Riflessioni

Età di mezzo

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October 6, 2020

Nei giorni del Covid-19 i social sono esplosi; tutti usano con più frequenza Facebook, anche chi lo ha sempre calibrato con criterio minimale.
A ragion veduta, perché Facebook, come tutti i social, depotenzia tutto: è una notte esasperante dove tutte le fronde sono nere e tutte le voci si perdono nel vento con lo stesso eco. E in questo contesto, lo sappiamo, tutte le dignità sono pari fra tutte le voci appiattite dalla miopia del fruitore. È un lungo e inesorabile tramonto, dove la luce filtrata dalle fronde staglia le sagome dei nani come fossero ombre di giganti.
Nei mesi scorsi desideravo l’occasione di chiedere a Zygmunt Bauman quando è accaduto. Quando è accaduto che le agenzie pubblicitarie hanno ceduto completamente, obbediendo supinamente agli ordini di multinazionali che vendono prodotti qualunque coi toni del discorso di Marco Antonio sulle spoglie di Cesare. Tutte le nostre forme comunicative si sono adattate ai moduli narrativi delle tragedie di Shakespeare. È da un pezzo che viviamo in un perenne atto III, scena 2. Quando è accaduto che per convincere a comprare una merendina piena di schifezze si dovesse ricorrere a voci fuori campo più consapevoli di Martin Luther King nel suo discorso di Washington..”I have a dream”. Da quando i sogni di una generazione sono diventati la magia di un rigatone che cuoce nell’acqua bollente, come fosse la scena del passeggino nella “Corazzata Potemkin”? Era tempo che volevo chiedere queste cose. Poi è arrivato il Coronavirus. E il leggendario discorso di Marco Antonio, magistralmente applicato al biscotto, alla scarpa, al prosciutto e alla carta igienica, si è riversato sui medici che camminano al rallentatore fuori fuoco, sfoderando tutto il meglio delle scuole di scrittura creativa, e anche il meglio di certi attori che recitano con tono autorevolmente impostato il dramma di queste settimane attraverso parole scelte nel catalogo delle emozioni spente. Hanno sostituito l’automobile misteriosa che corre per strade bellissime e desolate coi rallenty dei medici, coi sorrisi delle persone dai balconi, con i fermo immagine che sembrano fotografie da copertina di “Life”.
Quei pubblici ufficiali che sino a ieri stentavano a salutare oggi parlano come grandi attori, calibrando interventi sospesi tra una battuta e uno sguardo. Ma dove siamo finiti? Tutti questi giornalisti e conduttori televisivi, che sembrano aver preso ripetizione di toni impostati, paiono Vittorio Gassman quando leggeva le ricette di cucina come fosse Brecht. E purtroppo anche le persone comuni, intervistate, ora ripetono gli stilemi che sentono altrove. Ipocrisia? No, forse omertà o forse fisiologica reazione umana. Ma io vorrei chiedere come faremo a uscire da questo disastro morale. Oggi ho sentito usare l’espressione “i frammenti emotivi”. Da giorni a chiunque venga posta una domanda, una domanda qualsiasi, sento rispondere con un’espressione agghiacciante: «assolutamente sì». «Assolutamente sì» è pura medietà. È come “risposta esatta” nei quiz di Mike Buongiorno. Non esiste l’esattezza. Neanche nella scienza. E niente di affermativo può essere riconducibile all’assolutamente, avverbio degradato. Un tempo bastava un sì per mettere le cose in chiaro, ma oggi c’è bisogno di consolidare quel sì nel fragile rango dell’assoluto. Io vorrei anche sapere dove abbiamo sbagliato noi giornalisti, quando abbiamo messo in circolazione parole che pensavamo restassero in romanzi complessi e invece sono state riadattate al rango dell’emozionale, della commozione, dell’ode. L’ode presiede a ogni ragionamento, a ogni lettura del mondo, a ogni dolore. L’ode, con la voce impostata, con il montaggio sapiente del cinema che abbiamo amato, con le parole assolute, con i sì che non aiutano nessuno, con il “ce la faremo”, è figlia naturale degli applausi ai funerali. Di questo svilimento del sacro che ha trasformato il nostro mondo in un pacco di pasta su cui inventare parole degne di un discorso da fine dell’apartheid, da retorica di nuove frontiere, dal “date una carezza ai vostri bambini”. Abbiamo sentito in queste settimane che tutto sarebbe cambiato, che saremmo stati migliori. Lo hanno ripetuto tutti pensando di essere a Hiroshima a ricordare quel bagliore nel cielo, l’orrore che ti si stampa negli occhi per tutta la vita. Abbiamo finto che questa seria e drammatica pandemia ci potesse trasformare in sopravvissuti, con lo sguardo intenso. E, finita la pandemia, quando sarà, sarà per tutti una festa di liberazione. Coi cantanti pronti a cantare, con i registi che girano, coi politici che sorridono al loro popolo e che hanno la calma serena di Alcide De Gasperi ai tavoli di pace del ’45. Ma non è così. Non è questo, è solo melassa. Non rimarrà quasi nulla. L’unica cosa che resta non è neanche quella via Crucis irreale in piazza San Pietro o il silenzio del Papa. Il silenzio di quella piazza non salverà le categorie a rischio.
Fanno e faranno la differenza i dipendenti del nostro personale sanitario, i nostri medici, i nostri ricercatori soprattutto. E ci salveremo da noi, assumendoci le nostre responsabilità.
Sono state veicolate informazioni false? Sì, a lungo e riscotendo ampio successo.
È storia ormai appurata che oggi si gestisce il potere occupando i centri di informazione; solo nei paesi sottosviluppati si usano ancora i carri armati, nei paesi ad alto tenore di sviluppo si occupano i social media, i giornali e le stazioni radiotelevisive. Ora gestire il potere attraverso il controllo dell’informazione non è la stessa cosa che gestirlo attraverso il controllo delle fonti di produzione, o dei pacchetti azionari. Giocano leggi diverse. Infatti per compiere operazioni finanziarie lo strumento principale è il silenzio. Guai a far circolare la notizia troppo presto; anzi, per lanciare un “siluro” contro chi sta preparando un colpo azionario basterebbe lasciar trapelare in anticipo delle notizie, e il piano va in fumo. Le uniche notizie che possono essere lasciate circolare sono le notizie false, lo sapeva già il Conte di Montecristo, che alterava i messaggi telegrafici per rovinare i suoi avversari sul mercato azionario. Pertanto, ecco la regola: poche notizie, e possibilmente false. Creando confusione.
La confusione è propria delle epoche buie. Stiamo vivendo un nuovo Medioevo?
Quando Roberto Vacca parlò di medioevo prossimo venturo, egli stava pensando al crollo dei grandi sistemi tecnologici, declino che avrebbe instaurato un nuovo medioevo feudale o prefeudale, fondato sulla penuria e sulla lotta per l’esistenza. Risponderei però che il medioevo era già cominciato, e cioè che non bisogna attendere la guerra atomica per vagheggiare o temere un nuovo medioevo. Ma il mio medioevo è inteso come un’epoca di transizione, di pluralità e di pluralismo, di contraddizione tra un impero che nasce, un impero che muore e una terza società che sta sorgendo. Il mio medioevo si presenta come un’epoca “interessante”, perché è un’epoca di rimescolamento di carte in cui alle grandi penurie si affiancano le grandi invenzioni, e la prefigurazione di nuovi modi di vita. In questo senso il medioevo come modello può interessarmi, ma il modello funziona in senso prospettico e, vorrei dire, fondamentalmente ottimistico.

Articolo di Carlo Alberto Ghigliotto

Filosofo, autore di saggi di semiotica, estetica medievale, storia dell’arte e della filosofia. La sua attività di saggista, bibliofilo e giornalista, è legata agli studi classici maturati nelle realtà del pensiero debole e dell’etica leopardiana. Studia filosofia prestando fede alla teoria de “Il pensiero ancestrale” di Manlio Sgalambro: considera l’attività filosofica come una prassi individuale di ascetismo e atarassia; distante dalle aule universitarie e dai percorsi accademici convenzionali (ancora in parte legati all’idealismo di Croce e Gentile).

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