Riflessioni

A mente fredda

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September 22, 2020

Mi rendo conto del fatto che, secondo un’opinione corrente, ho scritto in questa sede alcuni testi etichettabili come scientifici (o accademici o teorici) e alcuni altri che si possono invece definire creativi. Ma non credo in una distinzione così netta. Credo che Aristotele fosse creativo quanto Sofocle, e Kant quanto Goethe. Non c’è alcuna differenza ontologica misteriosa tra questi due modi di scrivere, nonostante le molte e illustri “Difese della poesia”. Le differenze stanno anzitutto nell’atteggiamento proposizionale degli scrittori, per quanto questa loro attitudine sia normalmente resa evidente da artifici testuali, diventando in tal modo l’atteggiamento proposizionale dei testi stessi.
Quando scrivo un testo teorico cerco di raggiungere, a partire da una massa sconnessa di esperienze, una conclusione coerente e propongo questa conclusione ai miei lettori. Se essi non si mostrano d’accordo, o se ho l’impressione che l’abbiano fraintesa, ecco che reagisco sfidando l’interpretazione del lettore. Quando scrivo un testo creativo, invece, per quanto parta (probabilmente) dalla stessa massa di esperienze, mi rendo conto che non cerco di imporre una conclusione: metto in scena un gioco di contraddizioni. Il fatto di non imporre una conclusione non dipende dal fatto che non ce ne sia una; al contrario, ci sono molte conclusioni possibili (e ognuna di queste è di frequente incarnata da uno o più argomentazioni). Mi trattengo dall’imporre una scelta non perché non voglia scegliere, ma perché il compito di un testo creativo è quello di esibire la pluralità contraddittoria delle sue conclusioni, lasciando liberi i lettori di scegliere o di decidere che non c’è alcuna scelta possibile. In questo senso un testo creativo è sempre un’opera perennemente aperta. Il ruolo particolare svolto dal linguaggio nei testi creativi – che in un certo senso sono meno traducibili di quelli scientifici – è proprio dovuto alla necessità che la conclusione resti sospesa, che i pregiudizi dell’autore siano sfumati grazie all’ambiguità del linguaggio e all’impalpabilità di un senso finale. Ho sfidato l’asserzione di Valéry secondo cui “il n’y a pas de vrai sens d’un texte”, ma accetto l’affermazione che un testo possa avere molti sensi. Rifiuto invece quella che un testo possa avere ogni senso.

Riflessione di Carlo Alberto Ghigliotto

Filosofo, autore di saggi di semiotica, estetica medievale, storia dell’arte e della filosofia. La sua attività di saggista, bibliofilo e giornalista, è legata agli studi classici maturati nelle realtà del pensiero debole e dell’etica leopardiana. Studia filosofia prestando fede alla teoria de “Il pensiero ancestrale” di Manlio Sgalambro: considera l’attività filosofica come una prassi individuale di ascetismo e atarassia; distante dalle aule universitarie e dai percorsi accademici convenzionali (ancora in parte legati all’idealismo di Croce e Gentile).

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