Psicologia

Siamo davvero cattivi come ci disegnano?

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March 30, 2020

Siamo nel 1961, Stanley Milgram, nato nel 1933 da una famiglia ebrea, inizia una riflessione sull’Olocausto e si pone delle domande, le stesse che tutti noi ci siamo posti. Tra queste, una lo porterà a condurre un esperimento di psicologia sociale che, ancora oggi, viene studiato all’università, approfondito e replicato da molti scienziati.
La domanda che scuote l’animo di Milgram è

Com’è possibile che Eichmann e i suoi complici stessero solamente eseguendo degli ordini?”.

Stanley Milgram

A partire da questa domanda vengono reclutati i partecipanti all’esperimento: 40 uomini tra i 20 e i 50 anni. Ha così inizio uno degli esperimenti più sorprendenti e al limite della legalità della storia della psicologia sociale.
Ai partecipanti viene presentato Milgram in persona, il quale avrà un ruolo all’interno dell’esperimento.
In seguito, si tira a sorte per decidere quale ruolo avrebbe avuto il partecipante e quale Milgram, se allievo o insegnante, ma in realtà Milgram è sempre l’allievo.
L’allievo entra in una stanza con una sedia elettrica e vi viene legato, l’insegnante (ossia il partecipante), invece, entra in una stanza dove un generatore produce scosse elettriche insieme a un altro complice di Milgram che indossa un camice bianco.
Successivamente, l’allievo impara una lista di parole su cui sarà interrogato dall’insegnante.
Il compito dell’insegnante è quello di somministrare una scossa elettrica ogni qual volta l’allievo commetta un errore. Più errori fa, più la scossa è alta.
Il compito dell’allievo (ossia Milgram) è quello di dare le risposte errate, quando l’insegnante si rifiuta di punire l’allievo è lo scienziato col camice a intervenire e a dare ordini all’insegnante:

  1. Per favore, continua
  2. L’esperimento richiede che continui
  3. È strettamente necessario che continui
  4. Non hai altra scelta che continuare

Nell’immagine possiamo vedere come erano disposti i partecipanti all’esperimento: L è l’allievo, ossia colui che subiva la scossa elettrica; T è l’insegnante; E rappresenta lo sperimentatore con il camice.

Va specificato che l’allievo non subisce veramente questo trattamento, non vi sono davvero scosse elettriche, ma i risultati ottenuti da questo esperimento sono stati tanto sconvolgenti per la ricerca in psicologia sociale, quanto terrificanti.
Infatti, il 65% dei partecipanti ha continuato a infliggere il più alto livello delle scosse.
La conclusione del suo esperimento è che è facile che le persone comuni tendano a obbedire agli ordini dati da una figura autoritaria poiché l’obbedienza all’autorità è insita in tutti noi. Ciò avverrebbe, secondo Milgram, nel momento in cui si riconosce l’autorità di quella persona.
Secondo Milgram, l’obbedienza si impara in diverse situazioni e in diversi contesti della nostra esistenza, la famiglia per prima.
Ubbidire, anche se comporta l’uccisione di un altro essere umano, è una condizione insita negli individui perché si ha, semplicemente, fiducia in quelle figure che rivestono un’autorità.
L’autorità è dettata da stili educativi che abbiamo ricevuto (noi e le generazioni precedenti alle nostre), perciò determinate figure hanno, a prescindere dai meriti, una certa autorità.
Nonostante l’esperimento di Milgram fosse una finzione, per coloro che prendevano parte come “insegnanti” non era affatto così, ma ciò non ha impedito loro di premere quei bottoni.
Naturalmente, vanno citate etica e morale, quei due importantissimi pilastri che rappresentano i mantra all’interno della nostra vita.
Tutti quanti siamo sicuri che di fronte a dei dilemmi morali opteremmo per la scelta giusta dettata dalla nostra coscienza, ma questo esperimento (e quelli successivi sempre architettati da Stanley Milgram) ci insegna che di fronte a delle regole sociali (come può essere quella dell’obbedienza all’autorità) il nostro senso morale può venir meno.
Va anche detto però che quel 65% che ha continuato a infliggere scosse elettriche era fortemente addolorato da ciò che stava facendo.

Naturalmente, la scienza è andata avanti e gli studi effettuati da Milgram sono stati spesso criticati, tuttavia rimangono citati nei libri di psicologia sociale poiché hanno davvero cambiato il modo di vedere e di affrontare le tematiche dell’obbedienza e dell’autorità.
Le critiche nei confronti di questi risultati si riferiscono alla mancata pubblicazione di ulteriori dati, così da mostrare solamente gli elementi più terrificanti di questi esperimenti.
Un altro problema è, naturalmente, quello del campione: 40 persone sono un campione ridotto e insignificante perché non si possono generalizzare dei dati basandosi solamente su un numero così piccolo di persone.
Ancora, Milgram effettuò una serie di esperimenti, tutti con scenari diversi, azioni diverse, attori diversi negli anni successivi all’esperimento di cui abbiamo parlato fin qui e vi sono testimonianze che riportano i tentativi dei partecipanti di rifiutarsi dal compiere quelle oscenità ad altri uomini.
La situazione vissuta dai partecipanti, ad esempio, rappresenta una variabile molto influente sull’individuo che la vive. Nel primissimo esperimento, cioè quello descritto in questo articolo, l’allievo è in un’altra stanza; in un’altra versione dell’esperimento, invece, sono entrambi nella stessa stanza.
La vicinanza dei soggetti fa diminuire l’obbedienza e ciò rappresenta un importante dato che attesta l’identificazione con la vittima.
Ciò che è stato, invece, appurato è che l’obbedienza all’autorità ci viene insegnata fin da piccoli e, talvolta, veniamo premiati per quanto siamo ubbidienti. E’ naturale, e insito in noi, avere fiducia nell’autorità: si pensi alle forze dell’ordine, o alla politica, anche quando in realtà sono i luoghi dove talvolta si verificano degli abusi della fiducia, in questo caso, del cittadino.

L’esperimento di Philip Zimbardo

Philip Zimbardo

Nel 1971, nella famosa Università di Stanford, situata nella soleggiata California, accade qualcosa.
Philip Zimbardo, docente di psicologia, decide di svolgere un esperimento molto particolare per analizzare il modo in cui avviene il processo di conformazione delle persone.
Così, vicino alle aule affollate e alle biblioteche colme di volumi dell’università, viene allestito un carcere: qui vi sono 21 studenti, pagati 15 dollari al giorno per partecipare all’esperimento in cui interpretano o le guardie o i detenuti della prigione.
Tutto è molto realistico: ad esempio, i prigionieri vengono arrestati in casa loro, schedati una volta arrivati in carcere e introdotti nelle loro celle, piccole e anguste. Le guardie indossano una divisa apposita e degli occhiali scuri in modo da non avere alcun contatto visivo con i prigionieri.

Ciò che è emerso è un risultato sorprendente: in poco tempo guardie e prigionieri entrano nei propri ruoli.
I primi attuano dei comportamenti aggressivi e violenti nei confronti dei secondi, disumanizzandoli.
La situazione diventa così violenta e critica che l’esperimento termina dopo soli sei giorni.
Rispetto a questi risultati, il commento di Zimbardo è che sono i ruoli a dettare legge, perciò avviene una conformazione al ruolo di guardia oppure al ruolo di prigioniero.
Lo stesso Zimbardo, nel descrivere ai suoi colleghi le motivazioni che lo avevano condotto a chiudere l’esperimento dopo appena sei giorni, afferma che in meno di una settimana l’esperienza di prigionia aveva cancellato i valori umani: le guardie trattavano i prigionieri come bestie, mentre questi ultimi si comportavano in modo servile e sottomesso.
Naturalmente, la prima domanda che tutti si sono posti era come fosse stato possibile arrivare a quel livello che somigliava tanto al punto di non ritorno.
Fino a quel momento i ricercatori avevano ipotizzato che coloro che apprezzavano sistemi tirannici avessero un tipo di personalità autoritaria che li portava a obbedire a un capo forte e a disprezzare i gruppi “inferiori” o comunque quelli che questo leader indicava come inferiori.
Tuttavia, ciò che è emerso da quei sei giorni di esperimento è che, probabilmente, non è tanto la personalità degli individui a fare la differenza, quanto il contesto sociale in cui si trovano. Ciò significa che la situazione in cui gli individui si trovano può portare a comportamenti che non si attuerebbero in altre circostanze. Il solo etichettare i partecipanti come “guardie” o “prigionieri” li avrebbe introdotti in situazioni in cui quelle etichette rappresentano la guida per i comportamenti da attuare.
Il solo essere “guardie” e “prigionieri” permetteva di sentirsi “guardie” e “prigionieri” di vedere gli altri come “guardie” o “prigionieri”.
Nel momento in cui si entra e ci si identifica in quei ruoli, si va in scena proprio come in uno spettacolo teatrale, a maggior ragione se vige un’ideologia che legittima determinati comportamenti e che funziona, quindi, da garante degli stessi.

In sostanza, in base ai risultati di quest’ultimo esperimento si può affermare che determinate situazioni possono avere una forte influenza sugli individui, tanto da far attuare comportamenti che normalmente non si attuerebbero mai.
Il contesto in cui una persona si trova determina molto il modo di comportarsi, soprattutto se è un contesto sconosciuto e nuovo per cui gli individui non possono riferirsi a situazioni passate che potrebbero suggerire loro il modo di affrontare la situazione.

Zimbardo definisce questo processo “Effetto Lucifero” che, come abbiamo visto, emerge quando vi sono condizioni molto rigide e quando vige una determinata gerarchia.
A partire da questo effetto che prevede che l’aggressività si manifesti in base all’ambiente in cui l’individuo si trova, possono comparire altri processi che si rivelano dannosi per la nostra società.
Tanto per cominciare possiamo trovare la deindividuazione, ossia quei comportamenti che abbiamo visto nell’esperimento della prigione di Stanford. Il non possedere un nome, ma essere semplicemente “guardia” o “carcerato”, la responsabilità diffusa e far parte di un gruppo promuovono la perdita della propria identità e quindi il ritorno a comportamenti impulsivi.
La deindividuazione è solo uno dei processi che ci dimostrano quanto la linea tra bene e male sia sottile e talvolta invisibile.
Un altro processo che può emergere è quello della deumanizzazione (di cui parliamo approfonditamente qui) ossia negare l’umanità dell’altro attraverso l’animalizzazione o l’oggettivizzazione.
Anche il conformismo può aiutare l’aggressività a prendere il sopravvento e a favorire, quindi, l’Effetto Lucifero poiché ci si allinea ai comportamenti utilizzati dalla maggioranza, annullando i propri pensieri e la propria morale.
Da qui si arriverà all’obbedienza, quella che è stata trattata ampliamente da Milgram, quindi la risposta a una figura autoritaria che prende forma in una gerarchia.
Tutti questi elementi, secondo Zimbardo, portano la persona a compiere azioni terrificanti come è successo durante la Shoah.
È da lì, infatti, che insieme a Stanley Milgram siamo partiti: da quelle domande che tutti ci siamo posti di fronte alle azioni compiute da persone apparentemente normali, che in questo caso non si vuole assolutamente giustificare. L’interazione di tutti questi fattori ha dato il suo frutto: la violenza.

Conclusioni

Le ricerche sono ancora in corso, ma sicuramente questi due esperimenti accendono una profonda riflessione sulla vulnerabilità degli esseri umani; si sfocia in un mondo etico – filosofico in cui siamo tutti in balìa di forze maggiori (non riconducibili a un Dio o a un “qualcosa” più grande di noi), ma a elementi che, invece, sono vicini, primo tra tutti il contesto che influenza profondamente le nostre scelte e il nostro modo di comportarci.
Processi quali la deindividuazione possono indicare, talvolta, le probabilità di un’aggressione: questo perché non avere una propria identità, non riconoscersi in se stessi, aumenta la probabilità di non discernere quali siano i principi morali che si legano indissolubilmente all’identità che ognuno di noi possiede. Deindividuazione, deumanizzazione, cieca obbedienza permettono, invece, all’individuo di compiere atti antisociali, di essere aggressivo o di non tenere in considerazione le norme sociali.
Alcuni risultati sono stati evidenziati anche dalle neuroscienze, secondo cui alcune azioni sociali provocatorie, come il saluto fascista, sono associate a un’attivazione della corteccia prefrontale mediale. Questo risultato vuole sottolineare quanto i gesti sociali e le situazioni sociali a cui siamo sottoposti siano in strettissimo contatto anche con la nostra parte prettamente biologica.
I contesti in cui viviamo, le situazioni a cui partecipiamo, non sono solamente fuori da noi, ma influenzano anche tutto ciò che abbiamo dentro, attivano aree cerebrali e stimolano il pensiero e la mente.
Siamo un tutt’uno con il contesto che ci circonda, quindi non è così difficile pensare che se l’ambiente è cattivo, possiamo diventare cattivi anche noi.
E’ una visione quasi apocalittica e sicuramente terrificante quella che si presenta ai nostri occhi in seguito ai risultati evidenziati fin qui: cattivi, si è o si diventa? Davvero tutti noi potremmo compiere delle azioni impensabili nei confronti di altri esseri umani? I sopravvissuti all’Olocausto sono fermamente convinti che quella violenza possa tornare.
Forse, una delle scelte che abbiamo è quella di rendere l’ambiente in cui viviamo il più positivo possibile, cercando di migliorare tutti quei contesti critici e spaventosi che ci vengono presentati ai TG o negli articoli di giornale, per fare in modo che non si sviluppino i presupposti che possano farci diventare dei mostri.

Bibliografia e sitografia

Reimann, M., & Zimbardo, P. G. (2011). The dark side of social encounters: Prospects for a neuroscience of human evil. Journal of Neuroscience, Psychology, and Economics, 4(3), 174.

https://www.simplypsychology.org/milgram.html
Blass, T. (2004). The man who shocked the world: The life and legacy of Stanley Milgram (p. 360). New York: Basic Books.

https://ildizionariodipsicologia.net/effettolucifero/#La_teoria_della_deindividuazione_Zimbardo_1969

Haslam, S. A., & Reicher, S. D. (2012). Contesting the “nature” of conformity: What Milgram and Zimbardo’s studies really show. PLoS Biology, 10(11).

https://www.focus.it/comportamento/psicologia/la-verita-sugli-esperimenti-shock-di-stanley-milgram
Miller, A. G., Collins, B. E., & Brief, D. E. (1995). Perspectives on obedience to authority: The legacy of the Milgram experiments. Journal of Social Issues, 51(3), 1-19.
Zimbardo, P. G., Maslach, C., & Haney, C. (2000). Reflections on the Stanford prison experiment: Genesis, transformations, consequences. Obedience to authority: Current perspectives on the Milgram paradigm, 193-237.

Sitografia immagini
https://tokblog12.wordpress.com/2015/03/03/milgrams-experiment/(consultato il 28.03.2020)
https://en.wikipedia.org/wiki/Milgram_experiment(consultato il 28.03.2020)
https://it.depositphotos.com/99563634/stock-photo-authority-figure-word-cloud.html(consultato il 28.03.2020)
https://www.simplypsychology.org/zimbardo.html(consultato il 28.03.2020)
https://psychology.tcnj.edu/zimbardo-2/ (consultato il 28.03.2020)
https://www.e-counseling.com/mental-health/the-dangers-of-deindividuation/(consultato il 28.03.2020)

 

Alessandra Sansò

Laureata Magistrale in Psicologia Clinica e di Comunità presso l’Università degli Studi di Genova con una tesi dal titolo “Alessitimia in adolescenza: un contributo alla validità convergente degli strumenti di valutazione”.
I suoi interessi principali riguardano l’adolescenza e le sue caratteristiche, ma si concentra anche su concetti della Psicologia Sociale, quali deumanizzazione e stigmatizzazione quantomai presenti nella società moderna.

 

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