Riflessioni

Guido i’ vorrei

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November 18, 2020

È curioso come il prof. Santagata, venuto ora a mancare, pur essendo tra i più grandi studiosi mondiali di poesia trecentesca amava da intellettuale libero da pregiudizi anche le canzonette. Per una curiosa coincidenza era nato a Zocca, lo stesso paesino di Vasco Rossi, nel cuore dell’Appennino modenese. E un giorno Vasco era arrivato all’università di Bologna per affiancarlo nella presentazione del romanzo “L’amore in sé“, libro curioso dove si racconta la storia di un filologo che durante una lezione universitaria inizia a leggere Petrarca per poi finire a parlare di sé, passando dai versi del Canzoniere alle canzonette degli anni Sessanta, “Ti ricordi quella sera…“, “Roberta, ascoltami…”  Vasco colse nel segno, dicendo che Santagata aveva il pregio di farci “vivere la poesia”, “quella poesia che ai miei tempi, a scuola ci facevano imparare a memoria riducendola a delle specie di scioglilingua senza senso”. Francesco Guccini fece carte false per accompagnarlo nella memorabile presentazione di “Come donna innamorata” del 2015 a Bologna, quando gli chiese “Ma, Cino da Pistoia, era bianco o nero?” e il professore colse l’occasione per spiegare le numerose gemmazioni politiche tra i partiti toscani, ricordando con malizia qualcosa della sinistra degli ultimi decenni.
Col suo sguardo da critico letterario ha trasportato le sue teorie analitiche dentro la vita dei suoi saggi ineccepibili e le ha poi riversate nei suoi romanzi su Dante. Così, a fianco delle pubblicazioni teoriche e divulgative, erano nati dei romanzi nei quali l’aurea poetica classica si faceva in qualche modo domestica, confidenziale, misurandosi con le notizie biografiche e le storie di tutti i giorni.
Scrittore, storico della letteratura, critico e professore universitario  (cattedra di letteratura italiana alla Università di Pisa, dopo gli studi alla Scuola Normale), Santagata aveva vinto nel 2003 il premio Campiello con il romanzo “Il maestro dei santi pallidi“, e nel 2006 il premio Stresa di narrativa con “L’amore in sé“. Per le sue pubblicazioni scientifiche aveva ricevuto numerosi riconoscimenti, tra cui il Premio Luigi Russo per la critica letteraria,  quello di storia letteraria Natalino Sapegno e il Giosuè Carducci. Da eminente rappresentante dell’italianistica universitaria, aveva fondato l’Adi-Associazione italianisti italiani. E di scuola e università – oltre che di questioni letterarie – aveva spesso scritto sui quotidiani ai quali collaborava, negli ultimi anni il Corriere della Sera. Numerosi gli incarichi nel corso della sua carriera, anche internazionali: tra gli altri, è stato visiting professor in prestigiosi atenei, da Harvard alla Sorbona, dall’Università di Ginevra a quella di Città del Messico.
Un vero letterato, cioè un uomo che non viveva la letteratura come vita, ma la vita come letteratura.
Eppure, ad appena pochi giorni dalla scomparsa, sembra aver tristemente perso quella fetta di lettori affezionati.
Dante” di Alessandro Barbero eclisserà inevitabilmente “Dante, il romanzo della sua vita“, la poderosa opera del più grande esperto di Dante vivente, Marco Santagata. Per la prima volta il Dante storiografico potrebbe prevalere sul Dante letterario meritandosi una sudata rivincita.
I due libri sono stati pubblicati pressoché in contemporanea e il piano di battaglia è lo stesso: fare di Dante un uomo oltre che una leggenda della letteratura.
Per natura sono portato a preferire il Dante letterario, ma francamente sono attratto da entrambi. Da un po’ di tempo ho maturato l’interesse per quella terra di nessuno che è la regione collocata tra la biografia e l’opera. Cioè quel segretissimo momento germinale dove la biografia non è più tale e l’opera ancora non esiste. Con gli strumenti della critica è pressoché impossibile da cogliere, con la narrativa è forse probabile.
Ma è appunto per questo che probabilmente preferirò Santagata, perché sa come proiettare la vita sulla letteratura, mentre è stata abitudine secolare della critica proiettare la letteratura sulla vita.
C’è però una cosa che vorrei leggere in almeno uno di questi due libri. Vorrei leggere che quella tra Guido Cavalcanti e Dante è stata una profonda amicizia, che è durata una vita intera e che era fatta di un legame profondo che si rovesciava in una forma di odio reciproco a causa di una rivalità di fondo: tutti e due erano poeti e l’uno credeva di essere superiore all’altro.

Carlo Alberto Ghigliotto

Filosofo, autore di saggi di semiotica, estetica medievale, storia dell’arte e della filosofia. Allievo indiretto di Umberto Eco e Luigi Pareyson. La sua attività di saggista, bibliofilo e giornalista, è legata agli studi classici maturati nelle realtà del pensiero debole e dell’etica leopardiana.

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