Riflessioni

Maestri che ridono

on
September 10, 2020

Chi ride deve anche essere figlio di una situazione, accettarla in toto, quasi amarla, e quindi, da figlio infame, farle uno sberleffo.
Ciò che esce indenne dal riso è valido, quello che crolla doveva morire.
E quindi il riso, l’ironia, la beffa, il marameo, il fare il verso, il prendere a gabbo, è alla fine un servizio reso alla cosa derisa, come per salvare la dignità di quello che resiste, nonostante tutto, alla critica interna.
Il resto poteva e doveva cadere. Un fenomeno simile è avvenuto nella letteratura recente, nel punto di rottura col secolo scorso e i suoi grandi miti.
Taluni Classici del Novecento (Proust, Eliot, Musil, Fitzgerald, Bulgakov) suscitano decenni di piacere, e saggistica elevata. Altri (come Heidegger, Pound, Dalí) provocano pettegolezzi meschini, o senso del dovere. Forse fu solo Umberto Eco, al culmine del successo del Nome della rosa, che avrebbe dovuto scoppiare in una grande risata liberatoria – «ve l’ho fatta!» – coerente sia con la perduta comicità dei Greci, sia con le provocazioni delle avanguardie storiche, o di qualche filosofo illustre contemporaneo. Avrebbe sicuro fatto ancora più dispetto agli invidiosi. Ci saremmo tutti divertiti di più.
Ma Eco si è trovato a operare in una congiuntura storico-culturale interessante e disperata. Scomparsi i maestri ‘maggiori’ del nostro secolo, occorreva proseguire come fa la pittura dopo Matisse e Picasso, come la musica dopo Schönberg e Stravinskij (era già successo un secolo fa: non ci sono più Leopardi e Manzoni? Come non detto). Però le contestazioni intorno al ’68 avevano colpito a morte la letteratura, allontanando i giovani più promettenti fra ideologie effimere e scienze passeggere.
Gli scrittori più fini, come Hugo von Hofmannsthal nella Lettera di Lord Chandos, avevano già previsto quel trauma da decenni, con la saviezza stremata dei patrizi aztechi e veneziani che ‘sentirono’ con molto anticipo l’arrivo degli spagnoli e di Napoleone. «Mi divenne a poco a poco impossibile trattare un tema alto o comune servendomi di quelle parole, di cui pure tutti gli uomini senza riflettere usano servirsi correntemente».
Sono interruzioni fatali, quando una generazione smette di praticare un’arte, dal balletto al football alla sartoria. E dodici anni saranno pochi: però, ad esempio, il cinema tedesco non ha mai più recuperato il ‘know-how’ perduto fra il ’33 e il ’45.
Inoltre, in un sistema educativo di robot che fanno lezione agli zombi, l’invenzione letteraria già creativa era sostituita da manuali di ricette per confezionare surrogati di narrativa, poesia, erotismo, umorismo, giornalismo, enigmistica, ecc. E la pratica dei vari generi ai diversi livelli produce una moltiplicazione di linguaggi, mai uno stile.
Italo Calvino fu tra i primi a venir turbato dall’immensa nuova utenza dell’università di massa, come quei piccoli maestri che venivano improvvisamente eletti papi, e alla fumata bianca seguivano le gravose pratiche della Segreteria di Stato. Eco si trovò piuttosto di fronte una rottura di poteri come la Rivoluzione francese o la cinese: la distruzione dei libri, delle immagini, delle abbazie e cattedre, degli istituti del Sapere.
Dovette dunque sobbarcarsi la rivalutazione delle abbazie e delle cattedre, come misura urgente. Ricordate quella generazione che vomitava la cultura e le lettere, e desiderava le rivoluzioni, o almeno la politica, o quanto meno il dibattito, e magari gli assessorati con tante tavole rotonde, e dunque si sfogò non con le armi ma con la convegnistica?
Qui Eco ristabilì la ricerca operativa di Carducci. Non già rivolgersi come D’Annunzio e Moravia alle signore piccolo-borghesi che nell’imminenza delle vacanze domandano «e allora, Maestro, che nuove porcherie ci ha preparato di bello?». Si indirizza piuttosto, da una cattedra dotta, a un ‘target’ di consumatori laureandi e laureati nell’università globale, che sanno un poco di latino e di scienze, e si tirano dietro le scuole medie e magari le famiglie. Costruisce oggetti complessi che fanno un po’ paura agli incolti. Il resto è Storia.

Riflessione di Carlo Alberto Ghigliotto

Filosofo, autore di saggi di semiotica, estetica medievale, storia dell’arte e della filosofia. La sua attività di saggista, bibliofilo e giornalista, è legata agli studi classici maturati nelle realtà del pensiero debole e dell’etica leopardiana. Studia filosofia prestando fede alla teoria de “Il pensiero ancestrale” di Manlio Sgalambro: considera l’attività filosofica come una prassi individuale di ascetismo e atarassia; distante dalle aule universitarie e dai percorsi accademici convenzionali (ancora in parte legati all’idealismo di Croce e Gentile).

 

TAGS
RELATED POSTS

LEAVE A COMMENT