Psicologia

Psiche in lockdown

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May 18, 2020

Mai come oggi vi è la necessità di parlare di salute mentale: non solo perché la condizione di emergenza che stiamo vivendo, caratterizzata dal distanziamento sociale, dalla solitudine e da una spasmodica ricerca dell’untore, ci pone di fronte a svariati spunti di riflessione, ma anche perché le condizioni di vita, lavorative, ambientali, relazionali possono portarci a un affaticamento mentale di cui, subito, non ci si rende conto.

In un momento come questo i nostri pensieri sono in continua mutazione e può capitare a tutti che queste riflessioni partorite dalla nostra mente impreparata di fronte a una pandemia vadano oltre, sconfinino fino a farci reagire in modi a noi sconosciuti.
Gli articoli sui social si ammassano l’uno sull’altro con titoli che strillano quanto la salute mentale sia importante, quanto vi sia la necessità di un programma di “rinascita” volto anche a essa, fomentando le folle che invece vedono, ancora, gli psicologi come dei maghi che leggono nella mente o come una professione che anche un semplice amico può fare e quindi mai degna del giusto rispetto.
Per quanto pochi e limitati urlatori seriali sui social, questi commenti sono ancora troppo diffusi e danneggiano e minimizzano una professione che, naturalmente, non è assimilabile a un legame amicale.
I postumi del Coronavirus sono stati associati a quelli riscontrati dopo gli attacchi terroristici alle Torri Gemelle del 2001: in quel periodo, infatti, vi è stato un aumento dei disturbi legati allo stress post – traumatico, attacchi di panico e ansia, depressione.
Tutti elementi che non vanno mai sottovalutati.

La verità è che sì, questo è il momento in cui la professione di psicologo e anche quella di psicoterapeuta sono necessarie non solo al singolo, ma alla comunità, e pone questi professionisti di fronte a dilemmi e dubbi profondi su cosa siamo diventati a causa del virus, a come le nostre menti si sono trasformate, a come stiamo noi, popolazione mondiale, che ci troviamo a combattere con emozioni che prima scaturivano meno spesso di questi due mesi come, per esempio, la paura.
Le nostre città non appaiono più come prima, le abbiamo viste vuote in questi mesi, e adesso forse già troppo piene. Non abbiamo visto per mesi i nostri cari, tutto è inequivocabilmente diverso e lo siamo anche noi.

Emozioni sopite

La percezione del pericolo può essere amplificata, per svariati motivi, ad esempio (soprattutto all’inizio della pandemia) vi è stato un continuo bombardamento di notizie da parte dei media.
Anche l’essere continuamente on – line, presenti, sul pezzo e leggere, informarsi, guardare può essere deleterio per la popolazione intenta a dare giudizi e a lasciarsi, fondamentalmente, invadere da sensazioni negative legate inevitabilmente alla paura.
La paura regna sovrana in questo clima in cui l’altro potrebbe essere portatore del virus, virus che uccide nel peggiore dei modi attaccando l’apparato respiratorio, togliendoci ciò che è veramente necessario: l’aria.
Ed è proprio la paura a portarci le maggiori sofferenze: la paura di vedere i propri cari ammalarsi, la paura di aver contratto il virus inconsapevolmente, la paura di uscire e di tornare alla normalità.
Un’altra emozione che, forse, non siamo abituati a provare così spesso e così intensamente è la rabbia: soprattutto in questa Fase 2 è molto presente perché alcune persone non rispettano le regole e chi invece le rispetta si sente impotente e furibondo. Le persone si auto – collocano ai due estremi di un continuum dove da una parte c’è chi vede la paura del contagio, la percepisce, magari non si sente ancora di uscire, e dall’altra chi non la vede e vive nell’ottica del “tanto a me non capita” e, ancora, “è solo un’influenza”.
Si è parlato di “Sindrome della Capanna” che si riferisce al non aver più voglia di uscire: ciò perché non si è sicuri, la casa è diventata un luogo protetto, dove “niente” può attaccare, mentre là fuori c’è un virus che serpeggia e il futuro appare grigio. Questa sindrome, però, non è completamente riconosciuta in ambito scientifico e nonostante non vi sia molta letteratura a riguardo è una sindrome che dovrebbe sparire dopo un po’ di tempo.

Ciò che però è fondamentale sottolineare è che nessuno è solo e questo concetto è espresso da molti specialisti: il tempo ci dirà come gli individui affrontano questo momento di cambiamento, ma ci aiuterà anche ad andare avanti e a superare la crisi.
Uno specialista può davvero aiutare a migliorare le nostre condizioni e può dare un supporto in momenti critici come questo, ai quali nessuno è abbastanza preparato. Soprattutto le persone che sono più a rischio come anziani, adolescenti, ma anche coppie e persone che hanno già dei problemi psichici, possono trovarne giovamento.

Il lutto e il processo di non – realizzazione

Il lutto in questi mesi è stato al centro delle nostre vite grazie a un continuo aggiornamento da parte dei media sul numero di vittime del virus, ma anche se non abbiamo perso nessuno dei nostri cari, più o meno tutti conosciamo la morte e abbiamo avuto modo nel corso delle nostre vite di sapere che cosa si prova a perdere una persona amata.
Il lutto è legato a molteplici variabili connesse prettamente alle caratteristiche individuali: difatti ognuno di noi ha il suo modo di affrontarlo, gestirlo e viverlo, non c’è un modo giusto o un modo sbagliato. La risposta dell’individuo può variare a seconda di come lui è.
Durante la pandemia, però, la scomparsa di chi abbiamo amato è molto diversa.
Le persone che hanno perso un familiare a causa del virus non hanno avuto nessuna possibilità di dire addio.
Il funerale rappresenta un momento di realizzazione, è una di quelle convenzioni sociali che permette di avere un impatto con la morte. Se il primo momento è quello della non accettazione del lutto e una pausa dei pensieri, il funerale ci risveglia, ci scuote, ci dà la possibilità di appurare che sì, è successo. Dentro quella bara c’è la persona che abbiamo amato e conosciuto. Poi vi sono le persone che condividono con noi la dipartita della persona, le strette di mano, gli abbracci, i vari “condoglianze”, l’atmosfera è colma di lacrime e di sofferenza, ma anche quella serve a farci vedere la verità.
Invece, in questo caso, questo processo che ci permette di accettare la morte, di prenderne atto, è stato negato.
Da un momento all’altro quella persona non c’è più, è sparita, scomparsa, da sola, in un letto d’ospedale. Senza l’affetto dei propri cari, senza rivedere i figli, i nipoti, mogli, mariti, amici.
Questo virus fa morire da soli e lascia chi vive in un limbo permanente.
Il lutto è, da sempre, una tematica cara alla psicologia proprio perché lascia una profonda traccia emotiva nelle persone. Dopo questa pandemia, anche per questo sarà necessario il giusto supporto da parte di professionisti.

Le famiglie abbandonate e operatori sanitari allo stremo

A pesare anche sulla nostra psiche è una condizione che, purtroppo, ha toccato e tocca tutt’oggi migliaia e migliaia di lavoratori che hanno visto, di punto in bianco, sfumare le loro occupazioni.
Anche in questo caso è stato necessario, per quanto possibile, reinventarsi attraverso l’asporto (per i ristoratori o le pasticcerie), ma non tutti possono ricorrere a questo tipo di lavoro (che comunque non dà le sicurezze e le entrate del lavoro pre – Covid19).
I più fortunati hanno dovuto riadattarsi attraverso lo smart working, ma anche questo ha portato un cambiamento radicale nelle vite delle persone che si sono sì riadeguate, ma che adesso si trovano a non avere più una distinzione tra il luogo di lavoro e il luogo in cui il lavoro non dovrebbe entrare, ossia la casa.
Inoltre, col fatto di essere a casa, invece che lavorare per otto ore, magari uno ne lavora nove o dieci perché non c’è più il “sono le 18, torno a casa”, perché si è già a casa e si tende ad andare avanti fino a orari improponibili. Insomma, una routine ormai consolidata che viene attaccata e frantumata per crearne una nuova, talvolta deleteria e ancor più sedentaria.
Anche la questione lavorativa pesa sulle famiglie e sul nostro modo di vivere e, quindi, di pensare: la paura, di nuovo si fa sentire, per la perdita del lavoro e il futuro ignoto che ci attende: i cambiamenti, positivi o negativi che siano, incidono sulla nostra psiche e anche qui è l’individuo in quanto tale che risponde al cambiamento.

La questione economica ha un peso non indifferente sulla psiche, affollata da preoccupazioni per la sopravvivenza: se non si lavora, non si mangia.
Quindi sia i lavoratori sia i loro familiari possono vivere una condizione precaria e instabile che grava su papà e mamma a casa, ma anche sui ragazzi che vivono la “reclusione” con noia, ansia per il futuro e sono tra coloro che risentono maggiormente della mancanza di rapporti relazionali.
Inoltre, la questione scuola pesa sui ragazzi che non conoscono in modo approfondito le future opzioni e regole che il Governo mette loro davanti.
Alcune fasce d’età sono più colpite di altre dagli effetti psicologici del COVID – 19, come quella tra i 18 e i 29 anni e tra i 30 e i 44 anni. Le ricerche effettuate finora evidenziano, oltre alle età più colpite, anche la percezione di sintomi di ansia, depressione e insonnia.
Una variabile che può essere sottovalutata, ma che invece incide molto è anche quella della convivenza forzata: normalmente, le famiglie vivono insieme pochi momenti della giornata, mentre adesso si sono trovate a una convivenza obbligata che ovviamente comporta l’inserimento di nuove regole.
In molti questionari volti a indagare proprio gli effetti del COVID – 19 sulla psiche, la variabile dei metri quadri in cui gli individui vivono incide profondamente sul benessere.

Infine, ci sono gli operatori sanitari: medici, infermieri, soccorritori che non si sono mai fermati durante questa pandemia e che hanno visto in prima persona ciò che il COVID – 19 fa alle persone.
Nemmeno loro erano preparati a una cosa del genere fatta di corse contro il tempo, di morti, di guariti, di speranza e di rassegnazione: condizioni a cui l’uomo si deve adattare, ma mentre per chi era in lock down la speranza era quella di trovare un modo per convivere con i familiari e di crearsi una nuova routine, di fermarsi e riflettere, negli ospedali questo processo è stato scavalcato.
All’improvviso ci si è trovati in una condizione lavorativa difficilissima che ha aumentato il rischio di bornout (ossia una sindrome che si può manifestare quando le condizioni lavorative sono critiche e di difficile gestione) e di sviluppare sintomi da disturbo post – traumatico da stress, quali immagini ricorrenti di ciò a cui si è assistito, ansia, paura, rabbia, disturbi del sonno.

Conclusioni

Soprattutto nell’ultimo mese la Società Italiana di Psicologia, insieme con il Governo, ha attivato un numero di sostegno a cui la popolazione può rivolgersi per supporto, inoltre è stata pubblicata una Guida antistress volta proprio alla gestione di tutte quelle emozioni che ci attanagliano in questi giorni (Qui trovate il link).

Quando veniamo messi di fronte a delle sfide, come quella che stiamo vivendo (al di là delle fasi) ci rendiamo conto che siamo tutti uguali e che quando ci imbattiamo nella paura e nel disagio, tutti possiamo cedere. Le condizioni ambientali ci mettono alla prova e la richiesta di aiuto non è un fallimento, né una dimostrazione di debolezza, bensì è un processo di accettazione e il primo passo verso la propria ricostruzione mentale e, conseguentemente, fisica.
Tuttavia, ci accorgiamo anche di essere tutti diversi perché ognuno di noi metabolizza il trauma a modo suo e affronta le sue paure più intime individualmente.

Il trauma va metabolizzato, discusso, affrontato perché non riaffiori dopo: non bisogna avere paura della paura. Se nonostante gli interventi immediati il disturbo si radica, il trattamento più utilizzato è l’EMDR, con cui si accede ai ricordi profondi rendendoli pian piano più coscienti e meno angosciosi.” dice Massimo Giannantonio presidente della Società Italiana di Psichiatria.

Inoltre, cominciamo ad abbattere uno stereotipo diffuso: non è sempre necessario che l’individuo abbia bisogno di iniziare una terapia lunga anni, a volte bastano poche sedute per migliorare le proprie condizioni.
Il messaggio che deve passare, però, è quello di non lasciarsi andare alla solitudine: nessuno deve affrontare un trauma, sia esso relativo al COVID – 19 o meno, da solo e non si deve mai sminuire il trauma o il problema o la paura di qualcun altro senza conoscere la storia, la personalità, i modi di comportarsi di chi ci sta di fronte o accanto.

Smettiamo, inoltre, di additare chi vive un disagio psicologico come “pazzo”: la salute psicologica è un diritto non meno importante della salute fisica. Comportamenti stigmatizzanti come quelli rivolti a chi cerca un sostegno psicologico non sono più ammissibili o tollerabili: chi vive una malattia fisica non viene additato in nessun modo, anzi viene compreso e sostenuto. È ora di accettare e prendere atto che un dolore emotivo ha la stessa valenza e può essere causa di dolore non solo per la persona che ne soffre ma anche per i suoi familiari, esattamente come qualsiasi altra malattia.
Ciò si può attuare con nuove Leggi e nuove norme che permettano agli psicologi di essere inseriti in tutti i contesti in cui risultano utili e dove la comunità può entrare in contatto con loro, soprattutto in un momento critico come questo.
Gli individui devono prendere atto delle proprie emozioni e delle proprie necessità: non vi deve essere vergogna nel chiedere aiuto. Proprio come quando si ha mal di pancia e si chiama il medico, così deve essere per lo psicologo.

Concludo con il messaggio di David Lazzari, Presidente dell’Ordine nazionale degli Psicologi:

“Salute e benessere psicologico devono avere la stessa dignità della salute fisica, soprattutto di fronte all’emergenza. La solidarietà non basta, serve una risposta pubblica all’altezza della situazione e dei bisogni del Paese. Il disagio psicologico non sia sottovalutato, negato o affidato ai farmaci”…“I segnali del disagio psicologico si moltiplicano e serve una risposta che abbia la stessa dignità, forza ed impatto della risposta sanitaria che ha avuto il Covid. La salute psicologica è compito delle Istituzioni perché è nel mandato del SSN, dello Stato e delle Regioni: spetta a loro fornire il supporto psicologico fondamentale alla popolazione e agli operatori, nella routine e soprattutto nell’emergenza. L’Ordine può e deve collaborare perché ciò avvenga per il meglio, come sta cercando di fare dall’inizio della crisi con precise proposte, ma non può sostituirsi alle Autorità pubbliche”.
Qui trovate il link che vi porta al sito dell’Ordine Nazionale degli Psicologi dove potete trovare informazioni e aiuto: https://www.psy.it/

Sitografia:

https://d66rp9rxjwtwy.cloudfront.net/wp-content/uploads/2020/04/Guida-anti-stress-per-i-cittadini2.pdf
https://www.guidapsicologi.it/articoli/la-sindrome-della-capanna-e-il-non-volere-uscire-di-casa
https://www.ilfattoquotidiano.it/2020/05/09/coronavirus-dopo-il-lockdown-la-sindrome-della-capanna-e-quella-paura-di-uscire/5796117/
https://www.repubblica.it/cronaca/2020/05/09/news/coronavirus_effetto_lockdown_ansia_e_depressione_per_l_85_dei_giovani-256134039/
https://www.open.online/2020/04/15/coronavirus-effetti-psiche-depressione-insonnia-ansia-lockdown-rapporto/
https://www.msdmanuals.com/it-it/professionale/disturbi-psichiatrici/ansia-e-disturbi-correlati-allo-stress/disturbo-post-traumatico-da-stress
https://www.ars.toscana.it/2-articoli/4299-covid-19-conseguenze-benessere-psicofisico-operatore-sanitario-medico-infermiere-oss-salute-mentale-coronavirus-distress-psicologico.html
https://www.corriere.it/salute/neuroscienze/20_marzo_30/dopo-l-emergenza-come-superare-disturbo-post-traumatico-stress-a96b7a92-682f-11ea-9725-c592292e4a85.shtml
https://www.albengacorsara.it/2020/04/07/coronavirus-lazzari-cnop-il-disagio-psicologico-non-sia-sottovalutato/
https://www.sanitainformazione.it/salute/coronavirus-due-terzi-degli-italiani-molto-stressato-lazzari-cnop-non-lasciare-soli-operatori-e-cittadini-dal-punto-di-vista-psicologico/
https://www.psychologytoday.com/us/blog/focus-forgiveness/201709/operating-fear
https://www.inc.com/dustin-mckissen/two-ways-to-help-overcome-your-fear-of-the-future.html
https://www.forbes.com/sites/bryanrobinson/2020/03/12/the-psychology-of-uncertainty-how-to-cope-with-covid-19-anxiety/
(tutti consultati il 16 maggio 2020)

Alessandra Sansò

Laureata Magistrale in Psicologia Clinica e di Comunità presso l’Università degli Studi di Genova con una tesi dal titolo “Alessitimia in adolescenza: un contributo alla validità convergente degli strumenti di valutazione”.
I suoi interessi principali riguardano l’adolescenza e le sue caratteristiche, ma si concentra anche su concetti della Psicologia Sociale, quali deumanizzazione e stigmatizzazione quantomai presenti nella società moderna.

 

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