Filosofia L'ultimo argonauta

L’ultimo Argonauta

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August 15, 2020

Sto iniziando una rubrica. L’appuntamento mensile corrode, mi è accaduto altre volte in passato e ho sempre avuto la solerzia di trascurarlo o di smettere nel giro di un anno.
L’intitolo all’ultimo Argonauta, riferendosi direttamente all’impresa della mitologia greca, si rifà a Teseo, l’eroe che è da sempre in una posizione di attesa nell’elenco degli Argonauti perché, stando alle Argonautiche di Apollonio Rodio, non prese parte alla spedizione. Ed è perciò, tradizionalmente, infondo alla lista. Quindi, perché l’ultimo argonauta? Perché a Teseo è legata una potente idea di immortalità.


Gli ateniesi avevano conservato la nave di Teseo per circa mille anni continuando a sostituire al legno che man mano marciva del fasciame nuovo e sano. Perciò, in seguito, i filosofi usavano riferirsi sempre a questo mezzo nei loro dibattiti, sull’accrescimento delle cose, così che alcuni ritenevano che fosse e restasse la stessa nave, altri, al contrario, che fosse ormai una nave completamente diversa”. Scrive Plutarco accendendo sentimenti filologici presocratici e aprendo, tra le tante, una riflessione riguardo i cambiamenti letterari. L’immagine si presta come metafora del dibattito che lega indissolubilmente la letteratura all’imprescindibile contingenza temporale del delicato equilibrio interpretativo.

Plutarco.

Lo stesso fenomeno di secolarizzazione vale per le dottrine filosofiche che passano dall’essere al principio una descrizione verosimile dell’universo sino a coagularsi in un capitolo, un paragrafo, un nome nella storia della filosofia in tensione con nuove correnti. Il primo episodio di lotta generazionale in cui appare esplicitamente il termine “modernus” non si ha nell’ambito letterario, bensì in quello filosofico. Se il primo Medioevo si era rivolto, come alle sue fonti filosofiche primarie, a testi del tardo neoplatonismo, quando entrano in circolo i testi scolastici si parla di “Logica nova” (sino ad arrivare al lascito di sollecitazione metafisica più vivace del pensiero medievale definito, con orgoglio innovatore, “Logica modernorum”). La storia dei nani e dei giganti mi ha sempre affascinato, anche se si tratta solo di un capitolo di quella millenaria polemica tra padri e figli, un conflitto che può anche assumere forme non violente -ma non per questo meno tragiche. Cam non perdona a Noè un poco di vino dopo tanta acqua, al che come è noto Noè reagisce con un’esclusione di stampo razzista, esiliando il figlio irrispettoso in paesi “in via di sviluppo”. Direi che alcune migliaia di anni di schiavismo e fame endemica per una sbertucciata al papà che aveva alzato il gomito sono troppi. Si consideri anche l’accettazione di Abramo nel togliere di mezzo Isacco senza esitazioni –il figlio moriva sgozzato e lui si guadagnava la benevolenza di Iahvè; ditemi se l’uomo si comportava secondo i nostri canoni morali. Fortuna che Iahvè stava scherzando sul parricidio, ma Abramo non lo sapeva. Lotta simmetrica è quella secentesca da cui mutuiamo ancora oggi la formula, è vero che Perrault e Fontanelle asserivano che le opere dei contemporanei, in quanto più mature dei loro antenati, erano dunque migliori; ma la “querelle” era sorta e si era già alimentata a dismisura perché contro i nuovi si ergevano, autorevolissimi, Boileau e tutti coloro che erano a favore di un’imitazione degli antichi. Perché agli innovatori si oppongono sempre i “laudatores temporis acti”, e molte volte l’elogio della novità e della rottura col passato nasce proprio come reazione allo stagno del conservatorismo dilagante. Se ai nostri tempi ci sono stati i poeti Novissimi, tutti abbiamo studiato a scuola che duemila anni prima c’erano stati i “poetae novi”. Ai tempi di Catullo la parola “modernus” non esisteva ancora, ma “novi” si dicevano i poeti che si richiamavano alla lirica greca per opporsi alla tradizione latina. Ovidio nell’Ars amatoria (III, 121 sgg.) diceva “prisca iuvent alios [lascio il passato agli altri] ego me nunc denique natus gratulor; haec aetas moribus acta meis [io sono fiero di essere nato oggi perché questo tempo mi si confà, perché è così raffinato e non rustico come le epoche passate]”.

Quando si affievolisce il ricordo delle grandezze passate, e ne sopravvivono vestigia combuste e fatiscenti, l’innovazione s’insatura, anche senza che gli innovatori se ne rendano conto. Si affermano poi le lingue europee che fanno, forse, del V secolo l’evento più innovativo e travolgente degli ultimi duemila anni. Quando emerge col latino medievale un forte segno di orgoglio innovativo nasce la consapevolezza della novità. Con ben diversa consapevolezza della propria impresa e dignità, secoli dopo Dante si considererà innovatore in quanto inventore di un nuovo volgare. Ma a parte alcuni casi citati, nel Medioevo si usava asserire in riferimento alle posizione dell’auctoritas precedente e, se si sospettava che essa non sposasse la nuova idea, si provvedeva a manipolare la testimonianza perché l’auctoritas, come diceva Alano di Lilla, ha un naso di cera. Oggi nuove proposte di esercizi nostaligici rendono transgenerazionali tutti i modelli che la storia ricordi e anche quella che pare l’ultima frontiera delle differenza, nella misura in cui le differenze divengono modelli universali, viene universalmente proposta dai media come influenza transgenerazionale. Perché allora i padri dovrebbero ancora divorare i loro figli, perché i figli dovrebbero ancora uccidere i padri? Il rischio è che in un’innovazione ininterrotta e ininterrottamente accettata da tutti, schiere di nani siedano sulle spalle di altri nani. D’altra parte, siamo realisti, in un’epoca normale ci dovrebbe essere il ricambio generazionale e molti degli attuali intellettuali o cosiddetti opinionisti dovrebbero essere già in pensione da una ventina d’anni. Quando il principio stesso di parricidio è in crisi, “mala tempora currunt”.
Ma forse nell’ombra già si aggirano giganti, ancora all’oscuro dai più, pronti a sedere sulle spalle di noi nani.

Articolo di Carlo Alberto Ghigliotto

Filosofo, autore di saggi di semiotica, estetica medievale, storia dell’arte e della filosofia. La sua attività di saggista, bibliofilo e giornalista, è legata agli studi classici maturati nelle realtà del pensiero debole e dell’etica leopardiana. Studia filosofia prestando fede alla teoria de “Il pensiero ancestrale” di Manlio Sgalambro: considera l’attività filosofica come una prassi individuale di ascetismo e atarassia; distante dalle aule universitarie e dai percorsi accademici convenzionali (ancora in parte legati all’idealismo di Croce e Gentile).

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