Scrittori emergenti

In piedi sulla grande scogliera

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September 26, 2020

In piedi sulla grande scogliera l’Uomo contemplava, lancia ben stretta in pugno, la tempesta che gli Dei gli scatenavano contro a riprova della loro supremazia. L’ Uomo, essere di carne mortale, contemplava in assoluto silenzio. I fulmini, il vento, il fragore del tuono divino gli urlavano, ancora una volta, la sua condizione di inferiorità, la sua debolezza. Esposto alla forza distruttrice della furia divina, l’Uomo contemplava, lancia ben stretta in pugno, in piedi sulla grande scogliera.
Gli Dei, creature immortali capaci di padroneggiare gli elementi, si dividevano nei più svariati pareri riguardo a questo essere chiamato uomo. Lo avevano creato loro, forse. Troppo tempo era passato da quello che poteva essere stato semplicemente un gioco, un passatempo. In fin dei conti gli Dei si sono sempre considerati come i creatori, i padroni del cosmo. Eppure, era da tanto tempo che non assistevano ad un tentativo di ascesa così rapido. Questa creatura chiamata Uomo era cresciuta in fretta attirando la loro attenzione. Si era dimostrato forte, intelligente, caparbio e fin troppo promiscuo. Vi è stato un tempo in cui gli Dei assunsero le sembianze mortali dell’Uomo per accoppiarsi con esso. Il frutto che ne nacque generò quello che ora gli uomini chiamano “L’era degli eroi”. I più sapienti tra loro ancora oggi celebrano le qualità di questi mezzosangue dallo spirito indomito che forgiarono nazioni, imperi e nuovi culti. Ma cosa sono queste imprese agli occhi di un Dio?

Passarono decadi, forse secoli. Gli uomini continuarono a dominare quella stella lontana. Nelle sale celesti adornate da pareti di stelle, gli esseri divini contemplavano l’Uomo e la sua forma. Alcuni di loro si domandarono che farne di questo essere mortale. Molti creatori sostenevano la non ingerenza. In fondo che minaccia poteva mai rappresentare? Un solo colpo di luce dal Grande Carro e dell’Uomo e della sua smisurata ambizione non sarebbe rimasto altro che un mucchio di cenere. Durante l’assemblea uno di loro, il signore degli elementi primigeni, propose di far comprendere al piccolo essere cosa significasse possedere il vero potere. Non vi era bisogno di colpire quel pianeta così rigoglioso di vita. Avrebbero, invece, colpito dritto al cuore le ambizioni di quel primate che ora si ergeva impavido. Gli avrebbero fatto comprendere quale fosse il destino di chi osasse sfidare le leggi divine. E così avvenne.
Al di sopra di quello spazio che gli uomini chiamano oceano, Elmex, il signore degli elementi primi, chiamò a raccolta le forze di cui era composta la sua stessa essenza. In pochi istanti l’arco celeste divenne scuro e il fragore del tuono si disperse per tutta la terra. Una tempesta di fulmini e saette danzava tra la pioggia che incessante cadde sopra l’essere mortale. Gli uomini radunati in falangi ai piedi della Grande Scogliera assistettero alla potenza del Dio. Gli antichi temevano Elmex, considerando le catastrofi naturali una manifestazione della sua furia divina. Dall’alto della sua potenza, il Dio abbassò lo sguardo e scrutò la massa di uomini radunata ai piedi della Grande Scogliera. Rise. Dopo si rivolse direttamente all’uomo che, lancia ben stretta in pugno, rimaneva impassibile.
“Non puoi vincere piccolo uomo. Inginocchiati dinanzi a noi, sottomettiti e avrai salva la vita. Edifica templi in nostro nome, veneraci. Obbedisci alla nostra forza e potrai continuare la tua vita. Ribellati al nostro comando e verrai spazzato via”.
Gonfi di gloria, sicuri della loro potenza, gli Dei pregustavano la naturale genuflessione dell’essere mortale. Chi avrebbe osato mettersi contro i signori celesti portatori della vita stessa? Quale forma avrebbe mai posseduto la forza necessaria per disobbedire anche solo ad un loro capriccio?
L’uomo non disse nulla, rimase immobile, in piedi sulla grande scogliera in balia della furia degli elementi. In assoluto silenzio rimaneva ad osservare, lancia ben stretta in pugno, la potenza divina.

L’Uomo. Bizzarra creatura dai mille volti. Molto debole da solo mostra la sua vera potenza quando unisce le forze. E quanta arroganza fuoriusciva da quel suo piccolo corpo. Quale alta considerazione aveva di sé. E la morte, il destino che spinge ogni cosa all’oblio, era stata sconfitta con la memoria. L’uomo tramandava le gesta dei suoi antenati proiettando la sua forma verso l’infinito. Una lunga marcia inarrestabile verso le stelle, verso le vie del cosmo, verso la gloria che tanto bramava. L’uomo adorava l‘uomo in quanto essere. Per molti creatori questo era da considerarsi un crimine, un’offesa alla divinità. Ma per altri ciò lo elevava a potenziale creatore, ad un potenziale Dio.
Mentre la tempesta ed il tuono scuotevano le viscere della Terra, dall’alto del Grande Carro qualcuno cominciò a mettere in discussione chi voleva dare una dimostrazione di forza e di potenza alla mortalità. Tra questi, il più autorevole e saggio fu quello che gli uomini chiamano Zahan-Signore del flusso. Egli governa dal principio lo scorrere del tempo. Conosce il passato, il presente ed il futuro. Si alzò e prese la parola.
“Potrebbe mai l’uomo generare una stirpe in grado di raggiungere le stelle e le stanze celesti? Potrebbe mai avere in potenza la forza per sedersi un giorno a questo stesso tavolo? E se la possedesse, se dentro di sé avesse tutto il necessario per poter emergere dalla folta massa di vita inferiore ed elevarsi al grado divino, noi lo consentiremmo? Abbiamo noi il diritto di negare ad un potenziale così elevato di emergere? Abbiamo forse noi paura? Noi? Per questo vogliamo abbatterlo? Per paura? Volete forse schiacciare la sua superbia rendendolo così importante? Così facendo non avrebbe forse vinto lui? Non gli daremmo forse un fato che verrebbe ricordato nel tempo divenendo immortale? Se non si piega e noi lo spezziamo lo renderemmo degno di subire la nostra forza. E, così facendo, gli daremmo proprio la stazza di un Dio”.
Nelle stanze celesti calò il silenzio.
E così venne deciso: La dimostrazione della supremazia divina sulla mortalità venne interrotta. Mentre gli Dei tornarono sui carri celesti da quali fieramente discesero, un urlo simile ad un graffiante ruggito si elevava dalla scogliera da cui l’Uomo, lancia ben stretta in pugno, assistette impassibile.
L’eco si propagò per tutta la terra risuonando nelle corde di ogni essere umano. Sembrò un canto, un canto di guerra che celebrava la vittoria della mortalità sul divino. L’evento venne ricordato e tramandato di padre in figlio e si diffuse fino a che ogni uomo venne a conoscenza di quel che successe sopra la Grande Scogliera. I guerrieri di tutta la terra piansero lacrime che solo un figlio della tempesta può comprendere. Esse sgorgarono direttamente dal cuore immortale innalzandosi verso l’infinito. Verso le stelle.
Quel giorno l’Uomo si guadagnò la sopravvivenza agli occhi dei creatori. Quel giorno la mortalità celebrava il suo potenziale e la sua forza agli occhi divini. E sopra ogni cosa, quel giorno gli Dei riconobbero la possibilità che un giorno i discendenti di quell’ impavido anonimo uomo potessero, scoperta la loro vera natura, arrivare persino a pretendere un posto all’assemblea delle razze celesti, ossia ottenere un seggio al tavolo dei creatori.

 

Giovanni Belnome

Laureando in Storia presso l’Università degli Studi di Genova. Studente lavoratore, affamato di conoscenza, attualmente intento a realizzare una tesi di laurea Triennale riguardante il rapporto fra tecnica e kultur nel panorama tedesco dei cosiddetti rivoluzionari conservatori, con attenzione particolare alle opere di Junger. Amante delle lunghe chiaccherate appassionate, crede nel potere taumaturgico della parola.

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