Filosofia Riflessioni

Quella di Napoleone, fu vera Gloria?

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June 9, 2020

Alla fine, il cinque, alle sei e undici della sera, tra i suoni dei venti, il rumore della pioggia e lo schianto delle onde, Lui ridiede a Dio il respiro più potente che abbia mai animato la vita dell’argilla umana”.
Chateaubriand rendeva così omaggio alla dipartita del sovrano decaduto, chiosando la sua esistenza nell’accostamento della morte al trapasso di un respiro che ha animato ogni azione dell’imperatore a partire dalla giovane età. Si tratta di una delle frasi che diedero inizio ad uno dei più intensi fenomeni comunicativi legati al nome di Napoleone.
Nella giovinezza di Bonaparte si manifestano le dinamiche di quella condanna all’agire permanente che fece della sua figura il novello Cesare visionario e profetico che, in sé, annunciava le convulsioni degli eroi di Stendhal e gli spasmi dei personaggi di Balzac.

In seguito alla morte, la sua immagine ricevette le consacrazioni più auliche; il cinque maggio di Manzoni (testo tradotto da Goethe che ebbe una notevole risonanza in tutt’Europa), l’ode di Grillparzer, i riconoscimenti tributati dai giganti della letteratura mondiale come Pu Kin e Heinrich Heine. Si tratta solo di alcune delle attestazioni del clima encomiastico che circonda la figura del condottiero scomparso. Gran parte della letteratura postuma venne influenzata dall’evento; e non solo. Persino in un’opera di travaglio interiore come quella di Silvio Pellico il parallelismo tra la condizione di prigionia dell’italiano nello Spielberg e quella subita da Napoleone a Sant’Elena diventa il tramite per recuperarne un forte dialogo. Il poeta fu uno degli intellettuali che rimasero enormemente delusi dalle decisioni del piccolo caporale, ma venne talmente colpito dal suo fascino da sognare che lo spirito di Bonaparte venisse a fargli visita in carcere per invitarlo a sopportare le sue pene con la stessa temperanza che aveva animato ogni sua azione durante l’ultimo esilio. In questa testimonianza l’immolazione del corso in eroe romantico, pur nel risentimento per il destino cui ha condannato parte della nazione italiana, si è già pienamente compiuta.
Circa mezzo secolo fa John Percivale Taylor, il più grande storico inglese del secolo scorso, scoprì con grande stupore che nel mondo erano stati pubblicati più libri su Napoleone che su qualsiasi altro essere vivente. Annoverò con meraviglia cica duecentomila titoli pubblicati verso la fine dell’Ottocento e, attualmente, dovrebbero essere più o meno 750 mila in qualche decina di lingue; cifre da capogiro, ma si tratta di un computo approssimativo perché nessuno ritenta il calcolo da molto tempo. Quella dell’epopea napoleonica non è più una storia, ma la vicenda di una figura che, a duecento anni dalla morte, si conferma come fenomeno sociologico che vince la sfida contro il tempo.
A suggellare il trionfo sui posteri è il geniale e folgorante intuito comunicativo con cui promosse la sua immagine, nelle dinamiche che lo resero rappresentante di se stesso.


Napoleone è in effetti stato uno dei primi ad utilizzare il merchandising, accompagnato da una moderna e straordinaria visione della leadership. Fenomeno che si potrebbe accostare alle attuali strategie di comunicazione promozionale. Ma qualsiasi campagna di marketing, senza contenuti adeguati, non regge alla distanza, tanto più al peso della storia.
La metaforica immagine che Bonaparte maturò dell’opinione pubblica è quella di una potenza invisibile, misteriosa e insondabile, a cui nulla resiste. Signore della guerra, sembra avere, alla fine, nel rapporto con le masse un legame che il sociologo Roberto Race definì simile a quello di Socrate col suo demone.
Sensibile agli umori del suo tempo, sagace interprete delle esigenze comuni, il Napoleone maturo aveva abbandonato i geniali sogni della giovinezza per rivestire i panni del capo. Sogni che rievoca alla fine della sua parabola, trasformandoli in rimpianti che si alternano al demone dell’azione, impulso coniugato alla drammatica consapevolezza di rappresentare il primo e l’ultimo eroe di una “generazione perduta”, come osserva Chateaubriand. Smarrita e condannata al fluire un’eredità ideologica di cui non riesce ancora capacitarsi. In seguito a quel torrente umano nessuna classe dirigente avrebbe potuto godere degli assetti sociali dell’impero. E, in questo senso, il primato di un’azione possibile sull’inerzia di una prigionia dorata non era scontato, se misurato su impulsi di velleità individuali.
Ma, a sant’Elena, l’”azione possibile”, non poteva sussistere. Convinto di essere stato ingannato e tradito, persuaso di aver subito un affronto fatto alla Francia prima ancora che a se stesso. Il corso, nell’ultimo esilio, si ritrova definitivamente isolato dal suo campo d’azione. Vi è un solo modo per provare a scappare, questa volta: vincere sulla memoria, comunicare ai posteri. E, col Memoriale di Sant’Elena, Napoleone diventa storico di se stesso consegnandosi, in duemila pagine, alla storia.

Dall’opera di Las Cases si sortisce una lettura contrapposta a quella filtrata dalle aristocrazie europee. L’autore del Memoriale, pur assolvendo al ruolo di modesto comprimario e non riuscendo spesso a capacitarsi della portata delle valutazioni e delle impressioni del sovrano decaduto, precisa un dettaglio illuminante e sconvolgente della persona che ha di fronte. La cesura netta tra la dimensione della stasi isolana e l’intensità d’azione di cui era protagonista implacabile e magistrale, dilata il tempo della narrazione, accellera in Napoleone la percezione del passato. “[…]Come fossero già passati trecento anni, racconti e osservazioni hanno il linguaggio dei secoli”, osserva Las Cases. E, in altra parte, è lo stesso Napoleone a sottolinearlo: “[…] Voi e io siamo già dell’altro mondo, noi stiamo conversando nei Campi Elisi: voi non avete particolari interessi, e io non posso trovare diffidenza”.
È giocando su questa distanza che Napoleone potè rinnovare al mondo la sua immagine, operazione forse a lui impellente. Confezionare la sua ultima vittoria sarebbe stato necessario per contrastare il rischio che, col declino, venissero vanificate le inestimabili eredità ideologiche legate al suo nome con la svalutazione della sua figura nell’immaginario collettivo. Ai suoi occhi si trattava di una realtà che poteva essere tutt’altro che questione risolta.
Napoleone riesce a smantellare i capi d’accusa prodotti dai vincitori affermandosi -come propugnatore del neoclassicismo- da eroe romantico, consacrato dal movimento culturale più distante dalla filosofia che ne ispirava strategie e gesta. Il fenomeno, tuttavia, va oltre. Il riscatto della sua immagine investe le classi sociali più umili e gli antichi detrattori, come osserva Berenger in una suggestiva testimonianza: “Benchè ci abbia nuociuto, si dirà, il popolo ancora lo venera, sì lo venera. Parlateci di lui, ancora, parlateci di lui”. Si moltiplicano esponenzialmente i volumi sulle sue imprese; l’effetto è sortito, il rito della parabola è compiuto. A compiersi è il trionfo della leggenda dell’uomo che diventa mito.

Quando esala l’ultimo respiro, in mezzo all’Atlantico -nel suo letto da campo, riconsegna il suo nome al destino e, soprattutto, l’immagine dell’eroe moderno che ritorna da dove è emerso di fronte all’incredulità del mondo.
Negli ultimi duecento anni la letteratura, la pittura e il cinema, sembrano essersi impossessate della figura di Napoleone, esaltandola al punto da essere consacrato come l’eroe sconfitto che eclissa i vincitori col proprio tramonto. In questo caso l’immaginario viene ispirato non solo dall’ammirazione, ma anche dal senso di empatia che lo vede come un personaggio shakespeariano, col suo difetto fatale.
Sia esso l’ambizione, o qualcos’altro.

Articolo di Carlo Alberto Ghigliotto

Filosofo, autore di saggi di semiotica, estetica medievale, storia dell’arte e della filosofia. La sua attività di saggista, bibliofilo e giornalista, è legata agli studi classici maturati nelle realtà del pensiero debole e dell’etica leopardiana. Studia filosofia prestando fede alla teoria de “Il pensiero ancestrale” di Manlio Sgalambro: considera l’attività filosofica come una prassi individuale di ascetismo e atarassia; distante dalle aule universitarie e dai percorsi accademici convenzionali (ancora in parte legati all’idealismo di Croce e Gentile).

 

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