Cinema La finestra sul cortile

Sulla mia pelle: un film doloroso e necessario

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October 21, 2020

Sulla mia pelle“ è un film di Alessio Cremonini e racconta la terribile storia di Stefano Cucchi, una delle pagine più nere della storia italiana.
Attraverso il film viene descritta tutta la vicenda, dall’inizio al tragico epilogo che ha portato alla morte del ragazzo.
Un film che smuove gli animi toccando le corde più profonde del nostro inconscio. Il dolore è reale, mentre si guarda Sulla mia pelle, e si può arrivare a immaginare il male provato da quel ragazzo.

La vicenda

Stefano Cucchi (Alessandro Borghi)

La storia narra gli ultimi sette giorni di vita (se così si possono definire) di Stefano (interpretato magistralmente da Alessandro Borghi).
Il trentunenne romano viene fermato durante un controllo mentre si trova in macchina con un amico e viene trovato in possesso di hashish, cocaina e un medicinale per l’epilessia, di cui Stefano soffre fin da piccolo.
I Carabinieri lo portano quindi in centrale dove il ragazzo viene interrogato dal comandante: nega le accuse di spaccio.
Poco dopo viene riaccompagnato a casa dei genitori, i quali vengono svegliati nel mezzo della notte e devono sostanzialmente stare a guardare mentre i Carabinieri mettono a soqquadro l’abitazione.
Infine, Stefano viene riportato in caserma e condotto da tre agenti in una stanza, dove tutti sappiamo che cosa accade.
Lo spettatore non assiste al pestaggio, non si sentono urla di dolore, né viene mostrata la brutalità delle botte che il ragazzo subisce. Non ci sono calci, pugni, non si vede il sangue, né si assiste a scene che potrebbero essere disturbanti per lo spettatore che guarda una persona che viene picchiata.
Ciò che il pubblico non si aspetta è che quello che vedrà dopo sarà molto peggio.
Quando Stefano Cucchi riappare sullo schermo ha il volto tumefatto e cammina più lentamente. Durante la notte si sente male, chiede le pillole per l’epilessia, e quando arriva il 118 Stefano rifiuta le cure.
Il giorno seguente un agente, vedendo le condizioni del ragazzo, gli consiglia di andare in ospedale ma Stefano rifiuta e afferma di voler andare subito in Tribunale.
Da quel momento, quando gli verrà chiesto che cosa gli sia successo, la sua unica risposta sarà “Sono caduto dalle scale.”
In Tribunale si dichiara colpevole per la detenzione di sostanze stupefacenti, ma innocente per lo spaccio.
Stefano fatica a parlare, lo dirà anche al Pubblico Ministero durante la dichiarazione, ma Stefano non sembra degno neppure di uno sguardo. Sarà l’ultima volta che Giovanni Cucchi, padre di Stefano, vede suo figlio vivo.

Già in queste prime scene uno dei tratti che emerge è il far finta di non vedere, l’accettazione silenziosa di quella scusa che non regge, l’esser caduto dalle scale che viene accettata dagli agenti, dai medici, dal giudice, da tutti. Un ragazzo visibilmente sofferente, affaticato e con ematomi evidenti passa inosservato in un sistema che si occupa meccanicamente di apporre timbri e decretare se uno sia colpevole o innocente senza nemmeno alzare gli occhi sulla persona che ha di fronte.
Stefano viene portato al carcere di Regina Coeli, in custodia cautelare, ma prima viene portato in ospedale e visitato: vengono registrate lesioni, ematomi e fratture su tutto il corpo. Una volta arrivato in carcere, però, il ragazzo denuncia i Carabinieri, dice la verità in un moto di speranza riposta nei confronti dell’agente che gli sta davanti; questi gli risponde che la sua è un’accusa pesante e che bisogna stare attenti nel fare questo genere di affermazioni. Tuttavia, gli vengono fatte delle lastre in ospedale e, dopo una notte in carcere, viene portato in ospedale perché le sue condizioni si aggravano.
Il ragazzo arriva al punto di non riuscire più a urinare a causa delle lesioni e in ospedale gli viene messo il catetere. Le condizioni di Stefano continuano a peggiorare, finché il 22 ottobre viene trovato morto da un infermiere.

La solitudine degli ultimi

Forse non basta un articolo su una rivista online per descrivere in modo adeguato tutti gli elementi di questa terribile storia che il film porta nelle nostre case e che, una volta finita, ci fa sentire male, affranti, dispiaciuti, sofferenti. Soprattutto perché nei titoli di coda, quella che sentiamo è la voce di Stefano, quella vera, registrata durante l’udienza in tribunale.
Eppure, quel dolore che sentiamo non è neanche lontanamente paragonabile a quello provato dalla famiglia Cucchi, distrutta, spezzata, forse per sempre.
In questa terribile vicenda vi sono tanti aspetti: tanto per cominciare vi è una famiglia, come tante, che lotta contro un nemico quasi invisibile, da cui è difficile scappare, la droga; una famiglia che, va detto, è anche esasperata perché ha fatto tanto per questo figlio, vittima – senza dubbio – della dipendenza e della strada su cui essa ti porta. Quindi da un lato c’è la speranza di questi genitori che sanno che il figlio è in carcere, è “al sicuro”, insomma è con quelle persone che nell’immaginario collettivo risultano affidabili e protettive e che invece riconsegnano a una madre il figlio morto.
La scena in cui i Carabinieri comunicano alla signora Cucchi la morte del figlio è agghiacciante: suonano alla porta e chiedono alla donna di seguirli in centrale. La signora Cucchi, però, ha la nipotina a casa e non può lasciarla sola, così i Carabinieri vengono fatti accomodare in casa e pongono alla signora delle domande formali su Stefano. Solo alla fine, attraverso un foglio, le comunicano che è morto.
Siamo di fronte all’abbandono e al fallimento dell’Arma, della Magistratura, di un sistema che dovrebbe proteggere e che, invece, non si cura di quel ragazzo che certamente ha dei difetti, ma che non merita un trattamento simile. Un sistema corrotto, che nasconde tutto, che non interviene e che “non vuole problemi”. Vi è l’abuso di potere, quella forma di narcisismo che permette a chi ha una divisa di sentirsi migliore di un altro e quindi in diritto di approfittare della propria condizione di privilegio rispetto a uno che è solo un drogato; e poi, la protagonista indiscussa di questa storia terrificante: l’indifferenza di tutti quelli che hanno visto Stefano in quelle condizioni e che non hanno mosso un dito, che hanno accettato subdolamente la caduta delle scale come motivazione del dolore di un uomo che è entrato sano ed è uscito morto; e poi c’è la solitudine: condizione in cui Stefano si è spento, in una fredda stanza dell’ospedale del carcere, dopo giorni e giorni di dolore, dopo essere stato sballottato da una parte all’altra ed esser stato trattato peggio di una bestia; dopo esser stato visto da agenti, da secondini, da ausiliari, da medici, infermieri, volontari, da una moltitudine di gente che ha visto e ha taciuto, ha osservato passivamente un ragazzo che diceva di esser caduto dalle scale, l’ha abbandonato, umiliato e mortificato.

Mentre si guarda Sulla mia pelle si entra in connessione con quel ragazzo che potrebbe essere un figlio, un fratello, un amico. Colpevole di che cosa? Di aver fatto scelte sbagliate? Di far parte di quel gruppo di invisibili che ci impegniamo a catalogare come drogati senza mai andare più a fondo, senza conoscere, senza sapere né qualcosa di loro né della loro storia. Una situazione difficile, sfiancante che diventa ingestibile, con entrate e uscite dal SerT e disintossicazioni e paura che una volta usciti vi si possa cadere nuovamente.
Naturalmente tutte queste congetture sono frutto di un’attenta visione del film che ci mette di fronte al dramma di un uomo che muore nel silenzio, ma che il film non suggerisce. È lo spettatore che si addentra nel dolore di Stefano e dei suoi familiari, bloccati da scartoffie burocratiche, permessi che non arrivano in tempo e, ancora, indifferenza verso dei genitori che desideravano vedere il proprio figlio.

Sicuramente, Sulla mia pelle è un film crudo e che fa arrabbiare, non solo per la vicenda, ma anche per l’onore e il rispetto di quel ragazzo verso se stesso. Chi guarda il film intima Stefano di farsi aiutare, spera che lui dica la verità, che qualcuno gli faccia vedere questo benedetto avvocato che lui tanto richiede. Anzi, è l’unica richiesta che fa questo ragazzo, richiesta che rimane inascoltata, che sprofonda nel vuoto e che porta con sé Stefano che vede anche crollare il proprio sentimento di giustizia e i propri ideali.

Tematiche all’interno del film

Sicuramente il primo concetto che viene evidenziato è la sofferenza, silenziosa, intima e profonda. Il dolore che Stefano prova viene taciuto, nascosto. Questo emerge quando i volontari del 118 arrivano nella cella di Stefano. Il ragazzo si copre, tira su la coperta e rifiuta ogni aiuto. Quasi come se non si fidasse di nessuno, neppure di chi è lì proprio per aiutarlo.
Non sappiamo se questa sfiducia nell’altro sia una caratteristica di Stefano o se sia nata dopo il pestaggio che l’ha reso debole, vulnerabile e solo. Quello che si evince è che tutte le volte che Stefano decide di chiedere aiuto e di raccontare ciò che gli è accaduto trova solo dei muri ad ascoltare la sua storia. Dall’agente che gli dice che sta facendo un’accusa pesante, al medico che gli dice che non deve dirlo a lei, ma a qualcun altro.

La violenza è forse il tema radicale, uno dei pilastri di questa vicenda. Ed è una violenza sottile che non viene mostrata, come dicevo prima, attraverso le immagini del pestaggio di cui restano come testimonianza i lividi, gli ematomi, le ferite. La violenza più sottile è proprio quella psicologica, l’assenza di empatia di fronte a un uomo che soffre.
Spesso nel corso del film mi son detta “Te lo deve anche dire questo poveretto che cosa gli è successo? Non è evidente?”, tutte le volte che gli veniva chiesto di alzarsi in piedi, non era chiaro che cosa fosse successo? Davvero una caduta dalle scale può causare dei lividi sugli occhi? Eppure, anche se non ho una formazione medica posso vedere chiaramente la sofferenza di una persona e posso arrivare a capire che le scale non provocano quel genere di danni. Questo genere di violenza è il prodotto dell’indifferenza di cui ho parlato poco sopra: il non guardare, il nascondere tutto sotto il tappeto, il voler accettare una scusa per mettersi la coscienza a posto sono forme di violenza. Il rifiuto di prendersi le proprie responsabilità è una delle forme più brutali di abuso.

Questi sono i temi centrali, le colonne portanti di questa storia, ma vi è anche una forte denuncia al sistema in cui il ragazzo viene introdotto: troviamo, infatti, omertà, non curanza, burocrazia che impediranno alla famiglia di partecipare alla sofferenza del ragazzo e di intervenire per aiutarlo, e lasceranno che Stefano muoia in silenzio e che si spenga tra atroci sofferenze.
La solitudine non colpisce solamente Stefano, ma anche la sua famiglia: abbandonata dalle istituzioni, lasciata senza strumenti, senza informazioni, senza spiegazioni. In un attimo questo figlio viene loro tolto, viene portato in carcere e chi si è visto si è visto. L’ultimo a incontrarlo è il padre, Giovanni, che si accorge che il figlio non sta bene, che ha i lividi, ma a chi chiedere? A chi riferirsi? All’avvocato d’ufficio che è poco più di un burocrate? A chi?

La figura di Ilaria

Ilaria Cucchi con la foto del cadavere di suo fratello

Ilaria è una donna complessa, una donna che inizialmente è stufa di questo fratello che si caccia sempre nei guai che esce ed entra dalla comunità, che mette in difficoltà la sua famiglia.
Eppure, quei silenzi attorno alla storia di suo fratello non la convincono. Ilaria riflette sulla condizione di Stefano, si preoccupa, si colpevolizza, si domanda se suo fratello sappia che la sua famiglia sta cercando di vederlo, se sappia che i suoi genitori gli vogliono bene o se, invece, sia dell’idea che loro lo odino perché nessuno va a trovarlo.
Ilaria si muove, chiama l’avvocato, chiede informazioni e anche qui, nessuno sa dargliele. Sono tutti evasivi.
Finché, alla fine, dopo aver visto il fratello sdraiato su una barella, col volto violaceo e irriconoscibile, e i suoi genitori distrutti da quella perdita, qualcosa in lei scatta.
L’ultima immagine che abbiamo di lei è quella famosissima che ha fatto il giro di tutti i giornali: lei con in mano un’enorme foto del volto tumefatto di Stefano, un’immagine scioccante che testimonia l’inizio di una lunga battaglia non ancora conclusa.
Tuttavia, la pellicola si concentra su Stefano, racconta ciò che precede la vicenda giudiziaria che è ancora oggi attuale e che Ilaria e la sua famiglia continuano a portare avanti, spesso giudicati da forze politiche e accusati di aver abbandonato Stefano nel momento del bisogno. Ancora oggi alcune persone continuano a non volersi addentrare nella vita di chi ha dovuto convivere con una persona tossicodipendente e senza indagare i vissuti intimi di qualcuno, ma soprattutto senza rispettare il dolore di una famiglia che si è vista portar via un figlio e un fratello. Questo film va visto senza pregiudizi e senza la presunzione di sapere come vanno le vite altrui, va visto con il cuore aperto e leggero, perché dopo averlo visto lo sentirete molto più pesante.

22 ottobre 2009

Stefano Cucchi

Stefano Cucchi muore il 22 ottobre 2009, senza aver più visto i suoi familiari, ma senza esser mai dimenticato. Muore senza diritti, ultimo tra gli ultimi; a undici anni dalla sua scomparsa i due carabinieri, Di Bernardo e D’Alessandro, sono stati condannati a 12 anni per omicidio preterintenzionale. La strada è ancora lunga, ma la famiglia Cucchi, come dichiarato dalla madre di Stefano, Rita, in un’intervista a Propaganda Live, non si fermerà mai e continuerà a combattere per gli ultimi. Perché i diritti non vengano mai negati a nessuno.

Nell’anniversario della morte di Stefano, ricordiamo la sua storia attraverso questo film che testimonia la condizione degli ultimi e di coloro che non hanno la parola o viene loro negata. Attenzione, nessuno dice che Stefano Cucchi fosse un santo – dopotutto, nessuno di noi lo è – ma non per questo meritava di morire, avrebbe pagato, ma non di certo con la vita.
Un film che genera in noi molteplici domande: “Quanti?”, quante persone non hanno avuto un’Ilaria accanto? Quante persone sono morte, in quel modo, nel silenzio e nell’abbandono? Quante vite sono state spezzate nella stessa orrenda maniera?
Sulla mia pelle andrebbe visto, consigliato e analizzato per far riflettere su bene e male, sul senso di consapevolezza e su quanto siamo anche noi responsabili della società in cui viviamo e che non siamo semplicemente succubi, ma protagonisti attivi del mondo che ci circonda.
Un film che porta a galla rabbia, disgusto per un sistema che dovrebbe proteggere e che, invece, presenta delle falle e che fa pensare a quanto la scelta sia una delle armi più potenti che abbiamo e quando decidiamo di non prendere una posizione di fronte al dolore dell’altro siamo davanti a un fallimento collettivo, non solo individuale.
Non scegliere è una scelta, il non schierarsi ha delle conseguenze e se si decide di non far nulla, sarà qualcun altro a scegliere per te.

 

Alessandra Sansò

 

Laureata Magistrale in Psicologia Clinica e di Comunità presso l’Università degli Studi di Genova con una tesi dal titolo “Alessitimia in adolescenza: un contributo alla validità convergente degli strumenti di valutazione”.
I suoi interessi principali riguardano l’adolescenza e le sue caratteristiche, ma si concentra anche su concetti della Psicologia Sociale, quali deumanizzazione e stigmatizzazione quantomai presenti nella società moderna.
È una divoratrice di libri e un’appassionata di serie tv di qualunque genere, ama profondamente Alfred Hitchcock e Bruce Springsteen.

 

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