Arte

L’arte nel Risorgimento

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May 7, 2020

“La grande causa politica sbarra ancora, in Italia, l’Arte al suo passaggio. Il fiore che questi coltivano non può schiudersi pienamente se non in un ambiente trasformato. Perché l’Arte del Popolo, della Nazione Italiana possa esistere, bisogna che la Nazione sia. Oggi non vi sono che artisti, come non vi cono che martiri […]. Ma questi Uomini sono i Precursori della Nazione, Hayez è alla loro testa”[1].

Così Giuseppe Mazzini inquadrava la situazione dell’arte italiana a metà ’800 nel saggio La pittura moderna in Italia.

Mazzini, in quegli anni, aveva pubblicato numerosi articoli riguardo la necessità di costruire nella penisola italiana un’arte che fosse espressione della modernità e che incitasse la causa di unità nazionale. Nel 1841 espresse le sue opinioni nello scritto sopra citato con il quale analizzò in modo preciso e puntuale gli ideali artistici del Risorgimento sottolineando come le condizioni politiche del momento fossero proibitive per la piena affermazione di un linguaggio artistico moderno.

Infatti, nello scenario artistico risorgimentale, veniva privilegiato un tipo di pittura romantica lontana dagli avvenimenti storici contemporanei. Molto spesso le guerre venivano mascherate sulla tela attraverso l’uso di travestimenti storici; la rappresentazione delle crociate, delle lotte greche per l’indipendenza o di eroi romantici celavano riferimenti alle vicende italiane. Ciò veniva fatto, principalmente, affinché le opere fossero accettate dalla critica ufficiale e dal grande pubblico, non ancora pronti a vedere raffigurate scene di storia contemporanea in cui amici e parenti affrontavano il dramma comune della guerra con tutte le conseguenze da esso derivanti.

Uno dei primi a rappresentare episodi storici che simboleggiavano la situazione politica italiana fu proprio Hayez, capostipite del Romanticismo lombardo, con un’opera del 1831 intitolata I profughi di Parga.

Francesco Hayez, Gli abitanti di Parga che abbandonano la loro patria (I profughi di Parga), 1826-1831, olio su tela, cm.201×220, Brescia, Civici Musei d’Arte e Storia.

In essa il pittore raccontava un drammatico episodio della guerra greco-ottomana: la distruzione della città greca di Parga ad opera dei turchi. Un evento apparentemente lontano dalle vicende italiane del momento ma, in realtà, il gruppo di profughi al centro della composizione è una raffigurazione simbolica del popolo italiano esule senza patria, proprio come quello ellenico.

Questo era un tema molto sentito all’epoca; infatti Hayez stesso decise di porre il suo volto all’interno dell’opera sullo sfondo del gruppo centrale a testimonianza della sua solidarietà e partecipazione sentimentale al dramma dei “fratelli” ellenici.

Si dovettero attendere ancora alcuni anni prima di trovare episodi di storia contemporanea raffigurati in pittura e scultura privi di retorica e con uno stile nuovo, proprio come auspicava Mazzini.

Al 1862, infatti, risale una delle prime e più fortunate rappresentazioni in cui venne esplicitata l’innovazione operata da alcuni artisti in quegli anni. Si tratta de Il campo italiano dopo la battaglia di Magenta di Giovanni Fattori, celeberrimo pittore toscano ed esponente del gruppo dei Macchiaioli.

Giovanni Fattori, Il campo italiano dopo la battaglia di Magenta, 1859, olio su tela, cm.232 x 384, Firenze, Galleria d’arte moderna di Palazzo Pitti.

L’episodio narrato è tratto dalla seconda guerra d’indipendenza in cui gli austriaci si scontrarono con i franco-piemontesi. Fu uno dei combattimenti più sanguinosi della guerra poiché tra i centomila soldati partecipanti al conflitto si contarono più di seimila vittime.

Fattori fece una scelta ardita per l’epoca e collocò soltanto ai margini della tela il campo di battaglia, evidenziato dai fumi dei cannoni che si levano dalla città indici di uno scontro ancora in corso.

La scena principale che occupa il centro del dipinto non riguarda, come ci aspetteremmo, un momento di lotta ma raffigura il ritorno dei soldati alle retrovie per essere assistiti dalle infermiere.

L’artista toscano scelse, quindi, di mostrare le conseguenze della guerra ovvero la sofferenza dei feriti sul carro, la distruzione della città e la morte.

L’opera mantenne comunque un impianto tradizionale con una forte componente paesaggistica e realistica anche nella descrizione precisa delle divise e dei cavalli dei militari.

Ma alcuni dipinti, meno fortunati di quello sopra analizzato, sono, al contrario, caratterizzati da un impianto originale privo di connotazioni paesaggistiche. Questi, diversamente dalla pittura di cronaca risorgimentale tradizionale, non permettevano la ricostruzione e l’individuazione precisa del momento, del luogo e dei personaggi rappresentati.

Per spiegare più nel dettaglio quest’altra scelta stilistica ho voluto analizzare un dipinto di un artista poco conosciuto, Michele Cammarano, esponente del naturalismo napoletano che nel 1871 raffigurò la presa di Porta Pia.

Il pittore pose l’accento sul gruppo dei bersaglieri che avanzava compatto verso la conquista di Roma e verso un nemico invisibile che sembra coincidere con lo spettatore in quella che è la prefigurazione di un’inquadratura cinematografica o fotografica.

Michele Cammarano, I bersaglieri alla presa di Porta Pia, 1871, olio su tela, cm.290×467, Napoli, Museo di Capodimonte.

I personaggi principali del dipinto non sono i soldati presi singolarmente ma il soggetto è l’intero gruppo dei bersaglieri individuato come un popolo unito; infatti i volti si assomigliano tra di loro e le uniformi nere sembrano comporre un’unica macchia dello stesso colore.

Anche qui è messa in evidenza la componente tragica della guerra con la presenza in primo piano di un trombettiere che sta cadendo a terra dopo essere stato ferito mortalmente.

Ma, durante la guerra, divennero protagonisti delle tele non solo i soldati in trincea ma anche le loro famiglie ritratte nelle abitazioni ad attendere il ritorno dei familiari.

Mazzini, a questo proposito, sosteneva che la pittura si dovesse occupare anche e soprattutto dei risvolti più intimi delle lotte vissuti dalle famiglie italiane.

Odoardo Borrani, Le cucitrici di camicie rosse, 1863, olio su tela, cm.64×54, col-lezione privata.

Molti furono gli artisti che si dedicarono alla rappresentazione di sentimenti privati, staccandosi, ancora una volta, dalla componente eroica tradizionale risorgimentale.

Le Cucitrici di camicie rosse di Odoardo Borrani del 1863 è uno degli esempi più fortunati di una tela in cui il popolo divenne protagonista.

Borrani, uno dei macchiaioli toscani, propose in pittura una fotografia dell’ambiente domestico di quel periodo storico e descrisse nei minimi particolari l’arredamento di un salotto borghese, gli abiti e le acconciature di quattro donne intente a cucire camicie rosse.

Le fanciulle assolvevano al loro compito fin dalle prime luci del giorno e lo si intuisce guardando la pendola che segna le 7.15.

Sulla parete, inoltre, vi è un ritratto di Garibaldi, la figura più importante e rilevante del Risorgimento.

Le raffigurazioni popolari e quotidiane riscossero un forte consenso dalla critica e dal pubblico in quanto erano di grande impatto emotivo poiché in esse veniva messa in luce tramite il mezzo artistico una situazione vissuta dalla maggioranza degli italiani.

Gerolamo Induno, La lettera dal campo, 1859, olio su tela, cm.113×144, collezione privata.

A tal proposito esemplare è La lettera dal campo di Gerolamo Induno. Quest’ultimo, oltre a dedicarsi alla pittura, era un patriota e aveva partecipato alla spedizione garibaldina divenendo testimone diretto in pittura di battaglie, guerre e avvenimenti storici importanti.

In questa occasione egli rappresentò la famiglia di un soldato riunitasi intorno ad un tavolo per ascoltare la lettura di una missiva proveniente dal campo di battaglia. Con ogni probabilità la lettera fu scritta dal figlio dell’anziana coppia raffigurata che si trovava sul fronte a combattere. La drammaticità della situazione in cui venivano abbandonate le famiglie dei soldati è evidenziata dall’interno povero in cui la scena è ambientata e dal bambino, forse il figlio del soldato, rimasto solo in primo piano sulla scena.

Anche questo quadro di vita popolare raccolse un vasto consenso e Induno divenne uno specialista nella rappresentazione di questo tipo di scene.

Silvestro Lega, Ritratto di Giu-seppe Garibaldi, 1861, olio su te-la, cm.123×90, Modigliana, Mu-seo Civico “don Giovanni Verità”.

Tornando alla narrazione ufficiale della guerra, uno dei soggetti privilegiati in pittura in quel periodo era l’eroe risorgimentale per eccellenza: Giuseppe Garibaldi. Costui era raffigurato in molte scene di battaglia ma non solo, era anche protagonista di numerosi ritratti.

Garibaldi, infatti, era il personaggio cardine del Risorgimento la cui leggenda venne alimentata soprattutto dai macchiaioli toscani tra cui, ad esempio, Giovanni Fattori e Silvestro Lega.

Si stava verificando un fenomeno noto come la “Garibalditè”, espressione coniata con intento dispregiativo e poi ripresa dallo scrittore e fotografo Maxime du Camp per indicare lo spirito volontario e la nobiltà d’animo di Garibaldi e di tutti suoi seguaci.

Garibalditè” evidente in opere come quella di Silvestro Lega, pittore e poi soldato in quanto arruolatosi volontariamente nel 1848. Egli riprese il generale in un momento di quiete e tranquillità apparente; il suo sguardo intenso sembra penetrare in quello dello spettatore e il suo abbigliamento è descritto nel dettaglio così che il rosso acceso della divisa spicchi rispetto all’azzurro del cielo che gli fa da sfondo. Tutti questi particolari, insieme alla posa ufficiale del patriota, contribuirono a creare nell’immaginario comune e popolare un’idea di Garibaldi come figura mitica di salvatore della patria e della libertà del popolo italiano.

Oltre alla ritrattistica ufficiale, molte sono le tele aventi per soggetto le gesta del generale durante le numerose campagne a cui prese parte. Una tra le più note e fortunate è quella dell’imbarco a Genova della spedizione dei Mille.

Il già citato Gerolamo Induno, che seguì la spedizione garibaldina in prima persona da combattente e come pittore ufficiale, lo raffigurò in una grande tela in cui il generale si trova al centro insieme ai suoi collaboratori.

Sulla riva, invece, si svolgono delle scene di addio in cui spiccano i volti dei familiari addolorati per la partenza dei propri cari; come abbiamo già visto in precedenza Induno si era specializzato in queste scene di vita quotidiana. Ai lati, quindi, viene relegata l’immagine drammatica della ripercussione sul privato degli eventi storici dimostrando, ancora una volta, come la causa di unità nazionale e la drammaticità della guerra segnarono tutti, senza distinzione, dal generale Garibaldi, ai suoi seguaci e soldati fino alle famiglie rimaste in attesa di notizie dei loro cari al fronte.

Gerolamo Induno, L’imbarco a Genova del generale Giuseppe Garibaldi, 1860, olio su tela, cm.106×146, Milano, Museo del Risorgimento.

Articolo di Paola Gargiulo

Laureata in Conservazione dei Beni Culturali (curriculum: beni storico-artistici) all’Università degli Studi di Genova. Attualmente iscritta alla laurea magistrale in Storia dell’arte presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore a Milano.
Appassionata di arte contemporanea, si è laureata con una tesi contenente materiale inedito dal titolo “Arturo Martini e un discepolo singolare. Mario Raimondi tra le carte di Antonio Pinghelli” in cui, tramite l’analisi di testi, articoli, lettere e diari dei personaggi coinvolti nella ricerca, ha voluto mettere in luce una parte della storia dell’arte ligure poco trattata.

Note

[1] Giuseppe Mazzini, Scritti Edizione Nazionale (S.E.N), volume XXI, Imola, Galeati, 1915, pp.245-332. Articolo redatto da Mazzini esule a Londra tra il giugno e il luglio 1840 e pubblicato sulla “London and Westminster Review” nel gennaio-marzo 1841.

BIBLIOGRAFIA:

Giuseppe Mazzini, Scritti Edizione Nazionale (S.E.N), volume XXI, Imola, Galeati, 1915.

Bertelli, La Storia dell’arte, Electa-Mondadori, vol. 4.

F.Mazzocca; C.Sisi, 1861. I pittori del Risorgimento, Skira, 2010

OPERE:

  • Francesco Hayez, Gli abitanti di Parga che abbandonano la loro patria (I profughi di Parga), 1826-1831, olio su tela, cm.201×220, Brescia, Civici Musei d’Arte e Storia
  • Giovanni Fattori, Il campo italiano dopo la battaglia di Magenta, 1859, olio su tela, cm.232 x 384, Firenze, Galleria d’arte moderna di Palazzo Pitti
  • Michele Cammarano, I bersaglieri alla presa di Porta Pia, 1871, olio su tela, cm.290×467, Napoli, Museo di Capodimonte
  • Odoardo Borrani, Le cucitrici di camicie rosse, 1863, olio su tela, cm.64×54, collezione privata
  • Gerolamo Induno, La lettera dal campo, 1859, olio su tela, cm.113×144, collezione privata
  • Silvestro Lega, Ritratto di Giuseppe Garibaldi, 1861, olio su tela, cm.123×90, Modigliana, Museo Civico “don Giovanni Verità”
  • Gerolamo Induno, L’imbarco a Genova del generale Giuseppe Garibaldi, 1860, olio su tela, cm.106×146, Milano, Museo del Risorgimento

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