La finestra sul cortile

La privacy e la dignità negate a coloro che hanno scelto di abortire

on
October 2, 2020

Se il dolore di una donna che perde il proprio bambino non fosse abbastanza, la società ci stupisce ancora una volta con il caso delle tombe con il nome delle donne scritte sulle targhe.
Una donna che abortisce, scelta che in ogni caso segna un profondo solco nella vita e nella psiche, viene a sapere che il feto è stato seppellito e sulla croce viene apposto il nome della madre (definita così, come vedremo più avanti) e la data dell’aborto.

Una storia agghiacciante per svariati motivi, primo tra tutti quello che vede la donna completamente all’oscuro di questa faccenda.
La vicenda è stata postata sui social proprio da una delle donne che si è accorta che nel cimitero Flaminio di Roma vi era una tomba con il proprio nome sopra, nonostante, tra l’altro, in seguito all’aborto terapeutico lei avesse firmato dei documenti che prevedevano la rinuncia alla sepoltura del feto e scoprendo, successivamente, che un’associazione si era occupata della sepoltura.

“A questo punto mi sembrano ovvie le riflessioni su quanto sia tutto scandalosamente assurdo, su quanto la mia privacy sia stata violata, su quanto affermare che “ci pensa il comune per beneficenza” abbia in qualche modo voluto comunicare “l’hai abbandonato e ci pensiamo noi….”, riporta il Corriere della Sera.

Il post ha ottenuto moltissime condivisioni, tanto da diventare un vero e proprio caso mediatico. L’Espresso, però, ci fornisce più informazioni sulla vicenda e ci racconta che dietro a queste azioni di sepoltura vi sono le associazioni pro – life. Prima tra tutte “Difendere la vita con Maria” nata nel 1999 e che fonda il cimitero dei “bambini mai nati”, associazione che collabora anche con l’Ospedale Pediatrico Gaslini di Genova.
Questa è solo una delle associazioni coinvolte, insieme ad ASL e ospedali, nelle sepolture (oltre 200.000 si legge sull’Espresso).

Naturalmente vi è il Regolamento della Polizia mortuaria datato 10 settembre 1999 che spiega, nell’articolo 7, come funziona la sepoltura per i “prodotti abortivi”: con una presunta età di gestazione tra le 20 e le 28 settimane e con 28 settimane di età intrauterina, vengono seppelliti con permessi rilasciati dall’unità sanitaria locale; mentre i “prodotti del concepimento”, quindi con un’età inferiore alle 20 settimane sono considerati rifiuti speciali ospedalieri e quindi non sono destinati alla sepoltura, ma possono essere seppelliti se vi è la richiesta dei genitori.
Generalmente, comunque, per i prodotti abortivi e quelli del concepimento sono i parenti o chi per essi a dover presentare, entro 24 ore dall’espulsione o dall’estrazione del feto, una richiesta di seppellimento. Quel “chi per essi” risulta essere fondamentale per le associazioni.

Le associazioni religiose intervengono proprio quando scadono le 24 ore, cosa succede allora? Gli accordi che queste associazioni hanno con gli ospedali permettono di ottenere il prodotto abortivo o del concepimento e lo seppelliscono con cerimonia religiosa. Avviene, quindi, un vero e proprio funerale con preghiere, letture e benedizioni a cui partecipa il prete, ma anche persone appartenenti alla comunità.
Come riporta The Vision, i costi delle esequie vengono sostenuti da volontari, quando vi sono dei registri viene indicato il nome “Celeste” e la data dell’aborto.
In un documento relativo ai Cimiteri Capitolini di Roma, dove l’area dedicata alla sepoltura dei bambini fino a 10 anni viene chiamata Giardino degli Angeli, viene descritto dove vengono inseriti i prodotti del concepimento che non hanno avuto un funerale. Sulla fossa viene piantata una croce in legno “su cui é riportato comunemente il nome della madre o il numero di registrazione dell’arrivo al cimitero, se richiesto espressamente dai familiari.”

Il Garante per la protezione dei dati personali ha aperto un’istruttoria perché l’esposizione del nome di una donna, senza la sua autorizzazione, in un luogo pubblico su una lapide rappresenta una violazione della privacy oltre che la diffusione di dati sensibili.
Naturalmente sia l’Ospedale San Camillo di Roma, sia AMA hanno rifiutato ogni responsabilità. L’ospedale, infatti, ha affermato che la norma sancisce che i feti siano associati al nome della madre per la strutturazione dei moduli di trasporto e sepoltura, moduli che vengono poi consegnati ad AMA nel momento in cui essa si occupa dei feti. AMA ha invece affermato che ha semplicemente svolto i soliti passi e che la croce è il simbolo che si usa normalmente e che il nome va apposto perché è necessario che vi siano delle indicazioni per coloro che sono a conoscenza della sepoltura e che quindi andranno a cercarla. Dopo il primo caso denunciato appunto sui social altre donne si sono accorte della presenza di tombe a loro nome senza che esse avessero mai dato consenso alla sepoltura e senza che ne fossero a conoscenza.

Questa storia ci mostra come venga, di fatto, intaccata la scelta delle persone in un momento già di per sé intimo e difficile. Perché non vi è solo la diffusione di dati sensibili, no, vi è anche un menefreghismo nei confronti di coloro che non vogliono seppellire il feto, scelta profondamente personale perché va a sfiorare diverse aree private come il lutto, come il vissuto dell’aborto, come il trauma legato ad esso, come il dolore che una persona può provare e va anche a legarsi alla religione, al proprio credo, alla fede che un può o non può avere.
E’ un atto molto violento, quello a cui abbiamo assistito grazie alle testimonianze di queste donne, che hanno visto il loro nome su una croce senza che fossero informate di ciò, fondamentalmente sono state le ultime a saperlo.
Senza contare che ciò che accadrà al prodotto del concepimento non viene sempre spiegato adeguatamente alla donna.
Come riporta il Post, tra l’altro, le associazioni religiose affermano di essere nel giusto perché il regolamento parla di quel “chi per essi” che li assolve da ogni responsabilità, anche perché hanno dalla loro parte strutture a cui evitano il trasporto dei prodotti abortivi poiché si recano in ospedale con i loro contenitori.
Il Post parla anche di un’associazione chiamata “L’Armata Bianca” che indica, tanto per dirne una, “bambini uccisi dall’aborto”.
Insomma, attraverso il racconto di Marta Loi siamo stati messi di fronte all’ennesima violenza e all’ennesima violazione della libertà altrui. Soprattutto su un tema dibattuto come può essere l’aborto che ancora oggi è visto come omicidio senza andare più a fondo nelle motivazioni che possono portare a prendere una decisione difficile come quella di abortire. Senza contare che prendere questa decisione non è sempre permesso, si pensi ai medici obiettori di coscienza.
Senza poi contare tutte le mozioni pro – vita che inneggiano a ideologie antiabortiste e che vengono approvate soprattutto da alcuni partiti e le associazioni religiose che serpeggiano e si inseriscono nella sanità pubblica, di per sé laica, che attaccano la libertà di scelta, la libertà di decidere del proprio corpo, della propria vita.
Nessuno giudica l’esistenza dei cimiteri dei feti, ognuno (appunto) è libero di elaborare un lutto come preferisce e di seppellire un feto, se lo desidera. Il problema sussiste quando una donna vede il proprio nome su una croce in un cimitero senza averlo autorizzato e quando si viene a sapere che un ospedale divulga i dati privati dei propri pazienti.
Forse, questa storia ci permette di riflettere su questioni come la vita e la morte, ma anche sulla dignità che spesso viene negata perché il pensiero di qualcuno, evidentemente, vale più di quello di un altro. Forse dovremmo davvero cominciare a immedesimarci nell’altro, a provare a connetterci empaticamente con il lato emotivo di un’altra persona. Soprattutto, però, dovremmo interrogarci su che cosa significhi, davvero, essere a favore della vita e che cosa rappresenti per una persona vedere il proprio nome su una croce, in un cimitero.

Sitografia

Perché in Italia si può seppellire un feto all’insaputa della donna che l’ha abortito


https://espresso.repubblica.it/attualita/2020/10/01/news/il-cimitero-dei-feti-storia-di-una-vergogna-che-dura-da-piu-di-vent-anni-1.353804
https://thevision.com/attualita/cimiteri-feti-donne/

Alessandra Sansò

Laureata Magistrale in Psicologia Clinica e di Comunità presso l’Università degli Studi di Genova con una tesi dal titolo “Alessitimia in adolescenza: un contributo alla validità convergente degli strumenti di valutazione”.
I suoi interessi principali riguardano l’adolescenza e le sue caratteristiche, ma si concentra anche su concetti della Psicologia Sociale, quali deumanizzazione e stigmatizzazione quantomai presenti nella società moderna.
È una divoratrice di libri e un’appassionata di serie tv di qualunque genere, ama profondamente Alfred Hitchcock e Bruce Springsteen.

TAGS
RELATED POSTS

LEAVE A COMMENT