Arte Curiosità

Pietro Longhi (Venezia, 1701-Venezia, 1785): l’apparente semplicità delle scene di genere.

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May 8, 2020

Il XVIII secolo vede la nascita del Neoclassicismo e del Rococò, correnti che riflettono i cambiamenti sociopolitici in atto. In particolar modo, il Rococò nasce dall’esigenza, soprattutto dell’aristocrazia, di un’arte più “leggera” rispetto alla gravità e al senso drammatico tipici del Barocco [1]. È in questo panorama artistico che si fa strada l’arte di Pietro Longhi. Dopo un primo momento di arte in stile barocco, decide di allontanarsene per dedicarsi ad un genere a lui più congeniale, quello della rappresentazione della vita e di costumi veneziani. Nessuno come lui riuscì ad essere il miglior interprete della società della Serenissima, tramandandola in maniera tanto minuziosa da rappresentare una delle testimonianze più importanti di quel periodo.

Pietro Longhi, il cui vero nome era Pietro Falca, figlio di un orafo di nome Alessandro, nacque a Venezia il 15 novembre del 1701. Mostrando talento per il disegno già in tenera età, fu mandato a bottega dall’accademico Antonio Balestra, presso il quale rimase fino al 1719, quando si trasferì nello studio di Giuseppe Maria Crespi. È in questo periodo che si avvicina alla pittura decorativa, prestando molta attenzione agli aspetti della vita che osserva in modo analitico, come ci mostrano i suoi dipinti. Dopo l’esperienza presso il Crespi, iniziò a dipingere scene di vita quotidiana scoprendo così il suo vero talento di narratore sottile e acuto. Nel 1732 realizza la sua prima importante opera di cui si ha conoscenza, la pala di “San Pellegrino condannato al supplizio” dove sono evidenti gli influssi di Balestra, Tiepolo e Sebastiano Ricci.
Nelle sue opere, tutte di piccole dimensioni, vengono ricostruite dettagliatamente le abitudini quotidiane della società veneziana, con particolare attenzione al ceto aristocratico veneziano. Nel modo di dipingere, Longhi si pone come un osservatore esterno e tutto è rappresentato con grazia e apparente semplicità che celano, in realtà, la volontà di mettere in evidenza i gesti, gli stati d’animo e i movimenti dei suoi personaggi. Nella prima metà degli anni Cinquanta, iniziò a dedicarsi alla rappresentazione delle carriere, scene di reali e comuni attività popolari e borghesi, come “Il cavadenti” o “Il farmacista” (figg. 1-2).

Fig. 1. P. Longhi, Il cavadenti, 1750, Milano, Pinacoteca di Brera.

Fig. 2. P. Longhi, Il farmacista, 1752, Venezia, Gallerie dell’Accademia.

Uno dei soggetti che ama rappresentare di più è la donna, vista sia come il fulcro di ogni rappresentazione sia come colei con cui identificare i capricci della moda, della ragione del cuore, degli affetti domestici e, in particolar modo, delle lusinghe d’amore. Nonostante la ripetitività delle sue tele, Longhi può essere considerato un innovatore, perché ritrae con verità la vita del suo tempo.  Un’altra novità è la trasformazione del ritratto collettivo in divertenti scenette di genere che rappresentano, in realtà, la crisi del ceto nobiliare, la sua mancanza di gioia e di volontà: i personaggi sono vestiti in maniera elegante, le loro case sono lussuose ma le figure rigide, vuote, hanno sguardi fissi e immobili.
In molte altre opere, come “Il baciamano” (1780 ca.)  e “Il ridotto” (1757-1760 ca.), entrambi conservati alla Fondazione Lochis di Bergamo, i personaggi sembrano usciti da opere teatrali di Carlo Goldoni, suo contemporaneo e altro grande narratore di vizi e virtù della società del tempo [3]. Ne “Il ridotto”, ambientato a Ca’ Giustinian a Venezia, una sala da gioco aperta al pubblico soprattutto durante il periodo del Carnevale, la coppia mascherata sembra impegnata in un rituale di corteggiamento molto elegante, mentre alle loro spalle altri partecipanti alla festa stanno giocando molto animatamente (fig. 4).

Fig.3. P. Longhi, Il baciamano, olio su tela, 1780 ca., cm. 61×49, Fondazione Lochis, Bergamo.

Fig.4. P. Longhi, Il ridotto, olio su tela, 1757-1760 ca., cm. 61×49, Fondazione Lochis, Bergamo.

C’è sempre ironia nelle sue opere ma non è una satira pungente, bensì una volontà di descrivere il mondo dell’epoca ironizzando sulle usanze ed etichette senza cattiveria e senza nessuna critica nei confronti della società; egli vuole divertire senza offendere nessuno. Potrebbe essere un chiaro riferimento al pittore Hogarth (Londra, 1697-Londra, 1764), artista che rappresenta in modo ironico la nobiltà britannica [2].

Longhi morì a Venezia l’8 maggio 1785 a 82 anni, lasciandoci molte testimonianze della vita del suo tempo.

Articolo di Lucia Zavatti

Laureata in Lettere e Beni culturali presso l’Università degli Studi di Urbino “Carlo Bo” con una tesi su “Il Maestro delle Tavole Barberini nella Critica Novecentesca” in cui ha analizzato le varie ipotesi proposte da alcuni dei più importanti critici d’arte per l’identificazione dell’autore delle Tavole Barberini, che oggi si trovano una a New York e l’altra a Boston. Attualmente è iscritta alla magistrale in Storia dell’Arte.

 

 

BIBLIOGRAFIA:

  • Bora-G. Fiaccadori-A. Negri-A.Nova, I luoghi dell’arte. Storia opere percorsi, vol. 4 “Dall’età della Maniera al Rococò”, Milano, Electa Scuola, 2009, p. 267.
  • Daverio, Canaletto. Palazzo Ducale e Piazza San Marco”, <<Le iniziative del Corriere della Sera>> vol. 13, Canaletto, Edizione Speciale per il “Corriere della Sera”, Milano, MediaGroup S.p.A. Divisione Quotidiani, 2014; pp. 34-35;
  • Trevisan, Pietro Longhi e il suo tempo. Ricordi., Venezia, Fondazione Querini Stampalia, 2003.

SITOGRAFIA (tutti i siti sono stati consultati il 07/05/2020):

NOTE:

[1] Il termine “Rococò” deriva dal francese rocaille che si può tradurre con “pietra” e indica gli elementi decorativi realizzati con pietre e conchiglie. I suoi temi indicano un cambiamento rispetto allo stile precedente: la fête galante è il genere distintivo del Rococò e raffigura momenti di svago e divertimento in luoghi all’aperto. Alcuni dei massimi esponenti di questa corrente sono Tiepolo, Fragonard, Boucher e Watteau.

[2] A lui si deve la nascita di un genere di pittura che rappresenta le vicende della sua epoca in un modo che attira, fa riflettere e sorridere al tempo stesso e che porta a un giudizio: una pittura satirica.

[3] Pietro Longhi è citato anche nelle opere del Goldoni (1707-1739) che ne elogia la dedizione a rappresentare le manie della società contemporanea; le loro attività, infatti, possono considerarsi parallele anche se su due fronti artistici diversi, l’uno ha scelto il percorso artistico, l’altro quello teatrale.

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