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La guerra del Vietnam e l’insorgere del dissenso popolare: il musical “Hair”

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July 28, 2020

“La chiamata alle armi significa che dei bianchi di pelle mandano dei neri di pelle a fare la guerra contro dei gialli di pelle per difendere la terra che loro hanno rubato a dei rossi di pelle”.[1]

INTRODUZIONE

La guerra del Vietnam fu un conflitto che durò dal 1955 al 1975 e che vide l’intervento statunitense dal 1965 al 1973. La guerra causò insurrezioni e manifestazioni in tutti gli USA da parte della popolazione, e il dissenso fu fomentato dai report di guerra che mostravano gli orrori del conflitto senza la censura governativa.

Tra coloro che prendevano parte al movimento pacifista ci fu il movimento hippie, nato nel 1965, le cui vicende vengono rappresentate nel musical “Hair” del 1967 (che vide la trasposizione cinematografica nel 1979). Attraverso l’amicizia di Berger e Claude è possibile vedere con precisione l’atteggiamento ribelle e sovversivo dei “figli dei fiori” nei confronti della guerra e della chiamata alle armi, e gli elementi caratteristici del movimento giovanile che caratterizzò gli anni ’60.

PARTE I: UNA GUERRA SENZA CENSURA

I media ebbero un ruolo fondamentale durante la guerra del Vietnam.

Il giornalismo di guerra, la radio e la televisione ebbero infatti la capacità di veicolare l’opinione pubblica e di mostrare per la prima volta la realtà di una guerra combattuta oltreoceano al punto che I giornalisti vennero accusati di aver orientato l’opinione pubblica in direzione antibellica. Un ruolo fondamentale lo ebbe la televisione, che negli anni ’60 si stava diffondendo capillarmente tra la popolazione, al punto che la guerra del Vietnam fu detta “the living-room war,” secondo le parole di Michael Arlen del New Yorker.

Tuttavia, il ruolo dei media mutò nel corso della guerra.

Nei primi anni del conflitto, infatti, la copertura mediatica si rivelò favorevole all’intervento bellico in Vietnam. Presentata come un intervento necessario per fermare l’effetto domino, la guerra veniva mostrata come la lotta della democrazia contro il comunismo. Fino al 1968 nei giornali di guerra e nelle immagini televisive l’orrore non era rappresentato; si parlava di patriottismo, di eroismo, del coraggio dei soldati americani contro un nemico crudele. Parliamo della prima guerra televisiva, a cui i cittadini americani (ed europei) potevano assistere da casa e partecipare alle fasi della guerra. In questa prima fase, l’eroismo americano era esaltato al punto di sfociare nella teatralità, nella lotta storica tra bene e male.

Tuttavia, la guerra del Vietnam, che il presidente Johnson aveva dichiarato essere facile e veloce, iniziò a protrarsi per le lunghe al punto che il presidente, per tranquillizzare l’opinione pubblica, nell’autunno del 1967 tenne una dichiarazione con cui annunciò che la vittoria americana era imminente. Tuttavia, pochi mesi dopo, agli inizi del 1968, gli americani vennero sconfitti pesantemente durante l’offesa del Tet: fu il punto di svolta per l’attenzione mediatica, il cui atteggiamento nei confronti del conflitto iniziò a mutare drasticamente, in direzione di un dissenso sempre più marcato. La scintilla che innescò la miccia del dissenso partì da una foto scattata durante l’offesa del Tet che mostra l’esecuzione di un civile: la foto ebbe il duplice scopo di rivelare la crudeltà di una guerra che appariva sempre più insensata, e di mostrare che l’invincibilità statunitense era solo un mito.

Nel 1968 il giornalista della CBS Walter Cronkite, inviato a Saigon (capitale del Vietnam del Sud) come reporter, parlò di un sanguinoso stallo che avrebbe visto la fine solo grazie a una negoziazione[2].

L’opinione pubblica si stava ormai convincendo che gli USA avrebbero perso la guerra.

Il giornalismo, pur mantenendo la tradizionale obiettività, iniziò a farsi più aggressivo nei confronti della guerra, e cominciarono a comparire interviste a reduci e militari che parlavano di insoddisfazione e risentimento. La televisione aveva intanto ormai abbandonato la campagna patriottica. Il dissenso era ormai dilagato in tutti gli USA, e i media dovevano tener conto delle voci degli oppositori. L’emancipazione della televisione portò alla comparsa di immagini sempre più frequenti sulla verità della guerra, sulle vittime, e sui bombardamenti e torture dei civili da parte dei Marines: il favore dell’opinione pubblica stava scomparendo quasi del tutto.

PARTE II: LA GUERRA: “IL VERO NEMICO DEI POVERI”[3]

Tuttavia, non fu solo l’intervento dei media a dirottare l’opinione pubblica verso un’ostilità nei confronti della guerra. La guerra del Vietnam si svolse infatti nel periodo della contestazione che, quasi in contemporanea al ’68 europeo, portò a un incremento del dissenso da parte di giovani e pacifisti.

Già nel novembre del 1965 Norman Morrison e Roger Allen LaPorte, a pochi giorni di distanza, si diedero fuoco davanti al Pentagono e al palazzo delle Nazioni Unite. Un mese prima, il 15 ottobre 1965, il “Comitato di coordinamento nazionale per la fine della guerra in Vietnam”, organizzazione studentesca, diede fuoco pubblicamente alle cartoline di leva.

I movimenti di protesta nacquero nelle università, prima tra tutte Berkley, in California, e portarono alla formazione di gruppi giovanili pacifisti, tra cui il movimento hippie, formatosi nel 1965 a San Francisco sotto il motto “Peace and Love”. Gli hippie erano un gruppo dichiaratamente antimilitarista e pacifista, che portava avanti proteste per i diritti civili, per l’uguaglianza di genere e razza, per l’amore libero, per una stampa libera e per un’attenzione all’energia alternativa. L’attività di protesta dei “figli dei fiori” dilagò in breve tempo in tutti gli USA, raggiungendo l’occidente, e spingendo sempre più giovani ad unirsi alle loro attività.

Nel corso del tempo ai movimenti pacifisti e giovanili si aggiunsero i veterani di guerra, che fornirono informazioni di prima mano sulla situazione vietnamita.

I motivi alla base dell’opposizione alla guerra del Vietnam erano molteplici, primo fra tutti l’idea che il conflitto distruggesse ogni possibilità di indipendenza vietnamita; la guerra inoltre veniva vista come insensata, che avrebbe causato migliaia di morti per un conflitto che non riguardava gli USA direttamente. Gli obiettivi della guerra, inoltre, non erano ben definiti.

Ma vi erano problematiche già a partire dall’arruolamento: il governo non aveva infatti stabilito una direttiva generale per il reclutamento dei ragazzi, pertanto non tutti i giovani di leva furono chiamati alle armi. Erano gli uffici locali a occuparsi del reclutamento, cosa che portò ad arruolamenti decisi su basi arbitrarie. Per sottrarvisi molti giovani si sposarono, si iscrissero all’università, corruppero medici per attestare problemi di salute e mentali, al punto che chi andò effettivamente in guerra furono tutti coloro che non potevano permettersi un certificato falso, o l’iscrizione all’università. Tra i combattenti, un numero rilevante era occupato da neri e ispanici.

Il 21 ottobre 1967 vi fu la prima grande manifestazione pacifica organizzata al Lincoln Memorial di Washington, con più di 100.000 partecipanti. La manifestazione si protrasse per due giorni, e durante la marcia verso il Pentagono vi furono diversi scontri con le forze dell’ordine.

Nell’agosto del 1968, quando la guerra stava ormai suscitando dissenso nella maggior parte della popolazione e il servizio militare era stato allargato ai diciannovenni, vi fu il raduno pacifista più famoso a livello mondiale: il festival di Woodstock, nello stato di New York, che ospitò più di 500.000 persone.

Le “attività antiamericane” furono boicottate sin dall’inizio, ma con scarsi risultati, da parte del governo statunitense. Alla manifestazione di Washington 683 persone vennero arrestate. Tuttavia, risultava sempre più difficile contrastare l’ondata di dissenso.

Nel frattempo, manifestazioni contro la guerra avevano preso piede anche fuori dagli Stati Uniti al grido di “Yankee go home”.

PARTE III: “GIVE ME A HEAD WITH HAIR”

4.1 Dal musical al film

“Hair” vide il debutto sul palco del Joseph Papp Public Theater nel 1967, ideato da James Rado e Gerome Ragni, con l’obiettivo di portare in scena la controcultura del tempo, primo fra tutti il movimento hippie.

Protagonisti sono un gruppo di giovani hippie che, negli anni della guerra del Vietnam, ricevono la cartolina di leva. Claude e George, personaggi principali della storia, si fanno portavoce delle inquietudini, dell’evasione da una società che non li accetta data dalle sostanze allucinogene simbolo degli anni ’60, e dell’amore libero vissuto senza pregiudizio o condanna con Sheila. Tuttavia Claude, il più convinto della missione antimilitarista, comincia a nutrire sempre più dubbi in proposito, al punto di decidere di partecipare all’arruolamento e di partire per il Vietnam, dove morirà.

Dodici anni dopo il regista Forman decise di realizzare la trasposizione cinematografica, in un’epoca che però non era più intrisa dei movimenti pacifisti e sessantottini. La trama infatti si focalizza sul movimento hippie, sulle discriminazioni sociali e razziali e sulla guerra del Vietnam, senza tuttavia analizzare con la stessa profondità di Rado e Ragni il turbamento interiore di Claude che lo spingerà a presentarsi all’arruolamento. Anzi, Claude non è nemmeno membro della comunità hippie, ma è un giovane ragazzo del mid-west che, ricevuta la cartolina, si presenta a New York e in Central Park conosce un gruppo hippie il cui leader “capellone”, Berger, prova a mostrargli i motivi per cui non deve partire per la guerra. Tuttavia, alla fine sarà proprio Berger a partire, a causa di un disguido, e a morire in Vietnam.

La differenza tra i due musical a livello di critica e messaggio è molto evidente: il musical di Broadway infatti presenta una critica alla società americana, che manda a morire dei giovani in una guerra che non li riguarda. L’obiettivo era infatti scuotere l’opinione pubblica, in particolare le classi borghesi che parteggiavano per l’intervento bellico in Vietnam, e suscitare un sentimento di rabbia nei confronti del governo. Claude, forte sostenitore della causa pacifista, arriva al punto di credere nella guerra che il governo mostra come giusta e necessaria per sconfiggere il comunismo, ma viene tradito da quelle stesse promesse di vittoria e viene ucciso, come tutti gli altri giovani che si sono recati in Vietnam carichi di false speranze e false promesse.

Il film del 1979, invece, si limita a ricostruire i fondamenti di un movimento pacifista e, pur mantenendo il sentimento di ingiustizia e di protesta, si concentra molto di più sul divertimento dei giovani che sul sentimento di angoscia e ribellione nei confronti della chiamata alle armi. Per tale motivo gli stessi Rado e Ragni accusarono Forman di aver tradito il senso originale del musical, un senso che però, sei anni dopo l’uscita degli Stati Uniti dalla guerra, non era più così forte nel pensiero comune: si passa pertanto da un’opera fortemente critica della contemporaneità a una che si limita a una ricostruzione storica (ma comunque attendibile) con una presa di posizione nei confronti del conflitto.

4.2 “Hair”: l’attendibilità storica e culturale

I gruppi hippie erano fortemente convinti che la società in cui vivevano, caratterizzata dalla guerra, dall’odio razziale e dalle differenze di classe, sarebbe stata sostituita da una moderna, portatrice di pace e serenità in tutto il mondo: è la fase dell’Acquario, secondo la cultura indiana, a cui il movimento hippie si rifaceva. E gli hippie si autoproclamavano la generazione dell’Acquario, che avrebbe vissuto il passaggio da una fase all’altra. È proprio con questo appello che il musical si apre, con la speranza di un futuro migliore.

E la stessa speranza persiste anche nella canzone finale: il protagonista è morto, la guerra si è rivelata una carneficina priva di senso, eppure i ragazzi intonano “Let the sunshine in”, per invitare il mondo ad accogliere una luce che conduca verso una nuova speranza.

Il gruppo si presenta bruciando le cartoline di leva: è la miccia che innesca l’esplosivo della rivoluzione giovanile. Lo stesso Berger dichiara: “La cartolina di leva non ce l’ho, l’ho bruciata”.

Ma il rifiuto della “dirty little war[4]” non si ferma qui: le canzoni del gruppo sottolineano infatti con enfasi come lo stile di vita hippie porti a un rifiuto della società e anche della propria famiglia (“Marie loved his son, why don’t my mother love me?[5]), a non avere soldi, cultura, un lavoro, ma anche a non avere “uniforms, machine guns, airplanes, air force, bombs”[6]. Tuttavia, è proprio la gente più povera a dover combattere per consentire alle persone più agiate di continuare il proprio stile di vita, nonostante non ci siano differenze tra loro: “I got headaches and toothaches and bad times too like you[7], parole che sottolineano che gli esseri umani sono tutti uguali, indipendentemente dalla quantità di denaro di cui dispongono.

Infine, il musical si concentra sullo sconforto dei soldati che, pur avendo accettato di arruolarsi e andare a combattere, si chiedono il perché, e se sia giusto quello che stanno facendo: “Where will they lead me and will I ever discover why I live and die?[8]. Una disperazione che non trova consolazione, perché queste domande rimangono senza risposta, e la morte sembra essere l’unica via possibile, che sia la propria o quella del nemico.

Oltre alla guerra, una critica viene anche mossa alla società americana che, con ipocrisia, finge di accettare la popolazione di colore ma senza considerarla alla pari dei bianchi:

“I’m a nigger, shoeshine boy, elevator operator, slave vodoo, resident of Harlem[9] e al conservatorismo, che non accetta i “capelloni” e l’idea di amore libero e di nudità.

Per concludere, i due musical, con le loro differenze, offrono uno spaccato dettagliato sulla cultura hippie negli anni della guerra del Vietnam. Che di ricostruzione storica o di narrazione critica si tratti, entrambe le versioni permettono di avvicinare il pubblico a un movimento che offre un punto di vista totalmente alternativo al pensiero comune imposto dal regime: un sentimento di fratellanza, amicizia, pacifismo, con l’obiettivo di costruire insieme una società nuova e senza guerre.

CONCLUSIONI

La guerra del Vietnam fu un conflitto che causò un forte dissenso nella popolazione statunitense, in particolar modo nei gruppi giovanili pacifisti, rappresentanti di una controcultura che nel giro di poco si sarebbe espansa in tutto l’Occidente. La forte ondata di dissenso, incrementata dai report di guerra che per la prima volta mostrarono immagini e dichiarazioni non censurate dal governo, unita alle sconfitte e alle tensioni che si stavano creando con il Vietnam del Sud e nel paese, portarono il presidente Nixon a chiedere l’uscita dalla guerra.

Gli anni del conflitto furono fondamentali per plasmare l’immagine degli Stati Uniti davanti all’opinione pubblica, quella di una superpotenza sconfitta da una resistenza popolare. A ciò si unì la consapevolezza dei movimenti e dei gruppi pacifisti del potere e della libertà che si erano guadagnati durante il periodo della guerra, e che germogliò negli anni successivi.

Per ultimo, ebbero un ruolo fondamentale il giornalismo e la televisione, che per la prima volta raccontarono il conflitto in maniera oggettiva e con informazioni ottenute direttamente sul campo, un ruolo che cambierà per sempre l’assetto del giornalismo di guerra.

 Articolo di Michela Bianco

Laureata triennale in Scienze della Mediazione Linguistica presso l’Università degli Studi di Torino con una tesi dal titolo “Le fiabe russe e il rito di iniziazione: Analisi della correlazione tra fiaba e rito attraverso l’evoluzione storica e sociale”.

Da sempre appassionata di narrativa e scrittura creativa ha visto la pubblicazione del suo primo romanzo dal titolo “The sound of silence” presso la casa editrice Dario Abate Editore, nel dicembre del 2017.

 

Bibliografia

-Sabbatucci G., Vidotto V., (2004), Il mondo contemporaneo dal 1848 a oggi, Laterza

– Forman M., (1979), Hair, il musical

Sitografia

http://www.difesa.it/SMD_/CASD/IM/CeMISS/Pubblicazioni/Documents/80005_Mass_medipdf.pdf

https://www.washingtonpost.com/national/did-the-news-media-led-by-walter-cronkite-lose-the-war-in-vietnam/2018/05/25/a5b3e098-495e-11e8-827e-190efaf1f1ee_story.html

https://www.ilpost.it/2015/05/01/40-anni-guerra-vietnam/

-https://noemalab.eu/wp-content/uploads/2011/10/nozzi.pdf

-https://www.tesionline.it/appunti/i-media-e-la-politica-internazionale-/la-guerra-in-vietnam-al-cinema/508/29

https://storicamente.org/sessantotto-casilio_link3

https://albainformazione.wordpress.com/2015/07/19/i-movimenti-contro-la-guerra-in-vietnam/

https://lavocedileonardoblog.wordpress.com/2016/08/03/cultura-art-la-cultura-hippie-ed-il-movimento-sessantottino/

https://sociologicamente.it/gli-hippie-una-generazione-che-non-ha-mai-smesso-di-far-parlare-di-se/

https://www.britannica.com/topic/Pentagon-Papers

https://www.nytimes.com/2018/02/28/opinion/walter-cronkite-vietnam-war.html

https://kinginstitute.stanford.edu/king-papers/documents/beyond-vietnam

https://www.corriere.it/esteri/18_gennaio_30/cinquant-anni-fa-foto-saigon-che-cambio-guerra-vietnam-af81d686-0587-11e8-b2bd-b642cbae90d8.shtml

-https://webradio.radioinblu.it/2018/02/04/la-storia-del-musical-teatro-e-cinema-da-offenbach-alla-musica-pop-di-luca-cerchiari/

-https://robertocamporini.files.wordpress.com/2013/03/il-musical.pdf

Note

[1][1] Frase dal film “Hair” di Forman, 1979

[2] “It seems now more certain than ever that the bloody experience of Vietnam is to end in a stalemate . . . [I]t is increasingly clear to this reporter that the only rational way out then will be to negotiate, not as victors, but as an honorable people who lived up to their pledge to defend democracy, and did the best they could.”

Dal discorso di W. Cronkite a CBS News, 27 Febbraio 1968.

[3]“An enemy of the poor”.

Dal discorso di Martin Luther King, New York, 4 aprile 1967

[4] “Sporca piccola guerra”. Dalla canzone “three-five-zero-zero”.

[5] “Maria amava suo figlio, perché mia madre non mi ama?”. Dalla canzone “Hair”.

[6] “Uniformi, mitragliatrici, areoplani, aviazione, bombe”.  Dalla canzone “Ain’t got no”.

[7] “Ho anche io mal di testa, mal di denti e giornate no, proprio come te”. Dalla canzone “I got life”.

[8] “Dove mi condurranno, e scoprirò mai perché vivo e perché muoio?”. Dalla canzone “Where do I go”.

[9] “Sono un nero, lustro scarpe, aggiusto ascensori, sono uno schiavo Vodoo, vivo ad Harlem”. Dalla canzone “Colored spade”.

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