Macchina del tempo Storia

L’Unità d’Italia: il fattore M

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May 5, 2020

La notte tra il 5 e il 6 maggio 1860, circa mille volontari capitanati da Giuseppe Garibaldi partirono dagli scogli di Quarto, una frazione nei pressi di Genova, utilizzando le navi a vapore Piemonte e Lombardo come mezzi di trasporto per raggiungere le coste siciliane: era nata la spedizione dei Mille.

Come tante vicende che ruotano intorno all’Unità d’Italia però, anche la spedizione formata dai volontari garibaldini è stata al centro delle discussioni storiografiche. Anzi, si può dire che la spedizione dei Mille sia l’argomento centrale per coloro che vedono nell’Unità d’Italia la raffigurazione dell’asservimento italiano verso le potenze straniere e, parallelamente, la tirannia della monarchia settentrionale su quella meridionale. Per questo motivo mi è sembrato giusto incentrare questo articolo su di un triplice fattore, simboleggiato dalla lettera M, al fine di approfondire alcune tematiche che si riveleranno decisive per le sorti della spedizione dei Mille e dell’obiettivo finale: l’Unità d’Italia.

 

Fattore Mazzini

Figura 1: Mazzini.

La figura di Giuseppe Mazzini non ha bisogno di presentazioni. Intellettuale e uomo di cultura, padre del patriottismo italiano, personalità di spicco sia sul suolo nazionale che in quello europeo, dove dovette risiedere vari anni come esule. Eppure nominare Mazzini come primo fattore M presenta alcune problematiche, legate soprattutto alle turbolente vicende che caratterizzarono la sua esistenza e, purtroppo, anche lo studio della sua storia negli anni a venire. Mazzini, infatti, è stato preda più volte di una storiografia limitata, che non è riuscita a cogliere le innumerevoli sfumature del Pater Patrie ma che, anzi, ha ridimensionato e circoscritto il suo ruolo in relazione ai fallimenti delle sommosse e delle rivolte di stampo mazziniano. Se è vero che dal punto di vista militare Mazzini non ebbe mai quella sagacia e abilità di altri personaggi del Risorgimento, come ad esempio Garibaldi, è però innegabile la grandezza e l’importanza del patriota genovese sul piano politico-morale. Le idee mazziniane riuscirono a raggiungere un gran numero di persone, oltrepassando i confini nazionali, e influenzarono sia direttamente che indirettamente il processo unitario dell’Italia, anche se questo si risolse con la nascita di uno stato monarchico, contrario ai principi repubblicani mazziniani. Vedremo allora nel dettaglio come e con quale spirito Mazzini seguì la spedizione dei Mille.

Mazzini e la spedizione dei Mille

Nei manuali scolastici di storia la figura di Mazzini viene usualmente citata in poche righe e legata indissolubilmente al fallimento dell’alternativa repubblicana in seguito ad alcune disastrose spedizioni di sommossa. Tra le più note e gravide di conseguenze vi furono la spedizione in Savoia del 1834, in cui era invischiato anche Giuseppe Garibaldi, e quella di Sapri nel 1857 capitanata da Pisacane, ritenuta molto rischiosa ma appoggiata comunque da Mazzini. Queste e altre operazioni, con l’aggravante di una vita spesa in esilio, lontano dalla prima linea, offuscarono la fama di Mazzini e incrinarono l’unità del movimento mazziniano, un indebolimento che permise il rafforzamento della politica cavouriana, atta a creare una solida base di consenso e alleanze intorno alla monarchia sabauda. Personaggi come Garibaldi, che appoggiavano l’unità italiana e un governo di tipo repubblicano secondo il progetto mazziniano, sposarono la Società nazionale, associazione che vedeva nell’aiuto politico-militare sabaudo la chiave per arrivare all’Unità d’Italia, anteponendo così la causa unitaria rispetto alle istanze repubblicane. Per Mazzini e i democratici in generale era una sconfitta, ma dopo l’armistizio di Villafranca e le dimissioni di Cavour la situazione sembrò essere favorevole per una ripresa dei consensi. Anzi, con il ritorno di Cavour nel 1860 e la cessione della Savoia e di Nizza alla Francia, i mazziniani potevano rilanciare la propria azione, utilizzando anche lo sdegno di alcuni personaggi, come Garibaldi, che erano rimasti scottati dalle scelte del capo di governo sabaudo. Era ormai arrivata l’ora per organizzare una spedizione in sud Italia.

Di chi fu l’idea? Principalmente apparteneva alla tradizione mazziniana. Le spedizioni dei fratelli Bandiera e di Pisacane, seppure entrambe non ideate direttamente da Mazzini e ritenute molto rischiose, erano state le precorritrici della spedizione dei Mille. In entrambi i casi la disfatta fu inevitabile: le spedizioni erano caratterizzate da mancanze organizzative e di capacità militare, e l’atteso supporto della popolazione settentrionale non era arrivato.

Così iniziò a maturare nel 1859 un nuovo progetto. Indicare un ideatore unico è impossibile, sicuramente fu il risultato delle esperienze passate e di diverse menti mazziniane e non. Mazzini, durante gli anni di esilio, ebbe modo di pensare a una spedizione che potesse sovvertire l’ordine delle cose. A Londra ospitò due esuli siciliani, Francesco Crispi e Rosalino Pilo, che ben conoscevano la situazione politica e potenzialmente esplosiva della propria regione, segnalata ormai come il terreno perfetto dove poter sbarcare una nuova spedizione.[i] I due esuli quindi ebbero un ruolo decisivo per l’organizzazione della spedizione dei Mille. Soprattutto Francesco Crispi fece suo l’obiettivo e cominciò i preparativi. I più importanti erano due: trovare un capo militare per la spedizione e farle trovare allo sbarco un terreno fertile per sommosse e rivolte contro i Borbone. Crispi contattò Garibaldi, che si prese del tempo per decidere senza negare un suo intervento: il Generale aveva ormai una nota fama di impareggiabile condottiero e anche Mazzini, superando alcuni dissidi e differenze, riteneva la sua capacità militare necessaria. Andò ancora meglio per la restante parte del progetto, dato che in Sicilia il malcontento verso la monarchia borbonica continuava a crescere mentre Rosalino Pilo, inviato appositamente nella regione, seguì da vicino la rivolta di Palermo del 4 aprile 1860. Le notizie per la nascente spedizione erano positive, ma la rivolta palermitana perse forza in poco tempo e sembrò sul punto di spegnersi. Crispi venne avvisato che l’insurrezione era stata domata, ma per non provocare un ripensamento di Garibaldi davanti a delle notizie negative decise di ritoccare il messaggio: la rivolta si era spenta in città, ma non nelle campagne.[ii] Arrivò la mattina del 6 maggio, i Mille potevano finalmente partire.

Il merito della spedizione, seguendo il testo precedente, sembrerebbe da imputare totalmente ai rappresentanti repubblicani e democratici. In verità dietro al progetto dei Mille c’era il beneplacito di un gigante silenzioso, rappresentato dal governo sabaudo. Le due personalità più importanti di quest’ultimo, Cavour e Vittorio Emanuele II, avevano ovviamente degli interessi che la spedizione poteva soddisfare in una maniera discreta, dato che il meridione era in mano a una casa monarchica riconosciuta dalle potenze straniere. Lasciare partire la spedizione, senza portare aiuti vistosi alla compagine di Garibaldi, avrebbe significato avere una possibilità di ottenere, nel caso di rovesciamento dei Borbone, nuove acquisizioni territoriali e la chance per formare uno stato monarchico. Il rischio più grande era che la spedizione, soprattutto se vittoriosa, sarebbe potuta diventare una sorta di volano per i mazziniani e le istanze repubblicane. Per questo motivo Cavour aveva una avversità maggiore verso i Mille, ma non fece nulla per bloccarli. Il gioco valeva la candela, e per un caso del destino la spedizione dei Mille fu attuabile perché regalava una speranza a tutti: a chi voleva rovesciare i Borbone e prendere Roma per formare un governo repubblicano; a chi sognava di diventare sovrano di uno stato riconosciuto dalle altre nazioni; a chi guardava alla causa unitaria al di sopra di ogni cosa, anche delle istanze di governo e dei movimenti politici.

In tutto questo, Mazzini guardò la spedizione probabilmente con sentimenti contrastanti, vedendo i suoi progetti lentamente disgregarsi sotto la potente influenza di Cavour. Si recò a Napoli il 17 settembre 1860, per poter discutere con Garibaldi la possibilità di continuare l’attacco verso lo Stato Pontificio e non adeguarsi al piano moderato di Cavour. Il responso per il Pater Patrie fu molto duro: Garibaldi lo accolse per parlare ma non arretrò dalla sua posizione, conforme ormai al progetto sabaudo, mentre i napoletani si riversarono per le strade protestando contro Mazzini. In una lettera indirizzata a Fabrizi, ministro della guerra nella prodittatura di Sicilia, il patriota genovese scaglio parole pesanti contro Garibaldi; per Mazzini infatti “ è una canna che piega a tutti i venti, e che fuori dal campo è nulla, […] si limita a bestemmiare, ed anche contro il re, al quale poi telegrafa: « Sire, je vous obéirai.»”[iii]

Fattore Mille

Figura 2: Lastra commemorativa con i nominativi dei Mille, Quarto(Ge).

Scogli di Quarto, notte tra il 5 e il 6 maggio 1860. Una folla di volontari si raduna agli ordini di Garibaldi, pronti a prendere il mare all’arrivo delle imbarcazioni. Sono stati inviati infatti alcuni garibaldini, tra cui Bixio, al porto di Genova: il compito è quello di condurre due navi davanti alla frazione di Quarto. La tensione è palpabile, descritta bene da Garibaldi nelle sue memorie dove ricorda soprattutto il nervosismo e le imprecazioni dei suoi uomini dettate dall’ansia.[iv] Lo stesso Generale è dubbioso sulla partenza, dato che i garibaldini avrebbero dovuto simulare il furto dei piroscafi Piemonte e Lombardo, un’azione che, anche se concordata con le autorità sabaude, prevedeva comunque un certo grado di rischio e di incognita per eventuali incidenti. Quando furono avvistate le navi a vapore, un grosso sospiro di sollievo si levò dagli scogli: senza le masse festanti dei ritratti, i Mille partirono alla volta della Sicilia.

I Mille. Una vicenda affascinante, che ha destato stupore e simpatia dell’opinione pubblica passata, ma che ancora oggi sorprende. L’apparente semplicità e leggerezza che avvolge questa epopea, però, ha creato una sorta di generalizzata diffidenza verso la spedizione dei Mille, trattata in certi casi come una storiella, una barzelletta. Il ruolo della storiografia è appunto evitare che questo accada, chiarendo gli aspetti più controversi con lo studio di fonti attendibili. Proverò quindi, nel mio piccolo, ad analizzare la quantità e la conformazione dei Mille.

1000, 1089, 1200….?

Può sembrare una domanda banale, ma non lo è affatto: quanti erano effettivamente i Mille?  La risposta non è semplice. Dopo la spedizione vennero redatte delle liste da parte di un paio di commissioni ufficiali: in ballo non vi era un semplice riconoscimento, ma una certificazione per poter ottenere i giusti onori e ricompense. La ricerca si protrasse dal 1861 al 1878, anno in cui venne rilasciata la lista della Gazzetta Ufficiale, dove compare la cifra di 1089 per i Mille di Marsala. Quest’ultimo dato, anche se più preciso di quelli precedenti, non può essere sicuro al 100%. Infatti, anche le liste ufficiali presentavano dei problemi, alcuni dettati dalla negligenza, dato che nei primi conteggi non vennero inseriti i comandanti (tra cui lo stesso Garibaldi!); ma l’ostacolo principale per tutti gli studi fu la tipologia di arruolamento adottata dalla spedizione, ossia quella volontaria. Troviamo così una lunga serie di identità false o, nel peggiore dei casi, non vediamo nessun nome. Il motivo è facile a dirsi, perché molti tra i volontari erano ricercati dalla giustizia, ma per diversi motivi: alcuni avevano abbandonato l’esercito piemontese per poter partire, venendo quindi accusati di diserzione, mentre altri avevano commesso crimini o, semplicemente, volevano fuggire dalla famiglia.[v]

In ogni caso si può prendere la cifra di 1089, garibaldino in più garibaldino meno permettendo, come numero piuttosto vicino a quello della realtà per i Mille sbarcati a Marsala. Per quello che riguarda la partenza da Genova e l’entrata a Palermo, i numeri discostano leggermente. Da Genova infatti partirono in circa 1162, ma nella tappa fatta a Talamone per il rifornimento di armi sbarcarono gli uomini di Callimaco Zambianchi, deputati a fomentare delle rivolte in Toscana e Umbria, e alcuni mazziniani scontenti dell’influenza sabauda che gravava sulla spedizione[vi]. Mentre a Palermo la cifra salì a circa 1200, dato quest’ultimo ricavato dalle medaglie conferite per l’assalto vittorioso alla città, quando le fila erano state ingrossate da un centinaio di picciotti.

 Chi erano i Mille?

L’organico della spedizione era eterogeneo, sia dal punto di vista dell’età che da quello sociale. Ovviamente era presente un nucleo di fedelissimi di Garibaldi, che avevano già mostrato il proprio valore militare tra le fila dei Cacciatori delle Alpi durante la seconda guerra d’Indipendenza. A circondare il nerbo della spedizione vi erano proprietari terrieri, impiegati, negozianti, marinai, avvocati, medici, agricoltori e rappresentanti di altre attività. Sarebbe un azzardo fare stime sull’età media con i dati a disposizione, ma non è sbagliato affermare che il grosso della spedizione fosse nel range dei 20-30 anni. Gli estremi erano agli antipodi: Giuseppe Marchetti, con 11 anni d’età, era il più giovane della spedizione e si imbarcò con il padre; Tommaso Parodi invece era il più anziano, con ben 70 anni.

La regione più rappresentata era Lombardia, con la città di Bergamo come primo città di provenienza (da qui il soprannome “Città dei Mille”), seguita dalla Liguria. La spedizione era composta comunque da volontari provenienti da tutti gli angoli della penisola, anche se le regioni settentrionali erano quelle più rappresentate, con qualche straniero che riuscì a imbarcarsi. Tra le fila dei Mille si resero protagoniste anche le donne. Sul suolo siciliano alcune si unirono ai garibaldini strada facendo, per questo la più nota è l’unica che partì da Quarto. Il suo nome è Rose Montmasson, ai tempi della spedizione moglie di Francesco Crispi, con cui condivideva il sentimento repubblicano. Dopo aver dato una preziosa mano per la trasmissione di notizie sui preparativi per l’imminente spedizione, Montmasson si camuffò con vesti maschili per imbarcarsi con i Mille, contravvenendo il parere del marito. Fu altrettanto preziosa in Sicilia, dove si distinse per il coraggio e la generosità verso i propri compagni.

Fattore Marina

Il progetto si era avverato. La spedizione era partita. Dopo una sosta a Talamone, sulle coste toscane, per imbarcare gli armamenti (rimando al precedente articolo di Emanuele Bacigalupo), e una a Porto Santo Stefano, il Piemonte e il Lombardo puntarono le proprie prue verso la Sicilia.

Fino allo sbarco sulle cose siciliane quindi, il viaggio e un eventuale scontro armato sarebbero avvenuti in un ambiente marittimo. Era di fondamentale importanza raggiungere l’obiettivo senza incrociare pericoli ulteriori sulla propria rotta.

Figura 3: Il piroscafo Lombardo.

Quello che i Mille non sapevano era che Cavour aveva inviato delle disposizioni di sicurezza al governatore di Cagliari nell’eventualità di una “sbandata” dei legni garibaldini verso le coste sarde. Il messaggio del governatore sabaudo, confermato un’ulteriore volta, dava il permesso di arrestare l’intera spedizione solamente nel caso i Mille fossero entrati nei porti sardi; per quanto riguardava gli avvistamenti in alto mare, nessuna azione contro la spedizione era autorizzata.[vii]

Le altre unità che Garibaldi e i suoi potevano incontrare erano sostanzialmente due: quelle appartenenti alla Royal Navy e quelle borboniche. La presenza della Marina inglese nel Mar Mediterraneo non era affatto inusuale, tantomeno su rotte commerciali come quelle tirreniche. La Marina borbonica invece presidiava le coste meridionali della penisola e rappresentava una minaccia reale per la spedizione. Anche se a livello politico e amministrativo si erano aperte delle falle nelle istituzioni borboniche, la capacità militare non era ancora compromessa; soprattutto in mare, un ambiente estremamente ostile per ingaggiare battaglia, l’incontro con unità borboniche avrebbe rappresentato un grave rischio.

Per questo motivo il Piemonte e il Lombardo seguirono una rotta insolita, per poi riavvicinarsi alle coste siciliane all’altezza delle Egadi, così da poter disporre della copertura delle isole Marettimo e Favignana. Da qui Garibaldi avrebbe deciso quale località fosse la più sicura per uno sbarco: accantonata da tempo Castellamare del Golfo , più vicina a Palermo ma troppo pericolosa, si decise per la costa tra Trapani e Sciacca. La Marina borbonica, in stato di allerta, presidiava la costa quotidianamente. Fu naturale quindi prendere una decisione all’ultimo, solo dopo aver ricevuto delle notizie confortanti sulla sicurezza del porto prescelto. Marsala, città tra Trapani e Mazara, sembrava avere le caratteristiche giuste. Avvicinandosi alla costa dalle Egadi, i garibaldini scoprirono pian piano la posizione delle unità borboniche, grazie a due fortuiti incontri. Nel primo, due inglesi su un veliero salpato da Marsala informarono che nel porto non vi erano navi battente bandiera borbonica. Garibaldi, che aveva notato con il telescopio due imbarcazioni da guerra ancorate nel porto, fu doppiamente sollevato: erano navi di fattura inglese. Mentre il Piemonte e il Lombardo si avvicinavano a Marsala, avvenne il secondo incontro, questa volta con un pescatore siciliano intento nel proprio lavoro. Salito a bordo alla presenza dei Mille, il pescatore Strazzera iniziò a rispondere alle domande. Credeva che un battaglione di fanteria avesse lasciato la città da poco ma era sicuro, invece, che le navi da guerra borboniche fossero partite dal porto qualche ora prima alla volta di Sciacca. I vessilli borbonici, seppur in lontananza, erano ancora visibili: le navi infatti, impegnate nella perlustrazione, stavano tornando indietro per incrociare il Piemonte e il Lombardo. A questo punto i Mille puntarono su Marsala, sperando di raggiungere il porto prima che fosse troppo tardi.[viii]

L’entrata in porto e la fase di confronto tra le navi garibaldine e la flotta borbonica è una vicenda da trattare con attenzione, dato che molti hanno visto in questo passaggio l’apparente prova definitiva dell’appoggio politico e militare degli inglesi a favore dei Mille. Farò riferimento all’opera di uno storico inglese, “Garibaldi and the Thousand” di George MacAulay Trevelyan, dove viene analizzata la spedizione dal punto di vista inglese.

Bisogna intanto chiarire velocemente il rapporto tra inglesi e borbonici. Il Regno delle Due Sicilie aveva intrapreso un isolamento politico che ormai durava da una decina di anni e le relazioni diplomatiche con gli altri stati si erano ovviamente indebolite, soprattutto con gli inglesi. Le conseguenze furono duplici ed entrambe negative per il Regno delle Due Sicilie: quest’ultimo, affrancandosi dalla scena europea, favorì l’ascesa dei Savoia; dall’altra parte, i risvolti dell’isolamento colpirono internamente il governo borbonico, con un rallentamento, se non arretramento in alcuni casi, dell’evoluzione dello stato e dei suoi quadri istituzionali. Oltre a questo, è giusto menzionare le simpatie che la spedizione dei Mille e la figura di Garibaldi attiravano dall’estero, soprattutto dagli ambienti inglesi. Questo non significa, come vedremo, un aiuto militare degli inglesi ai Mille, ma può spiegare in parte, con i temi trattati in precedenza, quell’atteggiamento passivo degli inglesi durante le vicende di Marsala.

Arriviamo quindi al punto cruciale. Nel porto di Marsala, l’11 maggio 1860, sono attraccate alcune imbarcazioni, tra cui le due navi da guerra inglesi avvistate da Garibaldi. Le imbarcazioni della Royal Navy erano arrivate circa 3 ore prima dei Mille, ma non per fornire un supporto ai garibaldini. Infatti, sulle banchine del porto siciliano erano presenti le attività di commercianti inglesi che, dopo essere rimasti senza possibilità di difesa dopo un restringimento borbonico di pochi giorni prima, chiesero l’aiuto della madrepatria dato il clima di insicurezza e ostilità politica. La richiesta fu accolta, e da Palermo arrivarono la HMS Argus e Intrepid a difendere i cittadini inglesi e i loro interessi commerciali. Le cannoniere costiere, questa era la tipologia delle navi inglesi, stazionavano alla fonda, e sarebbero rimaste ancorate e ferme anche durante gli avvenimenti successivi. Inoltre, gli ufficiali inglesi non erano a bordo, bensì sul molo con i propri concittadini. In tal senso, il resoconto di Trevelyan è chiaro e lucido. Il Piemonte, in cui navigava Garibaldi, entrò per primo all’interno del porto, seguito a distanza dal Lombardo su cui era imbarcato Bixio. Più indietro ancora, le unità borboniche cercavano di raggiungere i Mille prima dello sbarco. I garibaldini del Piemonte riuscirono velocemente a mettere piede sulla terraferma e si diressero verso il telegrafo, mentre il Lombardo arrancava pericolosamente, tallonato dalla nave borbonica Stromboli. Si creò così una possibilità perfetta per un attacco borbonico alla seconda imbarcazione garibaldina, che cercava di far sbarcare velocemente l’equipaggio. Ma successe qualcosa di difficilmente spiegabile, dato che il capitano dello Stromboli, Acton, diede molto tardivamente l’ordine di sparare, quando era ormai inutile. Perché?

Ci viene in aiuto Trevelyan. Secondo lo storico inglese, la HMS Argus e la Intrepid non erano sulla traiettoria di fuoco tra il Lombardo e le unità borboniche: è da escludere un impedimento fisico. Probabilmente Acton, vedendo le due navi da guerra inglesi, in contemporanea all’arrivo dei Mille, pensò che ci fosse un sostegno britannico dietro la spedizione. La vista di alcune camicie rosse vestite dai garibaldini, simili alle divise inglesi, lo influenzò ulteriormente su un presunto attacco combinato. Preso dal timore di scatenare uno scontro fatale, Acton cercò di capire se le navi inglesi fossero pronte a sparare e se ci fossero delle truppe sulla terraferma. Una volta chiarita la situazione, iniziò un inutile e poco preciso bombardamento.[ix] I Mille, al sicuro dopo aver superato la porta principale, potevano dirsi vittoriosi.

Articolo di Jacopo Giovannini

Laureato nel Corso Triennale in Storia presso l’Università di Genova con una Tesi intitolata “Vette nere: l’alpinismo nell’immaginario fascista”. Attualmente è iscritto al Corso Magistrale di Scienze Storiche presso l’ateneo genovese.

 

 

 

 

 

Note

[i] G. Monsagrati, A. Villari, Mazzini: vita, avventure e pensiero di un italiano europeo, Silvana Editoriale, Milano 2012, pag. 221.

[ii] Ibidem

[iii] Scritti editi ed inediti di Giuseppe Mazzini: volume LXX, Cooperativa tipografico editrice Paolo Galeati, Imola 1935, pag.113.

[iv] G. Garibaldi, I Mille, pag.12.

[v] G. Bevilacqua, I Mille di Marsala: vita, morte, miracoli, fasti e nefasti, Manfrini Editori, 1982.

[vi] G. M. Trevelyan, Garibaldi and the Thousand, Longmans,Green and Co., 1909.

[vii] Ivi, pag.225

[viii] Ivi, pag.230-231.

[ix] Ivi, pag.234-238.

Bibliografia:

  1. Monsagrati, A. Villari, Mazzini: vita, avventure e pensiero di un italiano europeo, Silvana Editoriale, Milano 2012.

Scritti editi ed inediti di Giuseppe Mazzini: volume LXX, Cooperativa tipografico editrice Paolo Galeati, Imola 1935

  1. Garibaldi, I Mille
  2. Bevilacqua, I Mille di Marsala: vita, morte, miracoli, fasti e nefasti, Manfrini Editori, 1982 G. M. Trevelyan, Garibaldi and the Thousand, Longmans,Green and Co., 1909

Immagini

Figura 1: http://www.libertaepersona.org/public/mazzini.gif

Figura 2: http://genova.erasuperba.it/wp-content/uploads/2012/02/monumento-di-quarto-D8-300×200.jpg

Figura3:https://www.cherini.eu/mmi/17%20Marina%20Mercantile/1%20inizio%20e%20sviluppo/1860%20-%20Piroscafo%20’Lombardo’.jpg

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