Filosofia

L’etica per Levinas

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March 27, 2020

Responsabilità e prossimità

«Noi siamo colpevoli di tutto e di tutti, davanti a tutti; ed io più degli altri»

Nelle parole di Dostoevskij, pronunciate da Ivan Karamazov fra le pagine del romanzo “I fratelli Karamazov”, Emmanuel Levinas rinviene cristallizzato il significato ultimo della propria impostazione etica, legata ad una responsabilità illimitata e imprescindibile nei confronti dell’altro.

Questa responsabilità è posta a fondamento dell’essere umano, che è costitutivamente pensato come un “essere per l’altro uomo”. Ma cerchiamo di capire insieme le ragioni filosofiche di una simile identificazione.

Le due radici

Non si può comprendere a pieno il pensiero levinassiano, prescindendo dalla ricerca delle fonti sapienziali dalle quali il filosofo dell’Etica ha attinto nel corso dello sviluppo della propria riflessione.

Atene e Gerusalemme rappresentano i due poli di riferimento geografici, ma soprattutto teorici, che dovranno essere tenuti in stretta e costante considerazione nel corso della nostra indagine.

Logos e sacre scritture, filosofia e parola profetica vanno considerate all’unisono, come radici di innesto di un medesimo arbusto florido e rigoglioso. Solo ponendole in relazione sarà possibile cogliere il frutto dello sforzo teorico del filosofo-talmudista lituano.

Levinas fa notare come l’occidente sia riuscito a raccogliere maggiormente il patrimonio sapienziale greco, rimanendo però orfano dell’insegnamento d’Israele.

Ulisse e Socrate sono designati e descritti da Levinas come i progenitori della razionalità occidentale: una razionalità nostalgica, maieutica che fa ritorno costantemente alle proprie sponde note, battendo incessantemente su di esse, in risacca.

L’astuzia di Ulisse, la dialettica socratica sono le manifestazioni di un conoscere inteso come riconduzione dell’alterità al medesimo, come neutralizzazione della differenza, come espressione di un egocentrismo totalizzante. La conoscenza, in quest’ottica, diviene conquista, possesso, razzia, dominio dell’altro.

Di contro Israele è invece descritto come il depositario e il portavoce di un diverso modo di rapportarsi all’altro, delineato e conservato all’interno dei testi sacri, di cui Levinas si fa interprete.

La Bibbia è considerata come il Libro dei libri perché in essa si rintraccia la convergenza tra l’essere veramente umani e la sensibilità per gli altri.

“La Bibbia non è un libro che ci conduce verso il mistero di Dio, ma verso i compiti dell’uomo.”

Tratto da “Difficile Liberté”

La sacralità del Libro dei libri va a coincidere quindi con la laicità del messaggio di responsabilità per gli altri che veicola e che è trasmesso non attraverso un discorso razionale, filosofico, ma attraverso un linguaggio oracolare, profetico.

Il tramite e il fine della relazione interumana non è il dominio conoscitivo, come prospettato dalla matrice greca, ma la piena responsabilità etica.

Tu non ucciderai” tuona il comandamento, esplicitando quella potenzialità connessa al commettere violenza che è insita in ognuno di noi, che si fa tensione nell’incontro con l’altro uomo e che pone in risalto la sua estrema vulnerabilità.

Ed è proprio nell’epifania del volto dell’altro uomo che questa tensione si fa manifesta.

Il volto

Levinas è noto soprattutto come il filosofo del volto. Quest’ultimo, infatti, va a costituire il corollario di molte riflessioni portate avanti all’interno delle opere più importanti.

Il volto è, come abbiamo visto, vulnerabilità, violenza potenziale ma è anche e soprattutto traccia dell’infinito. Di quell’infinito che si dà nella relazione etica con l’altro uomo e che non può esaurirsi all’interno di un atto conoscitivo.

Il volto non si identifica con la forma plastica del viso né con la mimica della faccia, ma si dà nella concretezza corporea, nel denudamento, nell’esposizione della sofferenza.

Dinanzi all’epifania del volto l’essere umano si va a costituire, andando ad assumersi il carico della sofferenza altrui, rendendosi responsabile per l’altro uomo.

Levinas tende costantemente a precisare che questa presa di responsabilità non è frutto di una scelta volontaria, subitanea e improvvisa, ma è il risultato di una elezione irrecusabile a cui ognuno è da sempre chiamato.

La responsabilità, per Levinas, si dispiega nella diacronia temporale.

La diacronia

Abbiamo visto come il volto rimandi al senso ultimo dell’essere umano, che è poi il senso di responsabilità.

Ma il significato che si rintraccia nell’epifania del volto altrui è fin da sempre, diacronicamente posto a fondamento dell’essere umano. Il volto non è nient’altro che la traccia che rimanda ad esso.

Inoltre, questa responsabilità, dispiegandosi all’interno di una relazione etica, indicibile e infinita, non può mai completamente realizzarsi. Essa è inquieta, inesauribile, insoddisfatta, legata ad un desiderio che è tensione incolmabile, “metafisica”, iperbolica verso l’altro.

Adesso forse le parole di Ivan Karamazov cominciano ad acquistare un significato più nitido. Per Levinas siamo realmente “colpevoli davanti a tutti” e lo siamo da sempre e per sempre.

Configurandosi come una indagine definitoria dell’essere, l’etica è da intendersi anti-aristotelicamente come filosofia prima.

«La moralità ha una portata indipendente e preliminare. La filosofia prima è un’etica»

[“Etica e Infinito”, 6: 82).

La consapevolezza, il rinvio diacronico al senso ultimo dell’essere però può essere raggiunto solo attraverso una distrazione dall’io che si concretizza come un dis-astro, come un disinteressamento dal sé.

Attenti alla conduzione delle nostre esistenze, preoccupati dalle incombenze quotidiane, rischiamo di rimanere egoicamente confinati in un ristretto “conatus essendi” cartesiano, in una limitata ed egoistica perseveranza all’essere.

Il volto altrui permette la rottura, rende possibile la distrazione dal sé, il disancoramento dall’astro di riferimento che è la nostra esistenza (dis-astro per l’appunto) e consente l’apertura alla responsabilità illimitata verso l’altro.

Il disinteressamento dal sé è quindi la via verso l’essere più pieno.

Il fiasco dell’umano

Da Ebreo Levinas vive sulla propria pelle gli orrori che il Novecento è riuscito ad imbastire. Persecuzioni, campi di sterminio, stragi, deportazioni…

Proprio riflettendo sulla propria esperienza, il filosofo allievo di Husserl, si rende conto del tracollo completo che l’umanità ha raggiunto, del fiasco totale che il modello speculativo e teoretico, di matrice greca, ha comportato.

Dall’idea di un sapere inglobante, onnivoro, totalizzante sono derivati i mali più grandi che il mondo abbia mai conosciuto. Dal Pensiero dell’uguale è sorto il sistema dell’uguale: il regime totalitario, nel quale non è tollerata la diversità, in cui non vi è spazio per la presa di responsabilità nei confronti degli ultimi, dei deboli, degli oppressi, degli stranieri, delle vedove, degli orfani.

Da qui la necessità di ripensare il politico, di estendere la riflessione etica al campo della politica, di integrare fra loro matrice greca ed ebraica, per scongiurare l’eterno ritorno di un altro eccidio di massa, di un’altra guerra, di un ennesimo bagno di sangue.

Il modello di stato hobbesiano diventa, per questa ragione, il principale bersaglio polemico levinassiano.

Un anti-modello è delineato ed opposto a quello elaborato dal filosofo contrattualista. A fondamento dello stato non vi sarebbe la paura dell’altro, ma la paura per la sofferenza dell’altro; non vi sarebbe l’istinto dell’autoconversazione, ma il desiderio di occuparsi dell’altro; a guidare le azioni degli uomini non vi sarebbe una “libido dominandi”, ma una piena responsabilità dettata dalla prossimità con gli altri uomini.

L’uomo non sarebbe quindi lupo per l’altro uomo, ma responsabile per le sue sofferenze.

Le istituzioni democratiche e liberali, risultato più fulgido delle speculazioni filosofiche e politiche, non possono da sole evitare che la storia, e la sofferenza con essa, si ripeta.

Per questo fine è necessario che ognuno di noi vegli sull’altro, divenendo custode del proprio fratello, unico ed insostituibile.

Riscoprire questo senso dell’umano è per Levinas la chiave per scongiurare un altro fiasco, per evitare che il Novecento, con tutti i suoi orrori, si ripeta nuovamente, per uscire fuori dal grigio e apatico anonimato dell’esserci.

Sebbene intrisa di riferimenti biblici la filosofia levinassiana continua ancora oggi a stupire per la laicità, la potenza e l’universalità del suo messaggio.

“Il rapporto con il divino attraversa il rapporto con gli uomini e coincide con la giustizia sociale: ecco tutto lo spirito della Bibbia ebraica. Mosè e i profeti non si curano dell’immortalità dell’anima ma del povero, della vedova, dell’orfano e dello straniero.”

Emmanuel Levinas, Difficile Liberté

Articolo di Gianmarco Girolami

Bibliografia:
Etica e infinito. Dialoghi con Philippe Nemo, Emmanuel Lèvinas, Philippe Nemo, Castelvecchi, 2012
Emmanuel Lévinas, Silvano Petrosino, Feltrinelli, 2017

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