poteva uscire di casa per fare la spesa e altre commissioni, così in casa di Daniele si erano stabiliti dei turni per concedere a tutti di poter uscire a prendere una boccata d’aria per qualche minuto.
I giorni precedenti erano spettati ai suoi genitori e a Margherita, quindi quello era il primo giorno all’esterno di Daniele.
Bastarono i primi passi fuori dalla porta di casa, quando era ancora sulle scale, perché si sentisse avvolgere da una sensazione inquieta. Nulla era come prima. C’era troppo silenzio e l’aria aveva qualcosa di strano.
Scendendo le scale raggiunse il portone principale e quando lo aprì, uscendo definitivamente dal palazzo, si paralizzò. Le sensazioni che lo stavano traviando si amplificarono, il respiro gli si tese e lungo la schiena avvertì un brivido freddo. Quella in cui si trovava non era la sua città, o almeno non lo era più. Dalla finestra di casa aveva visto un’immagine distorta di quello che era la realtà. A mancare non erano soltanto i camion, gli autobus ed i bambini urlanti, ma qualsiasi tipo di persona. Il lungo viale alberato che aveva sempre visto gremito di gente era deserto e immobile.
Cercando di scrollarsi di dosso ogni pensiero Daniele abbassò il capo e cominciò a dirigersi verso la farmacia. Procedendo, passo dopo passo, si focalizzò sulle cose da prendere.
“Medicine contro il raffreddore, contro l’influenza. Un termometro… sì giusto, il nostro si è rotto qualche mese fa. Poi che altro c’è… mascherine. Va beh, quelle saranno introvabili.”
Girato l’angolo Daniele si fermò di colpo, assistendo ad un’altra scena a lui del tutto estranea. La piazza del comune, solitamente piena di vecchietti seduti sulle panchine per chiacchierare, era un altro deserto. Un enorme spazio vuoto in cui regnava la desolazione. L’unico volto umano era quello della statua di Mazzini posta al centro della piazza su di un alto piedistallo. Osservandolo con attenzione Daniele intravide negli occhi del grande intellettuale un’insolita sconsolatezza, come se non poter vigilare sui cittadini che erano soliti fargli visita lo avvilisse e preoccupasse.
“Avrà fine tutto questo?” si chiese ad alta voce, pentendosene subito dopo temendo che qualcuno potesse averlo sentito. In giro non c’era nessuno, ma all’improvviso le sensazioni di Daniele mutarono in emozioni e tra queste dominava la paura.
Riavviandosi cominciò a camminare a velocità raddoppiata. Qualcosa lo terrorizzava, ed era il presentimento di essere osservato. La sua città gli parve colma di occhi che lo osservavano e giudicavano dall’alto degli edifici che tappezzavano ogni via e ogni piazza. Alla paura si mescolò anche il senso di colpa. Era fuori di casa, lui, un individuo che non contava nulla, intento ad andarsene in giro mentre migliaia di altre persone rimanevano chiuse tra le loro quattro mura a rispettare le regole. Per cosa poi? Per delle medicine, certo, ma neanche delle più essenziali. In casa sua stavano tutti bene. probabilmente quella commissione avrebbe avuto senso se sua madre o sua sorella si fossero sentite male, ma pur rimuginando su tutta questa nera serie di cose Daniele non rallentò, né tornò indietro.
Percorrendo una via pedonale raggiunse la farmacia più vicina a casa, scoprendo che era chiusa per ferie.

Si avvisa la clientela che la Farmacia di via Salici rimarrà chiusa dal 10 al 15 marzo.
Restano aperte le Farmacie di Corso Matteotti e Via Zara.

Attonito, Daniele si domandò stizzito perché una farmacia dovesse chiudere per ferie proprio in un momento del genere. L’altra farmacia più vicina era quella di Corso Matteotti, ma per raggiungerla avrebbe dovuto prolungare i tempi della sua uscita e questo lo preoccupò. La sensazione di essere osservato non gli era passata. Temeva che qualcuno potesse uscire da un balcone per insultarlo e riprenderlo con il cellulare. Tutti avrebbero visto la sua brutta figura e lo avrebbero insultato come avevano fatto con i due ragazzi del circolo degli scacchi. Come aveva fatto lui con quei due poveretti che conosceva e che non aveva esitato a canzonare per l’umiliazione che avevano subito.
“Sono uno stupido.”
Il tragitto verso la farmacia passava per il porto, altro deserto un tempo colmo di vita, capace di avvilire Daniele ben più di prima.
I suoi pensieri si spostarono su sua sorella. La odiava per tutte le paure da cui si era lasciata cogliere, ma allo stesso tempo cominciava a comprenderla. Era stata posta di fronte ad una situazione che non era pronta ad affrontare e cercava di fare del suo meglio per prendersi cura di tutti, anche se questo significava tramutarsi in una persona insopportabile. Mentre lui cosa aveva fatto? Nulla. Si era limitato a cercare i modi migliori per far passare il tempo senza concretizzare nulla. Ascoltava le notizie con disattenzione, come se possedesse una risposta per tutto, quando la verità era che non sapeva nulla. Non aveva idea di cosa stesse passando ogni famiglia asserragliata tra le mura di casa, non sapeva a quali fatiche fossero sottoposti i medici che curavano migliaia di pazienti ogni giorno, tra i quali ovviamente non c’erano soltanto quelli affetti dal virus, ma soprattutto non sapeva cosa significasse essere vittima di quel nuovo male che obbligava tanti poveretti all’isolamento, se non addirittura alla morte.
Compiendo uno gesto di impulso Daniele infilò le mani in tasca, rendendosi conto all’improvviso che anche lui sarebbe potuto diventare uno dei tanti casi positivi alla nuova malattia. In giro non c’era nessuno, il rischio di ammalarsi era minimo, eppure aveva paura lo stesso e ciò lo straziava.
All’improvviso era come se tutto il peso di quei terribili fatti si fosse riversato sulle spalle di Daniele. Non voleva che la gente soffrisse, ma non sapeva come aiutarla. Pensava di dover essere lui a trovare una soluzione a tutto, ma non era così. Il suo rimuginare era frutto della paura e dell’ignoranza giovanile, quella con la quale diventa facile commettere degli errori e lasciarsi andare allo sconforto.

VI

Per entrare in farmacia ci fu un’attesa di venti minuti. Dopo aver fatto tutto il tragitto senza vedere anima viva, Daniele era incappato in altri esseri umani che attendevano a loro volta il proprio turno per comprare le medicine.
La gente non era molta, si trattava di cinque persone, ma stando tutti a circa due o tre metri di distanza sembrava che la coda fosse chilometrica.
“Chissà se dovremo passare così il resto dei nostri giorni?” si domandò Daniele, preda di altri pensieri oscuri e negativi. Il pessimismo stava prendendo il sopravvento e ciò non era normale. Daniele si era sempre definito razionale, ma in vita sua non aveva mai affrontato vere situazioni di emergenza. Non aveva mai subito terremoti capaci di obbligarlo a vivere fuori di casa, le alluvioni che si erano abbattute sulla sua cittadina non avevano mai danneggiato proprietà sue o dei suoi cari e, ancor più fortunatamente, non si era mai trovato in mezzo ad un attentato terroristico. Il suo momento di maggior difficoltà era stato riuscire a dare un esame con la febbre a 38, e questa non era stata certo un’autentica tragedia. Dunque, come poteva pretendere si sapere come comportarsi, quando non aveva la benché minima idea di cosa gli stesse succedendo intorno?
L’acquisto dei medicinali fu rapido. Le farmaciste di turno non potevano lasciare che le persone si fermassero troppo a lungo e intanto la coda fuori continuava a crescere.
Daniele si allontanò a passo svelto, evitando però di passare nuovamente per la zona del porto. La stradina che prese era deserta anche nei giorni normali e vederla così vuota e familiare lo aiutò ad alleviare le sue inquietudini. Il senso di disagio svanì, lentamente, mentre la paura per quanto stava succedendo continuò a tenergli compagnia.
Man mano che camminava cominciò a fare respiri più profondi, avvertendo sempre una strana sensazione.
Uscendo dalla stradina sbucò in una piazzetta. Le fronde degli alberi circostanti erano cullate da una leggera brezza. Le foglie erano verdi e rigogliose, trasmettendo un’atmosfera primaverile molto piacevole e fu percependola che Daniele comprese l’origine della strana sensazione che gli pizzicava il naso. L’aria era pulita.
Erano anni che non si avvertiva un’aria così sana e fresca all’interno della cittadina. Gli unici posti in cui l’aveva respirata erano in mare aperto o in montagna e questo accese in lui una nuova emozione, fatta di nostalgia e stupore.
La mancanza di traffico aveva ridotto le emissioni di smog e di ciò ne avrebbe giovato l’ambiente. Constatazione positiva a tal punto da accendere in Daniele un nuovo barlume di speranza.
Davanti ad un supermercato c’erano due dipendenti intenti a caricare grossi sacchi su di un furgoncino. Uno di loro era Luca, un vecchio amico di scuola di Daniele.
“Luca!” Urlò Daniele. “Dove vai con tutta quella roba?”
“Vado a consegnarla ad alcuni clienti. Sai, i più anziani preferiscono restare a casa con i rischi che corrono. Così facciamo consegne a domicilio tutti i giorni.”
“Grandi!” si limitò ad aggiungere Daniele, poi fu costretto a proseguire.
Gli mancavano ancora pochi metri prima di raggiungere il portone di casa, quando un’ambulanza gli passò accanto scortata da un’auto della polizia. Doveva esserci una qualche emergenza in corso, ma oltre a rimanere dispiaciuto per questo, Daniele venne colto da un nuovo senso di coraggio. Tutti, medici, infermieri, poliziotti, carabinieri, commessi dei supermercati e cittadini stavano facendo la loro parte. La desolazione della cittadina era sconcertante, ma non negativa perché significava che stavano collaborando tutti per combattere quel mostro orribile che minacciava la loro l’incolumità. Continuando così, impegnandosi con la stessa determinazione avrebbero vinto. Le persone sarebbero uscite vincitrici e dato prova di quanto possano essere eccezionali se guidate da un obiettivo comune.
Pregando di non essere vittima dell’ingenuità giovanile, Daniele sentì di poter salire le scale di casa con un sorriso.

Racconto di Derek Rosenkreuz

 

 

 

TAGS
RELATED POSTS
Giochi di Rime

January 14, 2020

Psiche

November 8, 2019

Fuga da Tebe

September 17, 2019

Nuova

August 27, 2019

Il risveglio

August 6, 2019

Il buonsenso di strada

June 28, 2019

Il tesoro del Reich

February 20, 2019

Ritornerò

December 26, 2018

Destinazione ignota

December 25, 2018

LEAVE A COMMENT