Riflessioni

Toccare il cielo con un dito

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May 29, 2020

E se il diritto alla felicità fosse un grande, spaventoso equivoco?
Talora mi viene il sospetto che molti dei problemi che ci affliggono –non dico solo il virus e le conseguenze che ha portato, ma anche la crisi dei valori, la resa alle seduzioni pubblicitarie, il bisogno di farsi vedere, la perdita della memoria storica e individuale, insomma tutte le cose di cui sovente ci si lamenta in articoli come questo– siano dovuti all’infelice formulazione della Dichiarazione d’indipendenza americana del 4 luglio 1776.
Con massonica fiducia nelle “magnifiche sorti e progressive”, i costituenti avevano stabilito che “a tutti gli uomini è riconosciuto il diritto alla vita, alla libertà, e al perseguimento della felicità”.
Sovente si è detto che si trattava della prima affermazione, nella storia delle leggi fondatrici di uno Stato, del diritto alla felicità invece che del dovere dell’obbedienza o altre severe imposizioni del genere, e a prima vista si trattava effettivamente di una dichiarazione lungimirante e rivoluzionaria. Ma ha anche prodotto degli equivoci per ragioni, oserei dire, semiotiche.
La letteratura sulla felicità è immensa, a iniziare da Epicuro e forse prima. Testi infiniti di infiniti uomini che però, a lume di buon senso, mi pare non sappiano -come nessuno di noi- dire che cos’è la felicità. Se si intende uno stato permanente, l’idea di una persona che è felice tutta la vita, senza tormenti, dubbi, sacrifici, dolori, crisi, questa vita sembra corrispondere a quella di un idiota –o al massimo a quella di un personaggio più simile ad un automa che ad un uomo. Un esule che tenta di oltrepassare l’ascetismo, un eremita che punta a superare l’atarassia, che vive isolato dal mondo senza aspirazioni che vadano al di là di un’esistenza senza scosse. Vengono in mente Filemone, Bauci, qualche stoico e alcuni strampalati personaggi moderni. Ma anche loro, poesia a parte, qualche momento di turbamento dovrebbero averlo avuto, se non altro un’influenza o un mal di denti.
La questione è che la felicità, come pienezza assoluta, vorrei dire ebbrezza, il toccare il cielo con un dito, è situazione molto transitoria, episodica e di breve durata: è la gioia per la nascita di un figlio, per l’amato o per l’amata che ci rivela di corrispondere al nostro sentimento, magari l’esaltazione per una vincita al lotto, il riconoscimento di un merito costato fatica, il raggiungimento di un traguardo (l’Oscar, la coppa del campionato), persino un momento nel corso di una gita in montagna, ma sono tutti istanti appunto transitori, dopo i quali sopravvengono i momenti di timore e tremore, dolore, angoscia o almeno preoccupazione.
Inoltre l’idea di felicità ci fa pensare sempre alla nostra felicità personale, raramente a quella del genere umano, e anzi siamo indotti sovente a preoccuparci pochissimo della felicità degli altri per perseguire la nostra. Persino la felicità amorosa spesso coincide con l’infelicità di un altro respinto, di cui ci preoccupiamo pochissimo, appagandoci della nostra conquista.
Questa idea di felicità pervade il mondo della pubblicità e dei consumi, dove ogni proposta appare come un appello a una vita felice, la crema per rassodare il viso, il vestito che snellisce, il detersivo che finalmente toglie tutte le macchie, il divano a metà prezzo, l’amaro da bere dopo la tempesta, la carne in scatola intorno a cui si riunisce la famigliola felice, l’auto bella ed economica, un assorbente che vi permetterà di entrare in ascensore senza preoccuparvi dell’olfatto altrui e prodotti che vi manterranno giovani, quindi eternamente felici.
Raramente pensiamo alla felicità quando votiamo o mandiamo un figlio a scuola, ma solo quando comperiamo cose inutili, e pensiamo in tal modo di aver soddisfatto il nostro diritto al perseguimento di uno stato ideale.
Quando è al contrario che, siccome non siamo delle bestie senza cuore, ci preoccupiamo della felicità degli altri? Quando i mezzi di massa ci presentano l’infelicità altrui, negretti che muoiono di fame divorati dalle mosche, ammalati di mali incurabili, popolazioni distrutte dagli tsunami o semplicemente amici in gravi difficoltà. Allora siamo persino disposti a versare un obolo e, in certi casi, a impegnare il cinque per mille.
È che la Dichiarazione d’indipendenza avrebbe dovuto dire che a tutti gli uomini è riconosciuto un diritto, un dovere. Quello di ridurre la quota d’infelicità nel mondo, compresa naturalmente la nostra, e così tanti americani avrebbero capito che non devono opporsi alle cure mediche gratuite –e invece vi si oppongono perché questa idea bizzarra pare ledere il loro personale diritto alla loro personale felicità fiscale.
Peraltro, la storia insegna che Benjamin Franklin inviò la bozza della Dichiarazione d’Indipendenza
al filosofo napoletano Gaetano Filangieri che sostituì l’espressione proposta del “diritto alla proprietà” con quella, poi accolta, del “diritto alla felicità”.
Diritto che appare come una palese ingenuità oramai radicata nei nostri costumi, che hanno smarrito l’idea di felicità personale per sovvertirla alle logiche di mercato delle felicità ideali, felicità che ci fanno sognare cose che non avremo mai. C’è sempre una novità più nuova, che fa invecchiare la precedente. In questo ciclo le novità non permangono mai tali, perché il consumismo non desidera alcuna felicità. Il motivo è noto; la gente felice, non consuma.

Riflessione di Carlo Alberto Ghigliotto

Filosofo, autore di saggi di semiotica, estetica medievale, storia dell’arte e della filosofia. La sua attività di saggista, bibliofilo e giornalista, è legata agli studi classici maturati nelle realtà del pensiero debole e dell’etica leopardiana. Studia filosofia prestando fede alla teoria de “Il pensiero ancestrale” di Manlio Sgalambro: considera l’attività filosofica come una prassi individuale di ascetismo e atarassia; distante dalle aule universitarie e dai percorsi accademici convenzionali (ancora in parte legati all’idealismo di Croce e Gentile).

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